alfiogarrotto.it Rss https://www.alfiogarrotto.it/ Dr. Alfio Garrotto - Direttore del Reparto di Chirurgia Generale e di Chirurgia Bariatrica dell'Istituto Ortopedico del Mezzogiorno di Italia (IOMI) di Messina it-it Mon, 26 Sep 2022 09:10:28 +0000 Fri, 10 Oct 2014 00:00:00 +0000 http://blogs.law.harvard.edu/tech/rss Vida Feed 2.0 info@alfiogarrotto.it (Dr Alfio Garrotto) info@alfiogarrotto.it (Alfio Garrotto) Archivio https://www.alfiogarrotto.it/vida/foto/sfondo.jpg alfiogarrotto.it Rss https://www.alfiogarrotto.it/ Anoressia: le prime linee guida in gravidanza https://www.alfiogarrotto.it/post/536/anoressia-le-prime-linee-guida-in-gravidanza

Vivere costantemente “always on” sui social media significa mettere in mostra la propria vita e la propria immagine. Il problema dell’apparire, però, è quasi sempre associabile al bisogno di rispondere ad alcuni canoni estetici preconfezionati e all’idea che solo i corpi conformi siano validi, perché “magro è bello”. Simili processi non solo partono da basi assolutamente prive di fondamento scientifico, ma sono pericolosi e infidi perché capaci di innescare disturbi del comportamento alimentare. E se prima questi disturbi agivano di nascosto, oggi, proprio grazie all’esposizione mediatica di chi ne è affetto, sono sotto i riflettori. Il rovescio positivo della medaglia è che questa visibilità ha portato maggiore consapevolezza in merito.

In particolare, oggi, voglio parlarvi di un diffusissimo DCA, ossia l’anoressia, quando si combina con una delicata circostanza per la donna, la gravidanza.

 

Cos’è l’anoressia?

L’anoressia, dal greco anoreksía, significa letteralmente perdita dell’appetito. In realtà, il termine non è molto adatto a delinearla: chi ne soffre ha fame, ma rifiuta il cibo per paura di aumentare il proprio peso. Stabilire l’indice di peso, sotto il quale viene diagnosticato il problema, non è semplice ma, in generale, questo si innesca quando il peso è inferiore di oltre il 15% rispetto ai valori del normopeso.

L’anoressia ha anche, come ogni disturbo del comportamento alimentare, una forte componente psicologica che talvolta correla con pensieri suicidari oltre che portare alla morte per fame (più frequente di quanto si pensi comunemente). Le persone che più frequentemente sono affette da tale patologia sono le donne e, in particolare, le donne in età fertile.

 

Insorgenza

Negli ultimi anni l'insorgere di disturbi alimentari non solo è aumentato notevolmente, registrando un picco in concomitanza del confinamento pandemico, ma si è anche rilevato che l’età in cui si manifesta si abbassa anno dopo anno sempre di più in maniera davvero preoccupante.

Per ciò che concerne l’anoressia, i dati sono i seguenti:

  • ci sono 8-9 nuovi casi ogni 100mila persone;
  • è, per gli adolescenti, una delle maggiori cause di morte, seconda solo agli incidenti stradali;
  • ogni anno muoiono 4mila persone per anoressia (o bulimia).

 

L'anoressia e la gravidanza

Proprio in considerazione di tali dati e visto il sensibile aumento di casi, la comunità scientifica ha concentrato i propri sforzi nello studio del fenomeno, con particolare attenzione alla concomitanza tra l’anoressia e la gravidanza, arrivando a pubblicare delle linee guida per il trattamento della stessa, redatte da un team di ricercatori del Center for Women's and Children's Mental Health della Monash University di Melbourne e pubblicate sul The Lancet Psychiatry.

Secondo questo studio, a soffrirne sarebbe 1 donna incinta su 200.

Sebbene si tratti di un disturbo poco frequente in gravidanza, è altamente pericoloso sia per la futura mamma sia per il nascituro, soprattutto quando non riconosciuta o gestita in modo inadeguato. Ad esempio il rischio di morte del nascituro è doppio rispetto alle donne non affette da anoressia, così come la probabilità di parto pre-termine è 1,32 volte maggiore e di 1,69 volte più alto quello che il bimbo sia sottopeso alla nascita.

Inoltre, sebbene la gestione della malattia sia molto complessa a maggiore ragione mentre si sta portando avanti una gravidanza, gli studi su come affrontare tale circostanza sono ancora molto pochi.

 

Gli studi e le linee guida

Effettuando una revisione degli studi in merito, solo otto di questi avevano come oggetto il trattamento dell’anoressia nervosa in gravidanza, sebbene esaminassero degli aspetti ristretti della sua gestione.

I risultati emersi sono stati sintetizzati in raccomandazioni e linee guida multidisciplinari per la gestione dell’anoressia nervosa in gravidanza. Il focus delle linee guida redatte è l’assistenza specialistica in diversi campi della medicina quali: salute mentale, ostetrico e nutrizionale, atte a garantire risultati positivi per le donne e i loro figli.

 

Conclusione

La gestione dell’anoressia in gravidanza deve includere un approccio multidisciplinare e per questo è necessario l’aiuto e la cooperazione di tutti gli specialisti così da poter ridurre i gravi rischi in cui incorrerebbero madre e figlio.

Dr.Alfio Garrotto

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Mon, 26 Sep 2022 09:10:28 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/536/anoressia-le-prime-linee-guida-in-gravidanza alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Gli ormoni sessuali e cancro ai polmoni: c’è una relazione https://www.alfiogarrotto.it/post/535/gli-ormoni-sessuali-e-cancro-ai-polmoni-c-e-una-relazione

Il cancro al polmone rappresenta la principale causa di morte per cancro. Recenti scoperte hanno evidenziato una correlazione tra ormoni sessuali e tumore. Proprio questa influenza è stata oggetto di discussione durante il V Congresso Nazionale di Endocrinologia Oncologica, svoltosi quest’anno a Siracusa. È stata l’occasione per porre maggiore attenzione sui temi della prevenzione e del trattamento del cancro associato ad alterazioni ormonali.

Gli ormoni

Nel nostro organismo circolano più di 50 ormoni, come gli estrogeni, il testosterone, l’insulina o l’ormone della crescita. Quando questi subiscono alterazioni possono preparare il terreno per i tumori. Diversi studi hanno fatto emergere, negli anni, che cancro al seno, alla prostata, all’ovaio, all’endometrio e alla tiroide sono tipologie fortemente facilitate nell’insorgenza dal ruolo di insulina e del diabete mellito.

Gli ormoni sessuali e il cancro ai polmoni

Un recente studio, però, pubblicato sulla rivista Experimental Biology and Medicine, condotto presso il National Institute of Allergy and Infectious Diseases di Bethesda, ha evidenziato che gli squilibri degli ormoni sessuali cooperano con il tabacco nel favorire la comparsa di cellule tumorali. Nonostante i meccanismi biologici ed endocrini, implicati in queste disparità, non siano ancora stati determinati, dallo studio è anche emerso che il sesso ricopre un ruolo nell’incidenza e nei tassi di mortalità per vari tipi di tumori polmonari: alcuni tumori, come l'adenocarcinoma polmonare, si riscontrano più comunemente tra le donne che tra gli uomini, altri invece, come il carcinoma a cellule squamose, presentano o un andamento opposto o non mostrano differenze di sesso.

Questa distinzione di genere, che influisce sull’insorgenza e sulla mortalità del cancro ai polmoni, è stata anche collegata ai fattori di rischio, come il tasso di utilizzo dei prodotti del tabacco, la suscettibilità agli agenti cancerogeni, l'esposizione professionale e l'inquinamento atmosferico interno ed esterno.

I meccanismi di influenza

Se per gli altri tipi di tumore la correlazione con gli ormoni è ormai assodata, quella con il cancro ai polmoni è di recente scoperta ed è ancora troppo presto per determinarne la reale influenza e i suoi meccanismi. Al momento, è stato identificato un potenziale meccanismo, cioè la sinergia tra estrogeni e alcuni composti del tabacco e mutazioni oncogene nell'indurre l'espressione di enzimi metabolici che portano a una maggiore formazione di specie reattive dell'ossigeno e di addotti del DNA, con conseguente carcinogenesi polmonare. Sebbene ancora non si sappia abbastanza in merito, sono state gettate le basi per nuove ricerche che facciano luce sulle correlazioni alla base delle disparità osservate nei tassi di cancro ai polmoni, che porteranno allo sviluppo potenziale di nuove terapie per trattare questa malattia devastante.

Conclusioni

Le fluttuazioni dei livelli ormonali si devono, non solo all’avanzamento dell’età, ma anche all’alimentazione e al cattivo stile di vita: fumo, alcol, sedentarietà, obesità condizionano negativamente il corretto bilancio ormonale. Non si può, inoltre, sottovalutare che una delle funzioni degli ormoni è proprio la proliferazione delle cellule e, quando presenti in quantità eccessiva, agiscono come fattori di crescita di cellule tumorali: alti livelli di estrogeni e androgeni possono, per esempio, favorire l’insorgere di tumori al seno o alla prostata. Per questo, è importante ascoltare i campanelli di allarme.

Dr.Alfio Garrotto

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Thu, 18 Aug 2022 09:25:44 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/535/gli-ormoni-sessuali-e-cancro-ai-polmoni-c-e-una-relazione alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Obesità e gravidanza: i rischi emersi da un recente studio https://www.alfiogarrotto.it/post/534/obesita-e-gravidanza-i-rischi-emersi-da-un-recente-studio

Al giorno d’oggi, l’obesità è un problema globale e quella registrata in gravidanza è in continuo aumento. È, ormai, risaputo che tale condizione può rivelarsi responsabile di esiti avversi, non solo per la futura mamma, ma anche per il nascituro. Ciò che, però non era ancora stato sufficientemente indagato è la correlazione tra grado di obesità ed esiti perinatali. Per questo, uno studio australiano, pubblicato nella sezione endocrinologica di Frontiers, ha approfondito l’argomento, confrontando gli esiti perinatali in base alla classe di obesità.

Le classi di obesità

Per poter comprendere quanto verrà affermato in questo articolo, sono doverose due premesse di carattere metodologico.

La prima è utile per capire come si classifica la patologia. Una prima indicazione per la diagnosi di obesità, infatti, è l’indice di massa corporea, IMC ≥30 kg/m2, e può essere ulteriormente suddiviso in questo modo:

  • classe I: IMC da 30,0 a 34,9 kg/m2;
  • classe II: IMC da 35,0 a 39,9 kg/m2;
  • classe III e oltre IMC ≥40 kg/m2.

La seconda riguarda un criterio che è stato utilizzato nella ricerca: i dati rilevati mettono a confronto gestanti con obesità estrema con un gruppo di confronto generico, del quale non si conosce lo stato di obesità.

La popolazione presa in esame

Sono state prese in esame le donne in gravidanza con un IMC >30 kg/m2 registrato alla prima visita prenatale, da gennaio 2013 a dicembre 2017, all'interno del Northern Sydney Local Health District di Sydney, NSW, Australia. Sono, quindi, state registrate le seguenti informazioni:

  • età;
  • paese di nascita;
  • precedenti gravidanze a termine;
  • diabete preesistente, compreso il diabete gestazionale;
  • ipertensione preesistente;
  • diabete gestazionale;
  • ipertensione in corso.

Le donne sono state, inoltre, classificate in tre gruppi in base alla gravità dell'obesità secondo il sistema sopra descritto.

I risultati emersi

Tra il 2013 e il 2017 sono state registrate 2466 nascite in donne, tra i 18 e i 45 anni, con obesità all'interno del NSLHD di cui:

  • 1703 donne (69,1%) presentavano una classe di obesità I;
  • 537 donne (21,8%) una classe II;
  • 226 donne (9,2%) una classe III o superiore.

Un dato rilevante è che la a maggior parte di loro ha avuto una precedente gravidanza a termine o non vitale (rispettivamente il 78% e il 75,5%) e c'è stata una tendenza a un maggior numero di gravidanze a termine nelle donne con classe di obesità più elevata. Il 4,8% delle donne della coorte aveva una precedente storia di diabete gestazionale e l'1,7% aveva un diabete di tipo 1 o 2 preesistente. Le donne con classe di IMC più elevata avevano maggiori probabilità di avere una precedente storia di diabete gestazionale e una storia di ipertensione essenziale.

Di seguito, illustrerò più nel particolare gli esiti materni e quelli dei nascituri.

Esiti materni

Tutti gli esiti avversi materni erano più elevati all'aumentare della classe di IMC. Complessivamente, il 42,5% ha partorito con taglio cesareo, il 22,3% ha sviluppato diabete gestazionale e l'11,2% ha avuto un disturbo ipertensivo durante la gravidanza. Le donne con una classe di IMC più elevata avevano tassi significativamente più alti di parto cesareo, diabete gestazionale e disturbi ipertensivi. Importante sottolineare che il 6,2% delle donne con obesità di classe III e superiore ha sviluppato pre-eclampsia.

Esiti neonatali

Sette bambini sono nati morti e la maggior parte di loro sono nati da mamme con elevata obesità.

L'età gestazionale media, al momento del parto, era di 39,3 settimane e il momento del parto era più precoce nelle donne appartenenti alla classe di IMC più elevata: 39,3 settimane contro 39,1 settimane nella classe di obesità I vs III. Il 27, 3% dei bambini sono nati in sovrappeso (LGA), il 4,0% in sottopeso (SGA) mentre il 7,6% dei bimbi ha sviluppato l'ipoglicemia neonatale. I tassi di malformazioni alla nascita sono stati bassi, solo il 2,6%, e le lesioni alla nascita sono state rare.

Il distress respiratorio è stato osservato nel 9,7% dei neonati e il ricovero in terapia intensiva neonatale si è verificato nel 14,7% dei neonati.

 Infine, la classe di IMC non ha avuto un impatto statisticamente significativa, al momento del parto, né nell'analisi univariata né in quella multivariata. L'associazione più evidente tra le caratteristiche materne e la tempistica del parto era il diabete preesistente di tipo 1 o 2, che aumentava il rischio di parto anticipato di 3 volte (la pre-eclampsia, invece, aumentava il rischio di parto prematuro di 9 volte).

Conclusioni

Questo studio ha rilevato che una classe di obesità maggiore ha importanti implicazioni per gli esiti materni e neonatali avversi. Le donne con classe di obesità III e superiore presentano tassi maggiori di parto cesareo, diabete gestazionale e disturbi ipertensivi (ipertensione essenziale e gestazionale e pre-eclampsia). Per quanto concerne i nascituri, è doveroso sottolineare che il peso alla nascita sia un fattore determinante per le complicazioni neonatali, come la sindrome da distress respiratorio, l'iperbilirubinemia e l'ipoglicemia neonatale. Infatti, i bambini nati in sovrappeso hanno riscontrato effetti a lungo termini, quali l'obesità, il diabete di tipo 2 e le malattie cardiovascolari.

I risultati emersi evidenziano l’importanza di una giusta assistenza ostetrica per gestire le comorbidità associate all'obesità in gravidanza nonché, qualora la gravidanza sia cercata e voluta, il tentativo necessario di migliorare lo stato di salute generale e tenere a bada la patologia, in modo da ridurre significativamente tutti i rischi legati all’obesità durante la gestazione.

Dr.Alfio Garrotto

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Fri, 22 Jul 2022 09:08:18 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/534/obesita-e-gravidanza-i-rischi-emersi-da-un-recente-studio alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Metabolismo epatico e dipendenze: uno studio italiano https://www.alfiogarrotto.it/post/533/metabolismo-epatico-e-dipendenze-uno-studio-italiano

L’orologio circadiano è strettamente connesso con il metabolismo e, per mantenere una tempistica corretta, si basa sulle interazioni tra gli organi. I fattori genetici e ambientali possono interrompere tali interazioni e, di conseguenza, alterare le attività ritmiche dell’orologio stesso. Uno studio recente ha rilevato quanto l’uso di sostanze stupefacenti incida sull’intera comunicazione.

La ricerca “italiana”

La ricerca in questione, pubblicata dalla prestigiosa rivista Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America (PNAS) e svolta presso l’University of California di Irvine, ha visto tra i protagonisti tre medici italiani: il professor Paolo Sassone, la professoressa Emiliana Borrelli e la dottoressa Maria Agnese Della Fazia, docente dell’Università degli Studi di Perugia ed esperta di fisiopatologia del fegato in funzione dei cicli circadiani.

Il team ha dimostrato che la dipendenza e l’abuso di sostanze stupefacenti influenzano non solo il funzionamento del cervello, ma anche degli organi periferici. Per la prima volta, infatti, è stata dimostrata la connessione tra la risposta all’uso di droghe da parte dei recettori della dopamina D2 nel corpo striato e la corretta regolazione quotidiana della funzione metabolica nel fegato.

Lo studio sui topi

I ricercatori hanno analizzato il metaboloma epatico – cioè l’insieme delle sostanze che partecipano ai processi biologici del fegato – di topi carenti nell’espressione del recettore D2 della dopamina (D2R) nei neuroni striatali medio-spinosi e hanno riscontrato profondi cambiamenti nel metaboloma circadiano epatico rispetto ai topi di controllo. Hanno potuto, quindi, dimostrare che l'attivazione dei circuiti dopaminergici mediante somministrazione acuta di cocaina, in questi topi, riprogramma il metaboloma circadiano del fegato in risposta alla cocaina.

I cambiamenti che avvengono nella segnalazione della dopamina in particolari neuroni striatali comportano cambiamenti rilevanti nella fisiologia del fegato.

L’uso di droghe

Le proprietà gratificanti dell’uso di sostanze – quali alcol, nicotina, oppioidi e simili – derivano dalla loro capacità di aumentare i livelli di dopamina nelle aree cerebrali responsabili del controllo emotivo. Le droghe modificano la plasticità neuronale, determinando la dipendenza. Quest’ultima provoca cambiamenti, sia a livello molecolare sia cellulare, nelle aree coinvolte alla segnalazione della ricompensa tra cui lo striato, oggetto della ricerca. Le regioni dorsali e ventrali dello striato sono quelle interessate dagli effetti delle droghe. In particolare, il dorsale è responsabile degli effetti della droga in termini di stimolazione motoria, decisionale e comportamentale.

L’orologio circadiano e l’uso di droghe

Gli orologi circadiani sono reti pacemaker biologici presenti praticamente in tutti i tessuti dell'organismo, che regolano la corretta omeostasi ritmica attraverso varie vie endocrine e metaboliche. Come si è detto, tali orologi sono influenzati da segnali ambientali quali, per esempio, l’assunzione di cibo, l'esercizio fisico e le attività sociali.

La ricerca si è incentrata sulla comunicazione tra striato e fegato in risposta alla cocaina, in qualità di fattore di stress esterno. Dallo studio è emerso che la cocaina, nei topi carenti nell'espressione del recettore D2, porta a una riprogrammazione dell'espressione genica circadiana nel NAcc.

Un abuso di cocaina ha, inoltre, portato ai seguenti cambiamenti:

  • Nei topi wild-type induce variazioni nei profili dei metaboliti ritmici nel fegato;
  • nei topi carenti nell'espressione del recettore D2, la perdita di D2R nello striato altera questo profilo ritmico.

Conclusioni

I risultati ottenuti da questa ricerca indicano che i cambiamenti ambientali e genetici nelle aree cerebrali centrali, per gli effetti gratificanti della cocaina, influenzano le risposte metaboliche del fegato, mettendo ancora più in evidenza quanto sia stretta la comunicazione tra aree cerebrali e metabolismo epatico e – di conseguenza – la relazione tra uso di sostanze e deficit sistematici. Si riscontra, infatti, una stretta interazione interorgano in risposta alla cocaina, che modifica fortemente la fisiologia basale e i ritmi circadiani.

 

Dr.Alfio Garrotto

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Thu, 26 May 2022 07:32:24 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/533/metabolismo-epatico-e-dipendenze-uno-studio-italiano alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Pubertà precoce per le bambine: +122% durante la pandemia https://www.alfiogarrotto.it/post/532/puberta-precoce-per-le-bambine-122-durante-la-pandemia

Un recente studio coordinato dall’Ospedale Bambino Gesù di Roma, con la collaborazione dei centri endocrinologici pediatrici dell’Ospedale Gaslini di Genova, del Policlinico Federico II di Napoli, dell’Ospedale Pediatrico Microcitemico di Cagliari e della Clinica Pediatrica Ospedale di Perugia, ha registrato un rilevante incremento dei casi di pubertà precoce nelle bambine prendendo in analisi il semestre marzo-settembre 2020 raffrontandolo allo stesso periodo dell’anno precedente.

L’obiettivo dello studio retrospettivo condotto è stato proprio quello di valutare i bambini osservati per sospetta pubertà precoce prendendo in analisi un campione di ben 490 bambini suddivisi in base all’anno di osservazione e alla diagnosi finale: telarca transitorio, pubertà precoce non progressiva, pubertà precoce centrale o pubertà precoce.

Ben 338 soggetti sono stati segnalati rispetto ai 152 dello stesso periodo del 2019 facendo così registrare un aumento del 122%. L’aumento è considerevole, quasi esclusivamente a carico delle bambine (328 su 338 sono ragazze, solo 10 sono ragazzi) e si è osservato in particolare nel secondo trimestre del periodo considerato (giugno-settembre). L’incidenza di ragazze con pubertà precoce centrale confermata è inoltre percentualmente più alta nel 2020 rispetto al 2019 (135 ragazze su 328, ossia il 41% nel 2020 vs. 37 ragazze su 140, ossia il 26% nel 2019).

Tale studio, pubblicato da Endocrine Connections[1], fa seguito e conferma ciò che si era incominciato a osservare in una precedente ricerca del Reparto di Endocrinologia del Bambino Gesù, guidato dal prof. Marco Cappa, per lo studio di terapie innovative per le endocrinopatie (Italian Journal of Pediatrics 2021[2]), tentando di indagare le cause attraverso la somministrazione di interviste telefoniche alle famiglie dei soggetti coinvolti per raccogliere i dati necessari alla valutazione di possibili fattori predisponenti.

Ma che cos’è la pubertà precoce?

Con questa dicitura si intende una condizione alquanto rara che porta all’inizio della maturazione sessuale prima degli 8 anni per le bambine e prima dei 9 anni per i bambini. In Italia riguarda una forchetta di 1-6 bambini ogni 1000 e comporta una trasformazione del corpo del bambino che, precocemente appunto, comincia a sviluppare caratteri sessuali e una rapida chiusura delle cartilagini di accrescimento osseo. Questi bambini, di conseguenza, crescono molto velocemente in altezza registrando poi uno stop anticipato che li ferma a una statura inferiore alla media. L’aspetto importante della diagnosi precoce sta nel fatto che se essa avviene è possibile agire per via farmacologica rallentando il sopraggiungere della pubertà.

La dottoressa Bizzarri, coordinatrice dello studio, ha commentato la disparità tra l’incidenza sulle bambine e quella sui bambini precisando che non ci sono attualmente delle spiegazioni scientificamente accertate, ma che è stato comunque registrato come la pubertà precoce sia “più spesso il risultato di mutazioni genetiche predisponenti o disturbi organici dell’asse ipotalamo-ipofisario”. Nelle bambine osservate per pubertà precoce non c’è stata differenza tra 2019 e 2020 per l’età media rilevata di insorgenza (intorno ai 7 anni), non ci sono state neanche differenze significative per quanto riguarda i parametri clinici e auxologici (quali peso, altezza, BMI, peso alla nascita, età di inizio dei sintomi) e, dunque, la differenza significativa registrata è soltanto quella che concerne abitudini e stili di vita.

 Infatti, l’aumento dei casi più significativo è quello di pubertà precoce a rapida evoluzione, ossia quella che richiede una specifica terapia farmacologica e sulla quale abitudini alimentari e di stili di vita incidono maggiormente. Dalle interviste condotte con le famiglie dei bambini coinvolti nello studio è emerso un uso considerevolmente aumentato dei dispositivi elettronici, quali pc, tablet e smartphone rispetto al 2019. L’introduzione della dad, l’uso dei dispositivi anche nel tempo libero come strumento di svago (visto il confinamento domestico), in abbinamento a una drastica riduzione dell’attività fisica praticata e all’introduzione di una quantità maggiore di cibi di “conforto”, sono risultati fattori che hanno poi correlato con l’insorgenza della pubertà precoce. Da non sottovalutare, infine, il riferito cambio del comportamento e l’aumento di sintomi riconducibili allo stress nel periodo in esame, stress emotivo confermato anche da diversi studi scientifici portati avanti nel periodo pandemico e che già in precedenza avevano evidenziato un aumento importante dei disturbi comportamentali-emotivi del bambino[3].

Sempre la dottoressa Bizzarri ha, a tal proposito, sottolineato che, se da un lato è innegabile l’associazione positiva tra benessere fisico e benessere psicologico, dall’altro va anche presa in considerazione quella negativa che associa uno stile di vita sedentario (ancor di più se in seno all’isolamento sociale) all’aumento di una percezione della vita meno appagante, di ansia e di pensieri depressivi. «Sappiamo che la secrezione dell’ormone ipotalamico che dà inizio allo sviluppo puberale (GnRH) è regolata a livello del cervello, ma i meccanismi responsabili non sono ancora completamente noti. Potremmo presumere che una disregolazione dei neurotrasmettitori cerebrali indotta dallo stress sia alla base dell’aumento di nuovi casi di pubertà precoce osservati durante la pandemia. Lo stress potrebbe agire come un fattore scatenante più potente sui neuroni che secernono GnRH nelle ragazze con ulteriori fattori di rischio, come uno stile di vita sedentario e un eccessivo uso di dispositivi elettronici già evidenti prima della pandemia. La verifica di questa ipotesi apre interessanti prospettive di sviluppo per la ricerca clinica nel campo della pubertà precoce dei prossimi anni»[4].

Sebbene, dunque, non ci sia la certezza del nesso causale con questi fattori, sarebbe però imprudente ignorare i risultati ottenuti dallo studio e non prendere in considerazione la possibilità che tali fattori possano aver innescato una precoce attivazione puberale nei soggetti già predisposti, vista l’impennata del +122% descritta in principio. Risultati che devono farci riflettere sull’importanza dei fattori ambientali a cui viene esposto il bambino nella fase dello sviluppo.

Dr.Alfio Garrotto

 

[1] https://ec.bioscientifica.com/view/journals/ec/aop/ec-21-0650/ec-21-0650.xml

[2] https://ijponline.biomedcentral.com/articles/10.1186/s13052-021-01015-6

[3] L’Unità di Neuropsichiatria Infantile del Bambino Gesù, in particolare, ha condotto nel 2021 una ricerca che ha portato come risultato l’evidenza di un disturbo da stress post-traumatico dovuto alla quarantena e/o all’isolamento sociale nel 30% dei bambini osservati.

[4] https://www.quotidianosanita.it/scienza-e-farmaci/articolo.php?articolo_id=101851

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Wed, 16 Mar 2022 08:16:33 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/532/puberta-precoce-per-le-bambine-122-durante-la-pandemia alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Chirurgia metabolica https://www.alfiogarrotto.it/post/531/chirurgia-metabolica

L’obesità rappresenta, a livello mondiale, uno dei principali problemi di salute pubblica ancor di più se consideriamo che la sua incidenza è in costante e preoccupante aumento, non solo nei Paesi occidentali ma anche in quelli a basso-medio reddito. In Italia, ad esempio, il sistema di monitoraggio ‘OKkio alla Salute’ del Centro Nazionale di Prevenzione e Controllo delle Malattie del Ministero della Salute ha condotto uno studio di raccolta dei dati antropometrici e degli stili di vita dei bambini delle terze classi primarie (8-9 anni di età) riportando che il 22,9% del campione è in sovrappeso e che l’11,1% è in condizioni di obesità (dati relativi all’anno 2010).

Tali dati, francamente preoccupanti, diventano però catastrofici se si considera l’obesità non come causa ma come sintomo di una ben più diffusa malattia, la malattia metabolica, una patologia ad eziopatogenesi multifattoriale (genetica, ambientale, alimentare, neuro-ormonale). Infatti, l’obesità (come viene definita classicamente), il diabete di tipo II, gli squilibri endocrino-metabolici ad esse legate, alcune malattie cardiovascolari e del connettivo, l’ipertensione arteriosa essenziale, la sindrome dell’apnea notturna, sono certamente un’unica galassia che potremmo identificare appunto in un’unica malattia: la malattia metabolica.

Nella patogenesi di questa malattia sembrano entrare in campo ormoni prima misconosciuti o poco valutati come le Greline, le Alfa-leptine e le secretine duodeno-digiunali, la costituzione geneticamente determinata, la presenza di una differente quantità di grasso viscerale rispetto la norma, la qualità e la quantità di cibo ingerito, il metabolismo. L’impossibilità di intervenire congiuntamente su tutti questi fattori patogenetici fa sì che la chirurgia rappresenti oggi la migliore soluzione per la cura di questa patologia così complessa.

Il trattamento della malattia metabolica è il nostro principale obiettivo e ce ne occupiamo fin dal 1990. Tuttavia la multifattorialità di quest’ultima necessita di una collaborazione multidisciplinare che ci consente, nella pratica, di affrontare il trattamento chirurgico nel modo più personalizzato possibile sia sui grandi e medi obesi, sia su alcuni pazienti diabetici.

Oggi il trattamento chirurgico offre il più concreto risultato in termini di riduzione di peso e di miglioramento dello stato dismetabolico perché agisce sui fattori eziopatogenetici più importati. I due interventi che attualmente hanno questa concreta potenzialità, il by-pass gastrico e la sleeve gastrectomy.

Dobbiamo precisare che durante la visita viene esaminata la malattia metabolica assieme al paziente che così ha non soltanto un quadro generale della tecnica operatoria (che non avrebbe senso illustrare in assenza di precise cognizioni di fisiologia) ma soprattutto quello clinico della sua situazione fisica coì da essere messo nella condizione di esprimere una preferenza verso un trattamento rispetto a un altro.

L’obiettivo della sleeve gastrectomy è quello di agire in maniera restrittiva sul tratto gastrointestinale, mentre il by-pass oltre ad agire in modo restrittivo interviene anche in maniera parziale sull’assorbimento degli alimenti.

Lo scopo di questi interventi è quello di regolare la produzione di alcuni enterormoni che hanno un’importante funzione nell’equilibrio del nostro metabolismo e di organi importantissimi come il pancreas. Proprio per questo motivo ormai la chirurgia metabolica fa parte dei trattamenti utilizzati per il diabete.

L’intervento di mini bypass gastrico, in particolare, consiste in una tubulizzazione della piccola curvatura gastrica che viene suturata a un’ansa digiunale. Tale tecnica ha sia un’azione restrittiva sia una moderata azione malassorbitiva. Inoltre, agendo in maniera completa sia sulla componente enterormonale gastrica che intestinale alterate, consente un bilanciamento delle due azioni (restrittiva e malassorbitiva) altamente personalizzabile in relazione alla manifestazione clinica della malattia.

In termini di calo ponderale, i risultati sono eccellenti e fanno registrare una perdita tra l’80 e il 100% del sovrappeso. Come conseguenza si registrano anche la remissione del diabete di tipo II (circa nel 90% dei casi) e la risoluzione della sindrome delle apnee notturne, dell’ipertensione e delle dislipidemie (circa nel 92% dei casi).

Il mini bypass gastrico è, inoltre, una tecnica chirurgica reversibile, che viene eseguita in videolaparoscopia con una durata media di 45 minuti: ha una bassissima percentuale di complicanze post operatorie, e oltre agli ottimi e duraturi risultati nella risoluzione della malattia metabolica (obesità, diabete di tipo II, ipertensione, ecc.) consente al paziente una vita di relazione e una alimentazione normali dopo appena una settimana dalla dimissione (in media). Il ricovero nella maggior parte dei casi non supera i tre giorni e durante il ricovero non si ha apposizione di sondino nasogastrico, ma solo un drenaggio che viene rimosso dopo le prime 48h.

La ripresa della normale dieta avviene dopo circa una settimana dalla dimissione. Il dimagrimento si ha entro i 7-8 mesi (nel 70% dei casi), mentre la risoluzione del diabete di tipo II e della sindrome metabolica dopo qualche mese.

I controlli verranno effettuati, dopo il primo normale periodo postoperatorio, a tre mesi, a sei mesi e poi una volta all’anno. Se necessario i pazienti assumeranno ciclicamente integratori alimentari e nel caso di pazienti donne in età fertile, laddove non vi sia una perfetta integrazione alimentare, si potrà supplire con terapia marziale.

Le donne, tenendo conto che la vita di relazione non viene alterata, nel caso di gravidanza, dovranno attenersi alle normali condotte terapeutiche.

Dr. Alfio Garrotto

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Tue, 22 Feb 2022 08:05:23 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/531/chirurgia-metabolica alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Malattie tiroidee: qualche chiarimento sulla tiroidite di Hashimoto https://www.alfiogarrotto.it/post/530/malattie-tiroidee-qualche-chiarimento-sulla-tiroidite-di-hashimoto

È importante parlare di tiroide poiché è uno degli organi più importanti del nostro organismo, in grado di regolare processi metabolici tramite la produzione di ormoni fondamentali al funzionamento corretto di tutto gli organi. In Italia i disturbi legati alla tiroide, in particolare l’ipotiroidismo, sono molto frequenti: si parla di circa 6 milioni di cui circa 40mila ogni anno si sottopone a un intervento chirurgico alla tiroide. I dati degli ultimi anni mostrano un trend di crescita che, però, non deve allarmare poiché è giustificato dall’incoraggiante crescita dei controlli che vengono annualmente effettuati allo scopo di giungere a diagnosi precoci e terapie efficaci.

Una delle patologie più frequenti della tiroide, di cui è affetta circa una persona su 20 (a prevalenza femminile), è la tiroidite di Hashimoto. Quest’ultima è un’infiammazione cronica della tiroide generata dallo stesso sistema immunitario del paziente che ne è affetto e dunque è una patologia autoimmune nella quale è proprio il nostro organismo a ribellarsi contro sé stesso, in questo caso attaccando e distruggendo tessuti sani della ghiandola tiroidea, riconosciuti erroneamente come estranei.

Nella gran parte dei casi è possibile che la patologia venga riscontrata maggiormente in determinati soggetti:

  • chi è già affetto da altre malattie autoimmuni
  • chi abbia una familiarità clinica con patologie autoimmuni (genitori, zii, nonni e così via)
  • chi consumi una quantità troppo elevata di iodio, ad esempio tramite l’assunzione di farmaci o di particolari alimenti (es. alghe) che ne siano ricchi
  • chi viva, geograficamente parlando, in regioni in cui vi è un apporto di iodio ridotto.

La carenza/eccesso di iodio, come si può notare, è uno dei fattori da monitorare in quanto lo iodio risulta di fondamentale importanza per un corretto funzionamento tiroideo.

 

Cosa comporta la tiroidite di Hashimoto

All’insorgenza della patologia non comporta un immediato malfunzionamento della tiroide e anche i valori degli ormoni da essa prodotti, nelle fasi iniziali, risultano nella norma. A lungo andare, invece, la ghiandola inizia a deteriorarsi e con il suo danneggiamento anche gli ormoni prodotti iniziano progressivamente a ridursi. Il tessuto tiroideo, infatti, è composto da follicoli, simili a piccoli sacchetti, che contengono una sostanza visivamente simile alla colla, chiamata appunto colloide. Da quest’ultima le cellule tiroidee ricavano gli ormoni veri e propri (T3 e T4). Se, in un organo sano, il tessuto tiroideo appare vario ma equilibrato, nel caso di tiroidite le cellule si presentano come tutte piccole, uguali e distribuite in blocchetti compatti, con un’ingente presenza di globuli bianchi (linfociti). È in questo momento clinico che la tiroidite, iniziando ad avere problemi di produzione degli ormoni, diventa ipotiroidismo, ossia una patologia correlata all’insufficienza ormonale.

 

Diagnosi

Molte volte, proprio per la difficoltà di una diagnosi precoce, dovuta all’iniziale funzionamento “normale” dell’organo, il riscontro della malattia può avvenire in un secondo momento, ma non è raro, anzi piuttosto diffuso, che esso possa avvenire, invece, tramite l’attenta analisi del quadro clinico generale da parte di medici di base o da specialisti quali allergologi, ginecologi o reumatologi che affrontando altre patologie che possono correlare con la tiroidite prescrivano approfondimenti al soggetto. Dunque, solitamente, si arriva al passaggio della visita specialistica endocrinologica soltanto in ultima battuta per la diagnosi definitiva.

La tiroide di un paziente affetto da Hashimoto all’esame del collo si presenta come gonfia e di consistenza irregolare al tatto. Dopo questa prima evidenza, lo specialista prescriverà delle analisi più specifiche per il monitoraggio dei valori ormonali che indicano lo stato di attività tiroidea e la misurazione del valore anticorpale anti tireoglobulina (AbTG) e anti tireoperossidasi (AbTPO), che vengono prodotti dal sistema immunitario indebitamente, indicatori dell’insorgere della patologia.

Ulteriore strumento diagnostico è l’ecografia tiroidea che, nel caso della tiroidite di Hashimoto, mostrerà una tiroide infiammata e vascolarizzata più del dovuto.

 

Cura e precauzioni per le pazienti che affrontano una gravidanza

Per quanto concerne il trattamento della tiroidite di Hashimoto dobbiamo fare una prima macro-distinzione:

  • la semplice osservazione del procedere della patologia, nei casi di eutiroidismo;
  • la terapia ormonale sostitutiva, nei casi di ipotiroidismo.

In questo secondo caso, si procede con l’utilizzo di levotiroxina che altro non è che un analogo sintetico dell’ormone tiroxina prodotto naturalmente dalla tiroide sana. Somministrando tale farmaco in maniera costante e quotidiana vengono ristabiliti i livelli ormonali corretti prevenendo complicanze della patologia e risolvendone eventuali sintomatologie. Chiaramente in base al tipo di deficit si procederà con un dosaggio specifico che potrebbe necessitare di diverso tempo per essere calibrato e ottimizzato al meglio sulla singola persona. A tal proposito saranno prescritti controlli ematici periodici per monitorare l’andamento della terapia e la risposta del paziente. Al contrario di altre patologie autoimmuni, per la tiroidite di Hashimoto non si consiglia, talvolta anzi può rivelarsi addirittura dannosa, la terapia volta all’eliminazione del disordine autoimmune, come ad esempio il trattamento con cortisonici e farmaci immunosoppressori.

Non potendo purtroppo agire a monte, la terapia ormonale sostitutiva dovrà essere portata avanti in modo continuativo lungo tutto il corso della vita affinché i livelli ormonali restino sempre costanti, facendo attenzione a eventuali interferenze con la somministrazione di altri prodotti farmaceutici (quali multivitaminici o integratori, sempre meglio concordarli con il proprio medico curante) o di alcuni medicinali specifici di altre patologie (come ad esempio alcuni farmaci per la cura del reflusso, dell’ipercolesterolemie o dell’iperpotassiemia) che possono avere un effetto confliggente con la levotiroxina utilizzata nella terapia tiroidea.

Dr. Alfio Garrotto

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Tue, 18 Jan 2022 09:50:12 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/530/malattie-tiroidee-qualche-chiarimento-sulla-tiroidite-di-hashimoto alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Malattie endocrine e Covid-19 https://www.alfiogarrotto.it/post/529/malattie-endocrine-e-covid-19

Recentemente, dall’11 al 14 novembre, si è svolto a Trieste un congresso denso di appuntamenti organizzato dall’Associazione dei Medici Endocrinologi (AME) in occasione dei loro primi vent’anni di attività. L’evento, nella sua ricchezza di conferenze e incontri, è stato l’occasione per affrontare più da vicino diverse problematiche legate alle patologie endocrine, non solo di tipo strettamente scientifico, ma anche statistico: prima tra tutte, ad esempio, la riduzione delle visite specialistiche di ben il 50% che l’AME ha registrato dall’inizio del lockdown a oggi (con punte anche del 70% in alcune regioni d’Italia).

Le malattie endocrine, come obesità, diabete, tumori benigni dell’ipofisi, tiroiditi, infertilità sono, purtroppo, tra quelle che – con la crisi pandemica – sono passate in secondo piano, con conseguenze evidenti sulla salute dei cittadini in termini sia di prevenzione sia di cura tempestiva all’insorgenza. Come sappiamo, purtroppo, il calo di visite specialistiche ha investito molti settori della medicina come conseguenza indiretta della pandemia, ma voglio soffermarmi proprio sull’endocrinologia poiché ancor più di altre branche mediche è misconosciuta e sottovalutata nella sensibilità comune.

Sicuramente possiamo dire che malattie quali obesità, tiroidite, diabete, infertilità possono essere seguite, ed è stato fatto, tramite la telemedicina che, contrariamente alle previsioni, si è rivelata un utile strumento nelle nostre mani per seguire passo passo i pazienti con una diagnosi già conclamata. Per queste malattie, infatti, è bene non perdere di vista l’andamento del paziente nel seguire le cure visto anche l’alto grado di stigmatizzazione che alcune di esse portano con sé, penso ad esempio all’obesità per la quale trovo necessario, al fine di una buona riuscita del percorso di terapia, che il paziente si senta accompagnato (aspetto molto difficile da portare avanti in pandemia). Ecco perché è stato interessante rilevare come da un banale scambio di mail, fino a vere e proprie visite da remoto, avere la tecnologia dalla propria parte sia stato in questi casi fondamentale. Si è notato, poi, che le malattie endocrine, molto diffuse nella popolazione generale, stanno subendo un ulteriore incremento negli ultimi anni, lento e costante: tendenza che nel medio e lungo periodo tenderà a consolidarsi ancor di più se non si attuano screening e visite di controllo. 

Enrico Papini, fondatore dell’AME insieme a Grimaldi, ha dichiarato in proposito che: “mai come in questo momento è importante ricordare che l’endocrinologia svolge un ruolo fondamentale per migliorare la salute dei cittadini. Basti pensare che molte delle patologie più gravi appartengono a questo ambito medico. È evidente che il ruolo dell’endocrinologo deve diventare centrale per la ripartenza post pandemia che guarda al prossimo futuro in salute. Inoltre, l’endocrinologia italiana è riconosciuta di grande valore a livello mondiale, in particolare per l’ecografia e la cura delle patologie tiroidee, può quindi assumere un ruolo guida in questo processo di rinascita”.

 

Diabete, obesità e covid

In aggiunta a quanto detto, ci sono alcune patologie endocrine per le quali il binomio con il Covid si è rivelato potenzialmente molto pericoloso, manifestandosi in forme più severe e con una maggiore probabilità che insorgano complicanze anche fatali.

Prima tra tutte il diabete. Si è visto in questi ultimi due anni come esso abbia costituito un fattore di rischio importante per chi avesse contratto il Covid ed è dunque fondamentale riuscire a far mantenere ai pazienti una corretta aderenza terapeutica per minimizzare i pericoli del virus. Non fa differenza la tipologia di diabete, che sia diabete mellito di tipo 1 o di tipo 2, l’aumento del rischio di contrarre patologie in forma più aggressiva e che possano in seguito rivelarsi letali aumenta per tutti i soggetti e soprattutto nella fascia d’età inferiore ai 75 anni, indipendentemente dal peso. I pazienti con diabete non riescono ad avere un buon compenso glicemico e questo comporta per loro una maggiore incidenza del bisogno di ricorrere al ricovero.

Un discorso analogo può essere portato avanti per le persone con obesità, che non solo sono dei soggetti a rischio ma, a causa dell’isolamento pandemico, sono state messe a dura prova nei loro percorsi terapici. La pandemia si è rivelata come una sorta di acceleratore per l’insorgenza di obesità (soprattutto infantile) che ha registrato un picco senza precedenti. Con il contenimento della pandemia, il mio augurio è che si riesca a contenere questa vera e propria emergenza chiamata obesità infantile e giovanile. Lo stigma in cui i ragazzi e i giovani con obesità incorrono è parte del problema e prima ancora che un problema sanitario è un problema culturale e sociale: importantissimo, dunque, sensibilizzare su tali tematiche e non giudicare e far sentire soli i pazienti in questo periodo così difficile.

L’argomento meriterebbe molto più spazio e mi riservo di approfondire alcune di queste patologie più nello specifico in alcuni prossimi contenuti. Quello che però ci tengo a ribadire è che non bisogna assolutamente trascurare o sottovalutare le malattie endocrine, dobbiamo farle uscire dalla loro sfera di invisibilità, toglierle dallo stigma (laddove ve ne fosse traccia) e sensibilizzare i cittadini sull’importanza della cura e della prevenzione.

Dr. Alfio Garrotto

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Tue, 14 Dec 2021 10:00:31 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/529/malattie-endocrine-e-covid-19 alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
L’obesità a un punto di svolta? Novità da Cambridge https://www.alfiogarrotto.it/post/528/l-obesita-a-un-punto-di-svolta-novita-da-cambridge

Un recente studio portato avanti dai ricercatori dell’Università di Cambridge e pubblicato a inizio novembre su PLOS Biology [1] potrebbe rivelarsi significativo nell’avanzamento della ricerca circa la strutturazione di una terapia da poter intraprendere efficacemente a beneficio delle persone affette da obesità, ponendo l’accento sul potenziale ruolo della genetica nel modo in cui il corpo gestisce e immagazzina il peso.

 

La scoperta riguarda, appunto, alcuni geni che sembrerebbero associabili all’obesità umana rivelando così quelli che potrebbero dimostrarsi nuovi meccanismi da innescare in modo mirato affinché si giunga a una terapia specifica per la perdita di peso. Nell’abstract della ricerca viene precisato che sebbene gli studi genetici sugli individui con obesità e l’analisi di varianti genetiche rare possano identificare nuovi geni associati alla patologia, resta comunque una grande sfida tentare di stabilire una relazione funzionale tra questi geni candidati e l’adiposità. La ricerca infatti ha portato alla scoperta di un ingente numero di rare varianti del gene omozigote mediante il sequenziamento dell’esoma (quella parte di genoma in grado di esprimere per una proteina, ossia quella fetta “codificante” di tutto il genoma) di bambini gravemente obesi, compresi quelli provenienti da famiglie consanguinee. Valutando la funzione di questi geni ne sono stati identificati quattro, precedentemente non connessi all’obesità umana, in grado, invece, di regolare l’adiposità. In particolare, la proteina transmembrana dachsous sembrerebbe essere a monte della serie a catena di attività collegate alla così detta “via dell’ippopotamo”, ossia quel processo che regola la dimensione degli organi moderando la crescita cellulare.

Se fosse possibile, dunque, modificare selettivamente questi geni, si potrebbe pensare di contrastare in modo mirato la causa generatrice della malattia, che ricordiamolo sempre, colpisce l’enorme numero di oltre 600 milioni di persone nel mondo.

 

 

Lo studio

Lo studio è stato condotto cercando i “geni dell’obesità” nelle mosche grasse (o moscerini della frutta) andando ad attivare la loro attività e vedendo come ciò influiva nel calo di peso degli insetti.

Lo studio è stato condotto proprio su tale specie animale perché in una particolare sequenza genomica ci sarebbero delle congruenze, sia con l’uomo che con l’ippopotamo, con cui l’uomo condivide ben il 75% del corredo genomico, oltre ad essere una specie animale che – al pari dell’uomo – sviluppa problemi cardiaci e di aumento di peso se allevati con diete ricche di zuccheri o di grassi.

Dopo aver messo a confronto diversi e ampi set di sequenze genetiche di persone con obesità grave precoce, ci si è concentrati su piccoli cambiamenti genetici presenti in due copie di geni, utilizzando la tecnica di interferenza dell’RNA per provocare una progressiva diminuzione dell’attività di ogni gene e studiando conseguentemente se tale diminuzione aveva un effetto sui livelli di trigliceridi (molecola principale di accumulo di grasso nei moscerini analizzati).

Riducendo l’attività dei geni collegati alla via dell’ippopotamo sono significativamente aumentati i trigliceridi, rendendo evidente che l’interferenza – tramite rimozione di collegamenti nel percorso genico – aveva la capacità di alterare il livello di trigliceridi.

Cosa comporta questa scoperta in termini terapici per l’obesità nell’uomo?

Porta ad avere le informazioni potenziali per l’identificazione di quei geni che, se mutati, sono in grado di condurre all’obesità anche per l’uomo. Se infatti, eliminando nel cervello dei moscerini “l’allert” genetico opportuno essi tendono a ingrassare, lo studio apre una speranza per tutti i trattamenti dell’obesità in quanto si potrebbe cominciare a sviluppare una classe di farmaci appositi che potenziando questi geni specifici induca nel soggetto affetto una riduzione dell’adipe.

Uno sviluppo futuro di questa ricerca, che mira a dimostrare come alcuni soggetti siano geneticamente predisposti ad accumulare più grasso del normale, potrebbe inoltre iniziare a coinvolgere attivamente un gruppo di persone con obesità intensificando la ricerca nell’ottica di trovare un piano di dimagrimento calibrato e specifico in base al dna del paziente in questione.

Dr. Alfio Garrotto

[1] https://journals.plos.org/plosbiology/article?id=10.1371/journal.pbio.3001255

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Wed, 17 Nov 2021 09:23:54 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/528/l-obesita-a-un-punto-di-svolta-novita-da-cambridge alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Ottobre Rosa: bene la prevenzione, ma non dimentichiamo la ricerca! https://www.alfiogarrotto.it/post/527/ottobre-rosa-bene-la-prevenzione-ma-non-dimentichiamo-la-ricerca

Come ogni anno con l’autunno è arrivato anche il momento dell’Ottobre rosa di Lilt (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori) e si torna a parlare, giustamente, di prevenzione e in particolare di prevenzione per il tumore al seno.

Ogni giorno, infatti, in Italia si contano più di mille nuovi casi di tumore e, come sappiamo, il 2020 e il primo semestre del 2021 non sono stati mesi positivi in questo senso poiché, a causa di molti esami rimandati e controlli effettuati con ritardo a causa della pandemia, si è registrato un numero di decessi per cancro maggiore rispetto all’anno precedente. Mettere in secondo piano malattie molto insidiose e pericolose come i tumori, venendo meno alla cadenza degli screening o ritardando interventi e prestazioni, sebbene ciò sia avvenuto a causa di motivi emergenziali dovuti alla pandemia, si è rivelato un completo disastro. I dati dei decessi causati da tumori e malattie cardiovascolari sono elevatissimi e ci impongono di incrementare l’attenzione verso queste patologie che hanno continuato a insorgere come e più ancora rispetto alla fase pre-pandemica e che dunque non possono essere messe da parte o sottovalutate.

In particolare, l’Ottobre Rosa si occupa di sensibilizzare sempre di più la popolazione femminile circa i pericoli legati al cancro alla mammella e, di conseguenza, di dare il giusto risalto al tema della prevenzione con la possibilità di accedere a una visita senologica gratuita presso il più vicino ambulatorio della rete Lilt. Quest’anno, inoltre, c’è anche un’importante novità da sottolineare, ossia l’ufficializzazione da parte del Ministro Speranza della gratuità per l’Ottobre Rosa 2021 dei test genomici per il tumore al seno. Tali test rendono possibile la conoscenza della specifica mutazione del tumore di cui si è affette e, semplificando, poter studiare un migliore approccio terapeutico sapendo in anticipo, ad esempio, l’eventuale grado di efficacia di una chemioterapia.

Prima ancora di arrivare alla fase di screening, è bene anche rendere le donne consapevoli del loro corpo e insegnare l’autopalpazione del seno che, per buona norma, andrebbe condotta una volta al mese e che costituisce un primo tassello di prevenzione di cui ciascuna donna può facilmente servirsi. Utile, poi, risulta la conoscenza di fattori di rischio da prendere in considerazione e che possono essere:

  • non modificabili (l’avanzare dell’età, la familiarità o la presenza di mutazioni genetiche);
  • modificabili (alimentazione, fumo, alcol, vita sedentaria, obesità).

Nel caso dei fattori non modificabili la consapevolezza che essi possano aumentare la possibilità di sviluppare un tumore permette alle donne di controllarsi più spesso e di seguire protocolli di prevenzione più stringenti; nel caso dei fattori modificabili, invece, si può cercare di intervenire su di essi per minimizzarli cominciando ad esempio dall’adozione di uno stile di vita che includa una maggiore attività fisica e un’alimentazione più sana.

D’altra parte, però, è bene anche gettare luce sulla preziosa attività del comitato “Oltre il nastro rosa”, il quale, organizzato da un nutrito gruppo di donne affette da tumore al seno metastatico, ha l’intento di far conoscere la difficile condizione a cui esse sono sottoposte e fare luce su una serie di richieste per loro imprescindibili: “Il cancro al seno metastatico è la parte meno raccontata di questa malattia, nonostante quasi il 30% delle donne ammalate di cancro primario possa sviluppare metastasi fino a venti anni dopo. Si stima che ci siano in Italia più di 37.000 donne con cancro al seno metastatico. Ogni anno in Italia circa 14.000 donne muoiono di cancro al seno. Il 5-7% delle donne colpite dal cancro al seno sono metastatiche de novo, ossia dall’esordio. Nonostante queste cifre la malattia continua a essere descritta come guaribile nella stragrande maggioranza dei casi e come un rito di passaggio capace addirittura di rendere migliore chi ne viene colpita. Una narrazione che nasconde la realtà di terapie estenuanti e prolungate che non offrono guarigione”[1].

Sono parole dure che non possono non essere prese in considerazione. Bisogna ascoltare le donne e le attiviste che in prima persona affrontano quotidianamente le difficoltà di questa malattia e far passare il messaggio che, oltre alla fondamentale prevenzione, di cui però forse si conosce già l’importanza, sia fondamentale anche l’investimento concreto nella ricerca, istituendo ad esempio un osservatorio sul tumore al seno metastatico. La diagnosi precoce, infatti, è uno strumento imprescindibile ma non evita la malattia e non sempre, purtroppo, risulta vero che preso precocemente questo tipo di tumore sia assolutamente guaribile. Implementare, invece, i fondi da destinare alla ricerca e creare un database per comprendere la reale incidenza di quanti tumori diventino metastatici non solo a 5 anni, ma anche a 10 e 15 anni, con statistiche di sopravvivenza che abbattano il muro del quinquennio, potrebbe essere una buona prassi da mettere in atto per aiutare concretamente la lotta a questa patologia.

Tra gli obiettivi di questo comitato anche quello di richiedere a livello legislativo una velocizzazione dei tempi per l’approvazione di farmaci già in circolazione all’estero cercando di poter offrire una diffusione degli stessi in maniera omogenea a livello nazionale. Molto spesso ci si dimentica che nessuno meglio di chi vive la patologia può sapere quali siano gli ostacoli reali che si incontrano giorno dopo giorno nell’affrontarla: è quindi importante dare voce e ascoltare quello che queste donne hanno da dirci e agire nella direzione più consona a un miglioramento reale della qualità della loro vita.

Il tumore al seno deve essere combattuto con un’azione a 360 gradi, non solo preventiva, ma che si occupi anche del percorso terapeutico nel momento in cui essa si manifesta. Ben venga dunque uno scardinamento del racconto troppo spesso superficiale ed edulcorato del tumore al seno e l’avvio di una divulgazione verso il grande pubblico che affronti anche temi più scabrosi e difficili da comunicare quali quello delle recidive (anche dopo molti anni) e delle metastasi.

L’informazione e la consapevolezza sono sempre un ottimo primo passo. Prevenzione sì, dunque, ma anche tutto il resto!

 

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Thu, 21 Oct 2021 08:00:42 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/527/ottobre-rosa-bene-la-prevenzione-ma-non-dimentichiamo-la-ricerca alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Cento anni di insulina: salvavita per i diabetici https://www.alfiogarrotto.it/post/526/cento-anni-di-insulina-salvavita-per-i-diabetici

Quest’anno ricorre un centenario molto importante in ambito medico e in particolare per la diabetologia e l’endocrinologia: l’estrazione dell’ormone insulina.

Nel lontano 1921 due giovani fisiologi ed endocrinologi canadesi Frederick Grant Banting e Charles Herbert Best riuscirono a isolare ed estrarre l’ormone pancreatico da vitelli e buoi facendo sì che il diabete (in particolare quello di tipo 1), all’epoca una malattia mortale che lasciava ai suoi pazienti aspettative di vita limitatissime, potesse avere una cura. Grazie all’insulina i diabetici di tipo 1, una malattia autoimmune insulino-dipendente che provoca la distruzione della parte di pancreas incaricata di generare insulina, sono passati da una aspettativa di vita di 10/20 anni alla possibilità di avere una lunga vita in salute. È facile dunque comprendere l’enorme portata di tale scoperta che ha portato a salvare milioni di vite umane e che, giustamente, nel 1923 valse ai due ricercatori il Premio Nobel per la Medicina.

Sono passati cento anni da questo evento di straordinaria portata per la cura del diabete e nel frattempo sono stati fatti enormi passi da gigante nel perfezionamento della fruizione dell’insulina, passando per alcune tappe fondamentali nel corso degli anni.

Inizialmente, infatti, e fino agli anni ’70, l’insulina a cui si aveva accesso era un estratto non purificato e a causa della presenza di alcuni contaminanti potevano svilupparsi delle reazioni immunitarie (anche severe) oltre a rendere difficoltoso il controllo glicemico. Anche per ricevere le iniezioni la procedura non era semplice. L’ormone andava portato a temperatura ambiente e chi era affetto da questa malattia, sebbene avesse finalmente una cura, si trovava a vivere una vita condizionata completamente dall’assunzione di insulina. Negli ultimi cinquant’anni, però, sono stati fatti enormi passi in avanti, prima con la purificazione dai contaminanti dell’ormone e poi negli anni ’80 con la produzione di insulina umana, grazie alla tecnologia del DNA ricombinante. Da qui in poi è cambiato tutto per le persone diabetiche poiché con questa nuova insulina non solo si aveva a disposizione un prodotto molto più sicuro, ma si poté iniziare a perfezionarla sempre di più realizzando delle tipologie a più lento o più rapido assorbimento che da una parte fossero più semplici da somministrare e dall’altra potessero garantire la gestione della glicemia basale riducendo conseguentemente le complicazioni insorgenti potenzialmente con la somministrazione, e dando modo di strutturare dei trattamenti ad hoc per ogni paziente, combinati con la dieta e non condizionati da essa.

Dagli anni ’90, poi, si è iniziato a gestire in maniera sempre più personalizzata ed efficiente il trattamento terapico con insuline diversificate, fino all’arrivo nel 2000 dell’insulina a uso prolungato che agendo lungo l’intero corso della giornata (24 ore di effetto) liberò finalmente le persone con diabete dalla dipendenza di dover alzarsi a un determinato orario la mattina per ripetere la terapia. Quest’ultima tipologia negli ultimi vent’anni è stata ancora ulteriormente perfezionata, rendendo la sua azione prolungabile fino a 36 ore e sono anche sorte, in sostituzione delle insuline rapide, le ultra-rapide, in grado di agire in pochi minuti senza perdurare a lungo, da assumere durante il pasto.

Dove voglio arrivare con questa carrellata di tappe lungo il corso della storia dell’insulina? A sottolineare due aspetti, a mio avviso fondamentali, che dobbiamo ben tenere presenti quando si parla di insulina.

Il primo è che, ad oggi, è davvero possibile mettere a punto un piano terapeutico ad personam che sposi a pieno le esigenze del paziente rendendogli possibile una vita “normale”, cosa che era assolutamente impensabile fino a venti o trenta anni fa. Tale dato è confortato non solo dagli step avvenuti in questi 100 anni e che ho qui velocemente elencato, ma lo è soprattutto alla luce degli studi che sono tutt’ora in via di precisazione e che ci fanno immaginare, in un prossimo futuro, insuline ad azione iper-prolungata (finanche settimanale), insuline per via orale (eliminando così l’esclusività della via iniettiva), insuline “smart” che una volta iniettate saranno in grado di liberare l’ormone in maniera intelligente in base al livello di glucosio nel sangue e, infine, insuline che possano mantenere la loro stabilità anche al di fuori della catena del freddo, non deteriorandosi con l’aumento delle temperature.

Il secondo aspetto, meno incoraggiante, ma che voglio comunque menzionare è che, sebbene risulti evidente come si possegga ormai da anni un potente salvavita per chi è affetto da diabete di tipo 1, a livello globale ci sono ancora più della metà delle persone che necessitano di insulina che non possono concretamente accedervi, vuoi per la complessità della conservazione, vuoi per i protocolli di trattamento, vuoi soprattutto per i prezzi elevati derivati dal “monopolio” della produzione di tale farmaco in mano a sole 3 case farmaceutiche.

Non è possibile, a cent’anni dalla scoperta di una cura efficace, accettare che vi siano ancora persone che muoiono di diabete per inaccessibilità all’insulina. E pensare che, nel 1921, gli scopritori di questo ormone vendettero il brevetto per la cifra simbolica di 1 dollaro proprio con l’obiettivo di rendere il trattamento possibile e accessibile per tutti e tutte. Mi accodo, dunque, al “Global Diabetes Compact”, un appello promosso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e rilanciato da Medici Senza Frontiere, per ribadire la improcrastinabile necessità di produrre insulina di qualità garantita in quantità idonee per tutti quei paesi a basso reddito in cui i pazienti non sono messi nella possibilità di accedere alle cure per difficoltà di reperimento e di prezzo. E aggiungo, allargando l’appello a chi produce il farmaco, di fare qualcosa nel concreto per ampliare l’offerta a prezzi più convenienti perché non è ammissibile che si lascino decine di migliaia di persone (non solo nei paesi del terzo mondo) con l’unica pericolosissima scelta di razionare autonomamente i dosaggi con il conseguente rischio di sviluppare complicazioni anche letali.

Quella dell’insulina è una storia bellissima, che ha salvato milioni di vite. Facciamo in modo che abbia un lieto fine per tutti e non solo per alcuni.

Dr. Alfio Garrotto

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Thu, 7 Oct 2021 09:13:09 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/526/cento-anni-di-insulina-salvavita-per-i-diabetici alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Celiachia: cos’è, sintomi, trattamento e novità dalla ricerca https://www.alfiogarrotto.it/post/525/celiachia-cos-e-sintomi-trattamento-e-novita-dalla-ricerca

Cos’è?

La celiachia, chiamata anche enteropatia da glutine, è un’infiammazione cronica dell’intestino tenue caratterizzata da un’alterazione, in persone geneticamente predisposte contro il glutine, della risposta immunitaria ad esso da parte dei linfociti T. Tra le popolazioni Europee, con particolare predisposizione nel Nord Europa, la prevalenza della celiachia si aggira intorno tra l’1% e il 3% (in Italia siamo circa allo 1% con un’incidenza sulle donne quasi doppia rispetto agli uomini).

 

Sintomatologia e diagnosi

A livello clinico la sintomatologia è variabilissima e si passa da sintomi più strettamente intestinali, come dolori addominali e diarrea profusa (seguita da un severo dimagrimento), ad altri assolutamente diversi, extra-intestinali, come la frequente insorgenza di anemia sideropenica (ossia l’anemia da carenza di ferro) che non riesce a ristabilirsi tramite la somministrazione del ferro per via orale, ma anche crampi, debolezza muscolare, formicolii, gonfiore alle caviglie, dolori ossei e altri sintomi che a prima vista sono più difficilmente leggibili e condivisi con altre patologie autoimmuni. Quando la celiachia si sviluppa dopo i primi anni di vita, evidenti sono anche il deficit della crescita (staturale e/o ponderale) e un diffuso ritardo nello sviluppo puberale, che nel caso di pazienti che non presentano altra sintomatologia risultano essere i preziosi campanelli d’allarme per l’individuazione della celiachia.

Importante è diagnosticarla tempestivamente poiché se non trattata è in grado di portare a complicanze anche pericolose, come l’insorgenza di linfoma intestinale, tumori della cavità orale, dell’esofago e dell’intestino tenue, ma anche alterazioni non tumorali dell’intestino tenue altrettanto gravi quali l’alterazione anatomica permanenti della sua struttura (tale da rendere il malassorbimento del glutine non più correggibile tramite la dieta gluten-free).

Differentemente alle allergie al grano, la celiachia non è indotta dal contatto epidermico con il glutine, ma soltanto dalla sua ingestione e può essere identificata con assoluta certezza tramite alcuni esami diagnostici da eseguire mentre il paziente sta portando a termine una dieta che comprende il glutine: da un lato la ricerca sierologica di auto-anticorpi specifici e, dall’altro, una biopsia della mucosa duodenale in corso alla duodenoscopia.

 

Trattamento

Attualmente l’unica strada terapeutica percorribile per il trattamento della celiachia è l’eliminazione dalla dieta di tutti i cibi contenenti glutine, quindi i derivati di grano, orzo e segale, che andranno sostituiti con riso, mais, patate, soia o tapioca. Tra gli alcolici la birra è da annoverarsi tra i grandi esclusi. Attenzione particolare, inoltre, bisogna avere con tutti gli alimenti industriali poiché tracce di glutine possono essere presenti in alcuni emulsionanti, addensanti, additivi e stabilizzanti, motivo per cui è sempre necessario, una volta cominciata la dieta priva di glutine, verificare le singole etichette dei cibi.

Persino i farmaci non sono esenti, per questi stessi motivi, da una possibile presenza di glutine: molte compresse e capsule contengono amido. È necessario, perciò, verificare anche le composizioni dei medicinali. Infine, per chi è al principio della sua dieta gluten-free, almeno nei mesi iniziali, è raccomandabile eliminare o almeno ridurre il più possibile il consumo di latte e latticini: l’intestino della persona celiaca, infatti, può registrare un importante deficit nella produzione di lattasi, enzima deputato alla digestione del lattosio.

Novità dalla ricerca

Proprio la mancanza di altre strade, oltre la dieta priva di glutine, nel trattamento della celiachia ha spinto la ricerca a impegnarsi in nuovi studi affinché si possa cercare di dare nuove possibilità di terapia per questa patologia.

Come detto in principio, nella celiachia si innesca un meccanismo di alterazione della risposta immunitaria dei linfociti T e c’è un enzima presente nell’intestino tenue, la transglutaminasi 2, che essendo coinvolto nella deammidazione dei residui di glutammina presenti nel glutine, è in grado con la sua azione di migliorare la stimolazione dei linfociti T e dunque concorrere alla formazione di lesioni della mucosa. Per questo motivo si è pensato di testare un farmaco che inibendo la transglutaminasi possa rivelarsi un potenziale trattamento per la celiachia.

Lo studio in questione è stato pubblicato a inizio luglio sul The New England Journal of Medicine[1] e ha visto coinvolti pazienti celiaci divisi in quattro gruppi di somministrazione: i primi 3 trattati con il farmaco da testare (ZED1227) somministrato in diversi dosaggi e il quarto con il placebo. La necessità di sviluppare questo test per il raggiungimento di un possibile trattamento aggiuntivo alla dieta senza glutine è giustificata da una doppia motivazione: da una parte perché si è riscontrata una difficoltà nell’esclusione totale del glutine e dall’altra perché una volta che la mucosa è stata intaccata, non avviene una completa guarigione nel 40% degli adulti celiaci che mantengono comunque un’alimentazione gluten-free. Sebbene dal trial clinico sia stato evidenziato che vi siano degli affetti avversi, essi sono gli stessi tra i gruppi che hanno assunto il farmaco e il gruppo placebo, dunque non è possibile ancora escludere con certezza che essi siano effetti indesiderati dati dal farmaco, in quanto potrebbero essere semplicemente collegati all’assunzione del glutine. Infatti, nonostante la somministrazione di ZED1227, che è un inibitore della transglutaminasi 2, non si può escludere che l’ingestione di glutine riesca comunque ad attivare i recettori che scatenano la reazione delle celluleT e che quindi poi portano a nausea, vomito e altri effetti avversi di questo tipo. Quello che però fa ben sperare è che quello con ZED1227 sia il primo trattamento “non-dietetico” che ha preliminarmente dimostrato la capacità di prevenire il danno della mucosa nelle persone celiache. Ora resta però da determinare se questo trattamento, e più in generale l’uso di inibitori di transglutaminasi 2, sarà efficace per i pazienti celiaci nella vita di tutti i giorni e con un’esposizione al glutine a lungo termine.

Sicuramente, concludendo, tale studio solleva la possibilità che si venga dimostrata l’efficacia di questo tipo di strategie terapeutiche che mirano direttamente ad agire sulle modificazioni degli antigeni autoprodotti nelle malattie autoimmuni in generale e non soltanto per la celiachia.

Dr. Alfio Garrotto

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Fri, 24 Sep 2021 08:28:25 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/525/celiachia-cos-e-sintomi-trattamento-e-novita-dalla-ricerca alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Esposizione al sole: proteggere la pelle è fondamentale https://www.alfiogarrotto.it/post/524/esposizione-al-sole-proteggere-la-pelle-e-fondamentale

In estate c’è un argomento in particolare in grado di tenere banco e su cui veramente se ne sentono di tutti i colori: l’esposizione al sole. Negli ultimi anni sta diventando noto a un numero sempre maggiore di persone che l’esposizione ai raggi solari, quindi alla radiazione solare ultravioletta, è nociva e classificata come cancerogena (IARC – International Agency for Research on Cancer), ma partendo da questo presupposto come fare per proteggersi senza demonizzarla, né prenderla sottogamba?

Tenterò di rispondere chiaramente proprio a questo punto iniziando col fare riferimento a una splendida iniziativa che è giunta quest’anno alla sua VI edizione, intitolata Il sole per amico e promossa dall’IMI – Intergruppo Melanoma Italiano, e dal Ministero dell’Istruzione. Lo scopo dell’iniziativa, rivolta a tutte le scuole di ogni ordine e grado, è quello di sensibilizzare i ragazzi sin da giovanissimi alla tematica della corretta esposizione ai raggi solari e fargli capire l’importanza della prevenzione per i tumori della pelle (in particolare il melanoma), fino a giungere all’ideazione e realizzazione di un cortometraggio su questi delicati temi. Tra le linee guida dell’IMI c’è un vero e proprio decalogo delle buone pratiche da tenere a mente quando ci si espone al sole ed è il seguente:

  1. Evita le esposizioni eccessive al sole, soprattutto le scottature, se hai un fototipo chiaro.
  2. Esponiti gradualmente per consentire alla tua pelle di sviluppare piano la naturale abbronzatura.
  3. Proteggi bene i bambini (quelli al di sotto di un anno non devono essere esposti al sole).
  4. Non esporti al sole nelle ore centrali della giornata.
  5. Utilizza cappello con visiera, camicia, maglietta e occhiali da sole.
  6. Approfitta dell’ombra naturale o di ombrelloni e tettoie.
  7. Usa creme solari adeguate al tuo fototipo, con filtri per i raggi UVA e UVB; in caso di allergia o intolleranza al sole consulta il dermatologo.
  8. Le creme solari devono essere applicate in dosi adeguate e più volte durante l’esposizione, mentre vanno evitate le creme abbronzanti.
  9. Alcune sedi sono da proteggere in modo particolare: naso, orecchie, petto, spalle, e cuoio capelluto se calvi.
  10. Evita l’utilizzo delle lampade abbronzanti, che invecchiano ancor più precocemente la pelle e sono vietate ai minori.[1]

A queste semplici accortezze va aggiunto che le creme solari vanno applicate sempre circa mezz’ora prima dell’esposizione per essere efficaci (non un minuto prima, dunque, ma neppure con intere ore di anticipo) e che quando si parla di solari resistenti all’acqua non si intende che essi lo siano per l’intera durata della giornata in spiaggia, la validità della protezione del solare è da riferirsi a un paio di bagni di circa 20 minuti intervallati da altrettanti minuti fuori dall’acqua. Una volta trascorso questo tempo l’applicazione andrà ripetuta. Inoltre, per quanto riguarda il punto dieci, va specificato che quello delle lampade abbronzanti da fare prima di esporsi al sole, a mo’ di prevenzione dalle scottature, è un falso mito, da sfatare assolutamente. Quelli delle lampade sono raggi UV artificiali che vanno assolutamente e sempre evitati. Vi basti pensare che prima di procedere con una lampada l’utente dovrebbe firmare un consenso informato del trattamento che sta per effettuare. Ciò, purtroppo, spesso non accade, poiché non incappando in sanzioni nel caso in cui non si faccia firmare questo consenso, molti centri estetici evitano di presentarlo agli utenti, facendo così passare il messaggio che le lampade solari siano assolutamente sicure o addirittura raccomandabili per accostarsi alla stagione estiva. Falso!

Fortunatamente negli ultimi anni si stanno sempre di più portando avanti campagne di sensibilizzazione verso il tema dell’esposizione solare e della prevenzione dei melanomi. Il melanoma, se non scoperto con anticipo attraverso diagnosi precoci, è infatti la tipologia di tumore della pelle più aggressiva e letale.

È bene, dunque, che prima di ogni stagione estiva (in particolar modo a partire dai 30 anni) si proceda con una visita a cadenza annuale per il controllo dei nei in tutto il corpo. Tramite questo tipo di visite regolari, che dovrebbero diventare per ciascuno di noi una sana consuetudine, e tramite un’esposizione al sole prudente e sensata, si possono già di molto abbattere le probabilità dell’insorgenza di melanoma e, nel caso di insorgenza, ridurne di molto il tasso di letalità grazie a una diagnosi che riesce a individuarlo in uno stadio precoce.

In ultimo, un’altra sana abitudine da acquisire è quella di dedicare qualche minuto nello scrutare autonomamente i propri nei facendo attenzione a quelli che sono i due maggiori campanelli di allarme possibili: da un lato il cambiamento repentino di forma, di colore o di estensione e, dall’altro, la presenza di un nevo nuovo e diverso da tutti quelli che ha intorno (la cosiddetta regola del “brutto anatroccolo”). In questi casi la tempestività nel contattare uno specialista ed effettuare un controllo preventivo è decisiva, poiché nell’ultimo decennio grazie ai progressi scientifici che sono stati fatti in questo ambito disponiamo di nuovi farmaci che hanno reso l’aspettativa di vita molto maggiore anche nei malati di melanoma metastatico e di cure più facilmente tollerabili e valide.

Il sole, insomma, non necessariamente è nostro nemico, ma solo se ricordiamo di proteggere con cura e attenzione la nostra pelle!

Dr. Alfio Garrotto

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Fri, 17 Sep 2021 08:00:58 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/524/esposizione-al-sole-proteggere-la-pelle-e-fondamentale alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
La chirurgia bariatrica può essere risolutiva? https://www.alfiogarrotto.it/post/523/la-chirurgia-bariatrica-puo-essere-risolutiva

Quando si parla di chirurgia bariatrica bisogna tenere presente che sono in essa annoverati degli interventi che possono rivelarsi fondamentali per i pazienti gravemente obesi, affinché possano curare non solo l’obesità, ma anche le malattie a essa associate come ad esempio il diabete di tipo 2 o altre patologie metaboliche.

A tal proposito, lo scorso aprile sono stati presentati al congresso dell’American Surgical Association (ASA) i risultati di un nuovo studio[1] che ha messo a confronto un campione di adulti obesi affetti da diabete di tipo 2 e sottoposti a chirurgia bariatrica a un campione di pazienti a cui è stata assegnata una terapia medica, confrontando i dati in termini di qualità della vita.

La ricerca, portata avanti in prima battuta dal professor Ali Aminian, associato di chirurgia e direttore del Bariatric and Metabolic Institute della Cleveland Clinic, ha evidenziato che gli effetti a lungo termine (su base annuale fino a 5 anni) sono nettamente in favore di chi si è sottoposto all’intervento di chirurgia bariatrica, registrando una migliore percezione di generale salute e benessere, una migliore qualità della vita e un migliore rapporto tra energia/affaticamento. Stessa cosa non si può dire di coloro ai quali è stata assegnata la sola terapia medica intensiva, che invece non hanno registrato alcun significativo incremento della qualità della propria vita. Va segnalato, però, che sotto il profilo psicologico e sociale non sono state osservate differenze significative tra i due gruppi, il che fa pensare che se al miglioramento della salute fisica auto-riportata non corrisponde un miglioramento della sfera psico-sociale, essa resta un aspetto sul quale bisogna iniziare a porre una maggiore e più profonda attenzione, poiché non si giunge a miglioramenti significativi in questo ambito solo a partire dal miglioramento fisico.

Nella ricerca summenzionata le tipologie di intervento bariatrico a cui sono stati sottoposti i pazienti che compongono il campione sono le due attualmente più praticate, ossia la gastrectomia a manica (sleeve gastrectomy) e il bypass gastrico (bypass Roux-en-Y). Entrambe le tipologie rientrano nella categoria degli interventi mini-invasivi da svolgersi in laparoscopia ed entrambi inducono a una perdita di peso in conseguenza di un ridotto senso di fame e di un aumento del senso di sazietà.

Per quanto riguarda la gastrectomia a manica si tratta di una resezione verticale che viene operata lungo la grande curvatura (una parte significativa dello stomaco), ottenendo uno stomaco residuo di massimo 150ml. Si preserva l’innervazione vagale e la regione del piloro.

Per quanto concerne, invece, di bypass gastrico, intervento ormai praticato dalla fine degli anni ‘60 del secolo scorso, esso consiste nella creazione di una sorta di piccola tasca gastrica collegata direttamente all’intestino tenue, che non comunicando con il resto dello stomaco lo esclude (duodeno compreso) dal transito alimentare.

Attenzione, però, entrambe queste pratiche in primo luogo non sono adatte a tutti i pazienti affetti da obesità, dunque non vanno viste come rapide scorciatoie per “risolvere un problema” ma piuttosto come mezzo per tentare di ottenere un risultato, e in secondo luogo non sono sufficienti, da sole, a risolvere l’obesità. È bene precisare questi aspetti perché risulterebbe sbagliato approcciarsi con sufficienza a questo tipo di interventi, che lo ricordo ancora una volta, vanno valutati con lo specialista e affrontati con tutte le cautele del caso, senza sottovalutarne la preparazione pre-operatoria, le possibili controindicazioni e la procedura da seguire nelle settimane (anche mesi) successivi all’intervento.

In particolare cercare di ottimizzare la fase preoperatoria attraverso alcune azioni chiave, quali la sospensione del fumo o il controllo glicemico o ipertensivo o ancora un calo di peso ponderale programmato (circa del 10%), può essere d’aiuto sia nell’esecuzione dell’intervento stesso sia nella delicata fase post-operatoria diminuendo le possibilità di insorgenza di controindicazioni e aumentando le possibilità di un mantenimento di lungo corso della perdita di peso.

Inoltre, una volta svolto l’intervento, bisognerà seguire con estrema cura il protocollo di “svezzamento” fino a quando lo stomaco non sarà cicatrizzato completamente e pronto per ricevere cibi solidi. Nella prime ore dopo l’intervento si procederà con l’ingestione di soli liquidi chiari, poi in una prima fase di dieta liquida si potranno bere bevande a base di acqua come tisane, tè, brodi a temperatura ambiente e succhi di frutta limpidi. Solo in un secondo momento si potrà passare a una diete semiliquida a base di cibi frullati o omogeneizzati. Di solito questa fase si completa a circa un mese dall’intervento, periodo dopo il quale, piano piano, si inizieranno a reinserire i cibi solidi.

È fondamentale che il paziente si abitui all’idea di seguire un tipo di condotta alimentare lungo tutto l’arco della sua vita, eliminando determinati alimenti (e bibite), imparando a dedicare almeno 20/30 minuti ai pasti principali tramite la lenta masticazione di piccole quantità di cibo per volta (la voracità nel consumare i pasti deve essere assolutamente abbandonata), facendo 5 pasti giornalieri (3 principali e 2 spuntini) e bevendo a circa 30 minuti di distanza dai pasti principali. Solo tramite il miglioramento dello stile di vita e del comportamento alimentare, infatti, si potranno registrare dei risultati positivi a medio e lungo termine: in questo un grande ruolo è rivestito dalle visite scadenzate di follow up nutrizionale volte a educare il paziente ed evitare che ricada in comportamenti alimentari errati capaci di far recuperare parte del peso perso e far registrare problemi secondari.

Infine, anche la sedentarietà e lo stress dovuti a momenti di particolare impatto emotivo potrebbero essere fattori di rischio per la ricaduta di comportamenti alimentari errati che portano al consumo di cibo da parte del paziente su base emotiva, ed è dunque sempre consigliabile affiancare al sostegno nutrizionale quello psicologico e promuovere uno stile di vita attivo che comprenda nella routine giornaliera l’attività fisica come buona prassi.

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Mon, 30 Aug 2021 08:52:33 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/523/la-chirurgia-bariatrica-puo-essere-risolutiva alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
E se ci fosse un vaccino per ogni tipo di Coronavirus? https://www.alfiogarrotto.it/post/522/e-se-ci-fosse-un-vaccino-per-ogni-tipo-di-coronavirus

Torno, dopo qualche tempo, a parlare della pandemia poiché proprio in questo periodo in cui le vaccinazioni sembrano macinare numeri incoraggianti e la bella stagione ci rende più speranzosi, è bene non abbassare la guardia, essere prudenti e mai come in questo delicato periodo affidarsi alla scienza e ai suoi progressi di studio e ricerca.

Abbiamo ormai imparato a conoscere il virus e sappiamo che, sebbene i vaccini siano lo strumento essenziale per uscire dalla pandemia, potrebbero comunque non essere sufficienti a mettere la parola “fine” in maniera definitiva. Abbiamo già avuto prova, infatti di quanto il virus con l’insorgere di nuove varianti (vedasi la diffusione della variante delta e lambda) trovi strade sempre più efficaci di diffusione e di permanenza laddove il soggetto colpito non abbia un sistema immunitario che lavori in maniera sufficientemente efficace.

La scienza dal canto suo si sta quindi muovendo con anticipo nel cercare di studiare nuove tipologie di vaccini che siano in grado di generare una risposta immunitaria contro ogni forma di coronavirus, così da poter prevenire nuove pandemie, ma anche ipotetici nuovi salti di specie (in particolare per quanto riguarda la famiglia dei betacoronavirus).

In un interessante articolo uscito sul numero di giugno di Le Scienze Roberta Villa, una delle maggiori divulgatrici ed esperte di comunicazione della scienza ed ex membro del National Immunization Technical Advisory, ha raccolto in una summa ragionata le attuali sperimentazioni più promettenti proprio tra quelle che stanno puntando alla creazione dei cosiddetti vaccini contro il pancoronavirus.

Già a maggio, in una nota AGI, era stata presentata una delle prime ricerche in questo ambito, ossia quella del team della Duke University guidato da Kevin Saunders. Il tipo di vaccino che stanno sperimentando ha mostrato, per adesso, una risposta immunitaria nelle scimmie ed è stato progettato per colpire tutte le diverse varianti di coronavirus compresi quelli che circolano tra i pipistrelli (batcov), i quali in caso di una mutazione potrebbero essere causa di nuove epidemie. Per quanto riguarda il funzionamento, basato su una nanoparticella che simula una sezione del virus, lo stesso Saunders ha fornito delucidazioni affermando che il vaccino che stanno sperimentando è costituito da una proteina e non da un mRNA e questo consente di includere solo una piccola parte del virus rispetto a quelli a mRNA. “Infine, il nostro vaccino”, conclude “mostra più copie di piccole parti del virus, consentendo un riconoscimento ottimale del sito vulnerabile del virus da parte delle cellule immunitarie”[1].

Un altro laboratorio che sta lavorando in questo senso è quello di zoonosi virali dell’Università di Cambridge e di DIOSynVax guidato da Johnathan Heeney. Proprio alla fine dell’estate, infatti, dovrebbero far entrare il proprio prototipo di vaccino pancoronavirus nella prima fase di sperimentazione su volontari umani, grazie al fatto che il laboratorio sin dall’inizio della pandemia, mentre tutti si concentravano solo sul virus isolato a Wuhan, si è invece orientato sullo studio degli antigeni (quelle parti di virus capaci di indurre una risposta immunitaria) cercando tramite essi di basare il nuovo vaccino sulle sequenze genetiche precise in grado di provocare risposta immunitaria. Le tecnologie più avanzate, del resto, consentono anche di isolare all’interno degli antigeni stessi, delle porzioni ancora più piccole (epitopi) che generano una risposta immunitaria protettiva per cercare quelli che sono condivisi da coronavirus differenti e che ne possono costituire, in qualche modo, il “minimo comun denominatore”.

In ultimo, vorrei menzionare uno studio tutto italiano intrapreso dal laboratorio di Humabs/Vir a Bellinzona con il quale si è messo a punto un anticorpo monoclonale (VIR7831) capace di neutralizzare diverse varianti di coronavirus (non solo SARS-CoV-2) poiché si focalizza solo su una piccola porzione della ormai nota proteina spike, ossia la porzione in grado di attaccarsi al recettore una volta nel nostro organismo, porzione comune a tutti i diversi tipi di coronavirus a noi noti. Questo prodotto italo-svizzero non è un vaccino, in quanto invece di generare, come gli altri, un’immunità attiva, fornisce un’immunità passiva dall’esterno. Se l’anticorpo in sé ha già trovato ampiamente riscontro nelle pagine autorevoli di Nature e può rappresentare il presupposto fondamentale per lo sviluppo di vaccini pancoronavirus, la somministrazione di VIR7831 è in fase sperimentativa e ancora non abbiamo dati pubblicati che possano farci sbilanciare. Sicuramente, comunque, si tratta di un ottimo punto di partenza e, anzi, proprio sugli anticorpi monoclonali si sta puntando molto nel mondo scientifico.

La ricerca, insomma, non si ferma e anzi continua a ritmi forsennati il suo lavoro di studio per essere in prima linea nella lotta non solo contro il Covid-19, ma anche contro ogni tipo di coronavirus. Se c’è una cosa che abbiamo imparato, è che bisogna essere previdenti e non farsi cogliere impreparati. Ogni tassello in più nella conoscenza di questi virus è un tassello in più a nostro favore per riuscire a sconfiggerli.

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Fri, 13 Aug 2021 09:49:36 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/522/e-se-ci-fosse-un-vaccino-per-ogni-tipo-di-coronavirus alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Malattie infiammatorie croniche intestinali: poco conosciute e molto stigmatizzate https://www.alfiogarrotto.it/post/521/malattie-infiammatorie-croniche-intestinali-poco-conosciute-e-molto-stigmatizzate

Colgo l’occasione della passata Giornata Mondiale delle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali (Mici), svoltasi il 19 maggio scorso, per puntare i riflettori, tentando di elaborare un punto della situazione attuale, su questa tipologia di malattie davvero poco conosciute e, nella maggior parte dei casi, minimizzate, sottovalutate e, talvolta, stigmatizzate dai più. Non a caso lo slogan di campagna di quest’anno è stato “break the silence”, ossia “rompiamo il silenzio”, affinché chi è affetto da MICI non si senta più messo da parte e non capito da chi gli sta intorno.

Proprio grazie a una ricerca[1] condotta da Amici Onlus in collaborazione con l’Engage Minds Hub dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, è stato possibile analizzare più da vicino queste malattie e come esse vengano vissute da chi ne soffre e da chi è coinvolto in esse anche indirettamente. Lo scopo della ricerca è stato quello di scattare una fotografia della situazione attuale, per comprendere quale sia la percezione sociale della gravità di queste malattie e come essa impatti nella vita e nelle relazioni di chi ne è affetto. Lo studio, infatti, il più ampio portato avanti finora per numero coinvolto di pazienti, caregivers e popolazione generale, ha mostrato che 1 paziente su 3 affetto da Mici avverte che i propri superiori e colleghi al lavoro, ma anche amici nella vita privata, tendono a minimizzare i loro sintomi derubricandoli a malesseri che hanno origine “nella loro testa”, come, quindi, se non fossero reali. Dato, quest’ultimo, che ci racconta molto su quanto sia importante sensibilizzare sul tema per ristabilire la correttezza dell’informazione e cercare di migliorare la qualità della vita di questi pazienti a partire dal contesto familiare e sociale in cui sono inseriti.

Le persone affette da Mici solitamente riscontrano l’esordio clinico in un’età compresa tra i 15 e i 45 anni e sono circa 4 milioni in tutto il mondo di cui circa 250 mila in Italia: la loro è una vita “in salita”, con diagnosi che, fatte in giovane età, producono la necessità nelle fasi di riacutizzazione della malattia di ricevere il sostegno di un caregiver, ruolo che spesso richiede in termini di relazioni sociali, lavorative e qualità della vita, un grande sacrificio.

Cosa sono nello specifico, e cosa comportano, le malattie infettive croniche intestinali?

Sono malattie caratterizzate da un'infiammazione cronica dell'intestino, che a seconda del tratto intestinale coinvolto possono essere principalmente divise in 3 tipologie:

  • il Morbo di Crohn (MC): infiammazione che può riguardare l’intero tratto intestinale dalla bocca all'ano, coinvolgendo tutti gli strati della parete dell'intestino;
  • la Rettocolite ulcerosa (RCU): infiammazione che coinvolge la sola mucosa intestinale, dunque superficiale, localizzata solitamente nel colon, ma che può estendersi fino al ceco;
  • le malattie infiammatorie croniche intestinali non classificate: dicitura che si usa per quei casi che presentano aspetti comuni sia al MC che alla RCU.

Esse non hanno una causa riconosciuta in modo certo, sono classificate infatti come malattie idiopatiche (a causa sconosciuta). L’ipotesi più accreditata della loro patogenesi è una reazione abnorme da parte del sistema immunitario dell’intestino, che si attiva anche nei confronti di antigeni la cui presenza è del tutto normale, come ad esempio alcuni batteri intestinali. Perché avvenga questa attivazione immunologica spropositata non è ancora noto con certezza, essa potrebbe instaurarsi a causa di un’interazione alterata di fattori genetici e fattori ambientali. Le Mici infatti hanno una tendenza alla familiarità, con un’incidenza maggiore di rischio nei parenti di chi ne è già affetto, ma comunque non sono catalogabili come ereditarie. Tra i fattori ambientali, invece, il più rilevante è il fumo, in particolare in relazione al morbo di Crohn, ma anche situazioni di ansia, depressione e più generalmente disagio psichico sembrano rivestire un certo ruolo nel predisporre all’insorgenza.

I sintomi più frequenti che presentano le persone con Mici sono di vario genere, sia più strettamente gastrointestinali sia extraintestinali. Per la prima categoria i più frequenti sono dolori addominali, stimolo all’evacuazione (senza che essa necessariamente poi avvenga) doloroso, diarrea cronica (nell’RCU molto spesso con sangue visibile e occulto), nausee, vomito, ecc. I sintomi collaterali sono una forte stanchezza, debolezza, inappetenza, calo di peso, anemia e febbri ripetute. Proprio per la genericità di alcuni sintomi all’insorgenza, queste malattie possono essere confuse anche con altri disturbi dell’apparato gastrointestinale come la sindrome dell’intestino irritabile, allergie non riconosciute, intolleranze al glutine, ecc., che, soprattutto tra le giovani donne (tra i 20 e i 35 anni), sono molto diffusi poiché si vanno a sommare a meccanismi propri dell’organismo femminile, in cui gli ormoni sessuali hanno una grandissima influenza sulle funzioni digestive. Risulta evidente come vi sia, dunque, una sorta di stereotipizzazione di questo tipo di sintomatologia, che soprattutto nella popolazione femminile rischia di essere etichettata come esclusivo frutto di stress, se non addirittura di nervosismo eccessivo o nevrosi. Non sottovalutare sintomatologie di questo tipo, invece, è fondamentale, perché soprattutto quando reiterate nel tempo a intervalli più o meno lunghi, possono essere campanello d’allarme per malattie più severe, quali appunto le Mici.

Alla luce di tutto questo, per fornire un quadro più completo della situazione attuale, concludo riportando alcuni dati statistici che più mi hanno colpito tra quelli emersi dalla summenzionata ricerca di Amici Onlus:

  • quasi 1 italiano su 3 afferma di non averne mai sentito parlare delle Mici (al contrario la quasi totalità dei partecipanti dice di conoscere bene o almeno aver sentito parlare di altre malattie croniche come la celiachia, l’Aids e il diabete):
  • tra gli amici dei partecipanti affetti da Mici, solo il 58% ne è a conoscenza e tra i colleghi la percentuale scende al 40%;
  • circa 1 paziente su 3 afferma che superiori, colleghi e amici tendono a considerare i suoi sintomi come se fossero di natura psicologica. E addirittura il 19% afferma che tendono ad avere questo comportamento anche i loro fornitori di assistenza sanitaria.
  • il 50% del campione sostiene di cercare di nascondere a colleghi e capi i propri sintomi per non sentirsi giudicato o trattato diversamente, il 40% lo fa anche con i proprio amici e al 25% è capitato di farlo anche con i famigliari.

Mi permetto di dire che, a maggior ragione dopo aver riportato tali dati, è evidente che sia davvero giunto il momento di mettere in atto una piccola rivoluzione culturale affinché prima di procedere con un approccio terapeutico di cura della malattia, vi sia un approccio di cura della persona, per farla sentire compresa e accolta, prima ancora di trattare medicalmente la sua patologia. Sensibilizzare, dunque, l’opinione pubblica e la società civile su alcune patologie è fondamentale per far sì che esse siano sempre più correttamente conosciute e non minimizzate o ridotte a “malattie di serie b”.

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Mon, 12 Jul 2021 09:10:30 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/521/malattie-infiammatorie-croniche-intestinali-poco-conosciute-e-molto-stigmatizzate alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Tumore dello stomaco: cos’è e quali sono i rischi post-chirurgici https://www.alfiogarrotto.it/post/519/tumore-dello-stomaco-cos-e-e-quali-sono-i-rischi-post-chirurgici

Il tumore dello stomaco, o adenocarcinoma gastrico, è tra i tumori più diffusi (in Italia è l’ottavo tumore per incidenza e il quinto per causa di morte) con quasi 15.000 nuove diagnosi ogni anno se guardiamo solamente al nostro Paese.

Sebbene non ci sia un’unica causa a spiegarne l’insorgenza, esso può sicuramente essere prevenuto tramite un’alimentazione ricca di frutta e verdura e povera di carni rosse o insaccati, uno stile di vita attivo e l'astensione dal fumo. Inoltre, si è appurata la relazione esistente tra la presenza di un determinato batterio, l’Helicobacter pylori, e lo sviluppo successivo della neoplasia, motivo per il quale in presenza di gastriti determinate da questo batterio è fondamentale eradicarlo in maniera definitiva tramite trattamento antibiotico, tanto “banale” quanto realmente decisivo nel far sì che non si sviluppi in seguito il tumore. Per fortuna negli ultimi decenni, anche grazie alla sempre migliore conservazione degli alimenti è andata diminuendo la presenza di Helicobacter e di conseguenza lo sviluppo, conseguente al batterio, di adenocarcinoma gastrico.

Sulla base dello stadio della malattia avremo il tumore in fase iniziale o avanzata e, come per molte altre neoplasie, anche in questo caso riuscire ad arrivare nella fase iniziale risulta essere importantissimo in termini di aspettativa di vita. Quando infatti esso è limitato alla sottomucosa dello stomaco e non presenta metastasi la sopravvivenza a cinque anni dall’insorgenza è del 90%, al contrario dei casi in cui si arriva a uno stadio avanzato facendo scendere questa percentuale sino al 25%. Purtroppo la sintomatologia, specialmente negli stadi iniziali, non ha grosse specificità (es. bruciore di stomaco, gonfiore, difficoltà di digestione, nausea o vomito) e potrebbe portare a ignorare la neoplasia scambiandola per ulcera peptica o gastrite. Proprio l’inefficacia del trattamento per queste patologie deve costituire un campanello d’allarme tale da portare a valutare tramite gastroscopia la severità della condizione.

Gli approcci terapeutici possono essere diversi in base alla tipologia e all’avanzamento del tumore. Senz’altro la chirurgia, per tumori precoci e localizzati all’interno dello stomaco, può anche rivelarsi risolutiva; al contrario in casi in cui la neoplasia fosse a uno stadio più avanzato la chirurgia deve essere abbinata alle cure chemioterapiche o dopo l’intervento (adiuvanti) o prima dell’intervento (neoadiuvanti) per far sì che si operi dopo aver ridotto il tumore. Se invece non è possibile procedere per via chirurgica si attueranno diversi protocolli farmacologici caso per caso.

Fortunatamente di recente si è rilevato possibile per gli adenocarcinomi gastrici metastatici, dunque a livello già avanzato e non operabili chirurgicamente (come, ad esempio, la tipologia associata al fenomeno dell’instabilità dei microsatelliti), agire a livello molecolare, tramite l’immunoterapia. La nuova opzione a base immunoterapica è una novità importante perché fornisce uno strumento in più per combattere la malattia quando è in stadi avanzati e/o in forme molto aggressive.

Sul fronte chirurgico, invece, i problemi che potrebbero svilupparsi sono altri e riguardano la fase post-operatoria. Infatti la gastrectomia praticata, in base all’estensione del tumore, può essere di due tipi: parziale e totale. Nel primo caso con l’intervento si va a eliminare solo la parte interessata dal tumore e alcune parti di altri tessuti e organi vicini, nel secondo caso invece si elimina per intero lo stomaco connettendo poi l’esofago (o lo stomaco residuo) direttamente al piccolo intestino. Dopo questo tipo di operazione 9 pazienti su 10 riscontrano difficoltà nella nutrizione, dicendosi spaventati di mangiare e sentirsi male: è quanto emerge  dallo studio promosso dalla Società Italiana di Nutrizione Clinica e Metabolismo (SINUC) in collaborazione con il Gruppo Italiano di Ricerca sul Cancro Gastrico (Gircg) che si è concentrato sulle oscillazioni glicemiche dei pazienti che hanno subito gastrectomia e che è stato presentato in occasione del 4° Seminario di Studi sulla Nutrizione nei Gastroresecati organizzato dall’Associazione “Vivere senza stomaco, si può” Onlus.

Già nel seminario dello scorso anno era stato fatto presente un dato preoccupante, ossia che solo un paziente su 3 sopravvive a 5 anni dalla diagnosi, per la mancanza di percorsi nutrizionali adeguati e di esperti di nutrizione clinica negli ospedali e sul territorio fin dalla diagnosi; lo studio presentato quest’anno,dunque, non fa che rafforzare il quadro delle difficoltà oggettive che una persona che ha subito gastrectomia deve sostenere per condurre una vita “normale” dopo l’intervento. Il passaggio del cibo nell’intestino tenue è troppo veloce e, a partire da pochi minuti dalla fine del pasto fino a tre ore dopo il pasto, si possono presentare dei sintomi molto vari come dolore e distensione addominale, nausea, vomito, diarrea, debolezza, vertigini, sudorazione e così via, dovuti appunto allo svuotamento repentino dello stomaco, la dumping syndrome.

Un altro disturbo possibile in questi soggetti è l’ipoglicemia reattiva isolata, che porta a sudorazione, debolezza, tremori e palpitazioni nel lasso di tempo che va dalla fine del pasto alle 2-3 ore successive.

La dumping syndrome e l’ipoglicemia reattiva isolata portano a sbalzi glicemici importanti che possono essere molto dannosi, avendone già osservato le conseguenze nei pazienti affetti da diabete che frequentemente sono soggetti a queste variazioni e che sappiamo essere in grado di portare a danneggiamenti dell’endotelio dei vasi, ma anche al coma glicemico e al ricovero.

Con la prima fase di osservazione condotta da questo studio, dunque, si è potuto dimostrare che l’89% del totale dei soggetti partecipanti che ha subito gastrectomia, riporta dopo i pasti sintomi compatibili con delle importanti oscillazioni glicemiche, quali debolezza, vertigini, sudorazione associate anche a dolore, nausea e vomito. Adesso è al via la seconda fase della sperimentazione in cui per due settimane, tramite appositi sensori sottocutanei, verranno continuamente monitorati i valori glicemici dei soggetti coinvolti.

Sicuramente però già sin d’ora possiamo dire che, per migliorare la qualità della vita di questi pazienti, per cercare di renderli meno spaventati dal momento del pasto e per consentirgli di sentirsi sicuri (tramite la certezza del monitoraggio), andrebbe prevista l’erogazione di sensori glicemici anche per chi ha subito gastrectomia, come avviene già per i diabetici, essendo gli sbalzi glicemici molto pericolosi per la salute ed essendoci la necessità di tenerli a bada.

Per adesso soltanto l’Emilia-Romagna eroga gratuitamente questi dispositivi, ma nel futuro mi auguro che anche le altre regioni d’Italia possano seguirne l’esempio affinché si possa rispondere al bisogno di questi pazienti.

Dr. Alfio Garrotto

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Fri, 2 Jul 2021 08:48:30 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/519/tumore-dello-stomaco-cos-e-e-quali-sono-i-rischi-post-chirurgici alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Italian Obesity Barometer Summit 2021: un punto sull’obesità https://www.alfiogarrotto.it/post/520/italian-obesity-barometer-summit-2021-un-punto-sull-obesita

Torno a parlare di obesità poiché, soprattutto nell’età evolutiva, la diffusione dell’eccesso di peso in Italia ha ancora proporzioni molto elevate ed è bene conoscere la situazione attuale sul territorio nazionale per cercare di affrontarla al meglio.

Com’è ormai noto, l’obesità è stata riconosciuta e dichiarata (prima dall’OMS e poi anche dal nostro Parlamento) a tutti gli effetti una malattia cronica: questo aspetto non è da sottovalutare, anche perché essa porta con sé – molto più di altre malattie – il fardello della comorbilità, ossia quella condizione per cui si verifica in uno stesso soggetto la sovrapposizione e la reciproca influenza di più patologie connesse, in questo caso specifico, all’obesità (ad esempio la maggiore probabilità che insorgano malattie cardiovascolari e cerebrovascolari, diabete, ipertensione, disabilità, tumori, ecc.).

Inoltre, non dimentichiamo che anche le Nazioni Unite, con il Terzo Obiettivo di Sviluppo Sostenibile 2030, ossia la sfida per assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte in ogni età, chiedono a ogni Stato di agire concretamente per garantire a ciascuno una vita il più possibile sana. Nel punto 3.4 dei SDG’s troviamo scritto così: “Entro il 2030, ridurre di un terzo la mortalità prematura da malattie non trasmissibili attraverso la prevenzione e il trattamento e promuovere il benessere e la salute mentale[1]. Fare prevenzione per aumentare l’aspettativa di vita, per diminuire gli anni trascorsi con disabilità, per diminuire il ricorso ai servizi sanitari e dunque ottimizzare i costi, significa anche passare per un’azione concreta circa l’obesità. Essa costituisce un fattore di rischio per moltissime delle più frequenti malattie non trasmissibili ed è ormai accertato che ci sia una relazione significativa tra obesità e malattie cardiovascolari, le quali costituiscono in tutto il mondo la prima causa di morte.

Senza contare che le persone con obesità, devono affrontare oltre alla propria patologia il pregiudizio e lo stigma sociale, due fattori che concorrono a peggiorare ancor di più la loro salute, facendole spesso sentire inibite nel manifestare il proprio bisogno di aiuto e nel chiedere supporto medico e psicologico. Così, sovraccaricate dallo stress e dal giudizio altrui, chi soffre di obesità può cadere in pericolosi circoli viziosi da cui, poi, è complesso uscire. Ancora perdura, infatti, il falso mito che l’obesità sia il necessario risultato per soggetti privi di volontà o quanto meno pigri e ingordi, perciò totalmente responsabili a livello individuale della loro condizione. Niente di più falso, ovviamente. Non trattare l’obesità alla stregua di ogni altra malattia significa essere “complici” di questo circolo vizioso[2] che fa diventare sempre più alto il rischio di complicanze legate alla patologia stessa.

Fortunatamente, negli ultimi anni, sembrano essersi accesi i riflettori su questa patologia e si è cominciato seriamente a parlarne cercando di contrastare stereotipi e stigmatizzazioni. Prova di questo, oltra alla già citata mozione parlamentare approvata all’unanimità con la quale si è riconosciuta l’obesità come malattia (2019), c’è un importante evento, giunto alla sua terza edizione, nel quale si è cercato di dare delle risposte a domande quali “Come migliorare la situazione discriminatoria del paziente con obesità? Come facilitarne l’inserimento sociale? Come agevolare l’attuazione del pieno diritto delle persone con obesità a vivere una vita sociale, educativa, lavorativa al pari delle persone senza obesità?”.

L’evento in questione è il Third Italian Obesity Barometer Summit, in cui sono stati presentati tutti i dati statistici sull’obesità in Italia raccolti e analizzati dall’ISTAT e si sono snocciolati due punti fondamentali della questione: la necessità che il Sistema Sanitario Nazionale consideri l’obesità come una delle sue priorità, da un lato, e che si agisca contro il fenomeno che porta a ritrarre negativamente – e secondo stereotipi prestabiliti – le persone con obesità, non tenendo minimamente in conto che questa patologia compromette gravemente sia la qualità sia l’aspettativa di vita di chi ne soffre, dall’altro[3].

Al già menzionato Summit si aggiungano, infine, i risultati recentemente pubblicati sull’International Journal of Obesity[4] dal team della Fondazione Mediterranea G. B. Morgagni di Catania che sta portando avanti un importante studio sull’obesità in relazione a un particolare ormone, la grelina, conosciuto come l’ormone “della fame”, ossia colui che stimola il senso di fame e che è presente nello stomaco e nelle cellule pancreatiche. Il team, guidato dalla Dottoressa Tonia Luca e dall’endocrinologo Vincenzo De Geronimo ha dimostrato che le cellule che secernono grelina non aumentano nei pazienti con obesità rispetto al campione di controllo. Ciò che si è riscontrato, però, è che nei pazienti con obesità iperglicemici queste cellule risultano iperattive e dunque in grado – a parità di quantità – di produrre una quantità maggiore di ormone attivo. In ultimo, nei pazienti con obesità grave è stata dimostrata una iperplasia delle fibre muscolari lisce che non era mai stata individuata prima. Analizzare tali valori è importante per osservare da vicino le modificazioni del tessuto adiposo delle persone con obesità rispetto a quelle sane per cercare di individuare i meccanismi che sono alla base di quei meccanismi di comorbilità che poi portano ad avere aspettativa di vita minore e tasso di mortalità maggiore. L’obiettivo ultimo resta quello di cercare di trasferire nella pratica medica quotidiana nuovi approcci, più efficaci, per il trattamento della patologia e il miglioramento della qualità della vita del paziente.

Sebbene i dati ancora non siano tra i più confortanti è bene continuare a fare informazione, a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’argomento e a fare ricerca affinché si possano centrare gli obiettivi preventivi, si possa aumentare il numero di diagnosi precoci e si possa sempre meglio gestire la malattia, con le sue complicanze, l’ancora scarsa offerta assistenziale e l’insufficiente accesso alle cure.

Dr. Alfio Garrotto


[2] Il circolo vizioso dell’inazione è ben spiegato da J. Ralston nel seguente articolo del World Economic Forum: https://www.weforum.org/agenda/2018/09/inaction-on-obesity-stands-in-the-way-of-sustainable-development/

[3] Al seguente link è possibile consultare integralmente l’Executive Summary del Third Obesity Barometer Summit: https://viewer.ipaper.io/sp-servizi-pubblicitari-srl/executive-summary/

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Thu, 24 Jun 2021 09:49:54 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/520/italian-obesity-barometer-summit-2021-un-punto-sull-obesita alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Nuovi scenari per la lotta al tumore del colon https://www.alfiogarrotto.it/post/518/nuovi-scenari-per-la-lotta-al-tumore-del-colon

Torno a parlare dopo qualche mese del tumore del colon-retto perché, come sappiamo, è una patologia di grande attenzione per la ricerca essendo attualmente la terza causa di morte nel mondo per cancro.

Esso ha tra i principali fattori di rischio per la sua insorgenza, oltre all’età, al tipo di dieta (se poco varia e non equilibrata) e al fumo, anche alcuni errori casuali nel DNA che possono verificarsi durante la divisione cellulare. Alcune di esse, le più frequenti, sono infatti in grado di causare una crescita cellulare incontrollata delle cellule stesse. Ovviamente sono moltissimi i progressi fatti negli ultimi decenni per comprendere sia la biologia di questo tipo di tumore sia i trattamenti più efficaci, ma purtroppo le terapie attualmente a disposizione non sono ancora migliorate significativamente e, tra l’altro, la maggior parte dei pazienti affetti da questa patologia lo scopre quando sono già presenti metastasi epatiche.

Proprio l’insorgenza di metastasi è la causa principale per cui il tumore si rivela letale. Ma dalla ricerca sembrano arrivare buone notizie. Tre sono gli studi che menzionerò e che ritengo siano di grande rilievo per le prospettive future.

La prima ricerca è quella condotta dall’Istituto di genetica e biofisica “Adriano Buzzati Traverso” del Cnr di Napoli grazie alla quale sono stati identificati due marcatori che inducono le cellule staminali tumorali del colon a sviluppare metastasi. Andando a colpire tali fattori si potrebbe eliminare selettivamente la popolazione specifica delle cellule tumorali andando di fatto a tentare di bloccare il meccanismo metastatico. I risultati prodotti dallo studio, grazie alla Fondazione AIRC, sono stati pubblicati sulla rivista Theranostics[1].

Perché può rivelarsi decisiva l’individuazione di questi marcatori specifici?

Perché essa può portare a strutturare trattamenti validi e diversificati paziente per paziente. Ecco perché ci sono vari studi in atto in questi ultimi anni nello studio delle cellule staminali tumorali in quanto, essendo stato provato il peso che possono avere nel facilitare non solo l’ampliamento del tumore, ma anche l’insorgenza di metastasi, è diventato sempre più un ambito di ricerca da scandagliare. Senza contare che le cellule staminali tumorali si sono rivelate, nella maggior parte dei casi, molto resistenti al trattamento chemioterapico e dunque, non di rado, sono le prime responsabili delle recidive. Proprio a questo proposito, la dottoressa Enza Lonardo del Cnr-Igb di Napoli, ha dichiarato che lo studio in questione «ha identificato una sottopopolazione di cellule staminali tumorali caratterizzata dalla elevata espressione della molecola di adesione L1cam. La co-espressione di tale fattore con il recettore Cxcr4, noto per favorire la migrazione delle cellule tumorali in organi distanti, incrementa il potenziale tumorigenico delle cellule staminali tumorali, rendendole altamente resistenti al trattamento chemioterapico e favorendo l’insorgenza di metastasi, in particolare nel fegato»[2].

Identificando i meccanismi molecolari alla base dell’elevata co-espressione di cui parla la dottoressa Lonardo, si è notato che essi non erano presenti nelle cellule sane del colon, ma si attivano in quelle tumorali che risiedono in un ambiente povero di ossigeno e che registra la presenza di una determinata molecola (Nodal). La coesistenza di questi due fattori è promotrice dello sviluppo di una tipologia tumorale più aggressiva e più restia a rispondere positivamente alle terapie farmacologiche consuete. La scoperta di questi due marcatori potrà nel medio-lungo periodo a mettere a punto dei farmaci nuovi che possano in maniera diretta agire miratamente nella riduzione dei marcatori, ma anche indirettamente sulla composizione del microambiente tumorale incidendo su quantità di ossigeno e regolando la presenza della molecola Nodal. Agendo su questi aspetti si ridurrebbe di conseguenza l’aggressività tumorale e la sua capacità metastatica, rendendo il tumore più curabile e meno predisposto alla recidiva.

Le altre due ricerche condotte sul tumore del colon retto di cui vi voglio accennare sono invece state pubblicate sulla rivista Cancer Discovery[3] e sono il frutto degli studi rispettivamente del team dell’Istituto di Candiolo Irccs in collaborazione con il Wellcome Sanger Institute di Cambridge e con l’Istituto Tumori di Amsterdam e, l’altro, dello stesso team dell’Istituto di Candiolo Ircss ma in collaborazione con l’Università di Torino.

Lo studio condotto in collaborazione con Cambridge e l’istituto tumori di Amsterdam apre la strada ai pazienti con le minori probabilità di sopravvivenza svelando un “punto debole” del tumore che può essere bersagliato farmacologicamente: l’enzima Werner o Wrn, una molecola che “sciogliendosi” nel dna delle cellule tumorali, “rompe” la doppia elica e agevola la loro moltiplicazione. Bloccando il gene dell’enzima Wrn responsabile del processo di elicasi, i pazienti riescono a essere più ricettivi nelle terapie, estendendo ad esempio il trattamento con immunoterapia a questo tipo di tumore che in molti casi non ne traevano alcun beneficio. Il professor Alberto Bardelli, direttore del Laboratorio di Oncologia Molecolare dell’Irccs Candiolo ha dichiarato: «Abbiamo dimostrato su modelli tumorali che non rispondono agli immunoterapici che somministrando una doppia immunoterapia, la anti-Ctla-4 oltre alla classica anti-Pd-1, il tumore regredisce, con ricadute cliniche rilevanti in futuro»[4].

L’altro studio, sempre coordinato dal professor Alberto Bardelli, ma stavolta in collaborazione con l’Università di Torino, sempre su questa stessa lunghezza d’onda di trovare protocolli terapici più efficaci, sembra evidenziare la possibilità di estendere la validità dell’immunoterapia anche a quei pazienti che normalmente non rispondono alle cure tramite la combinazione di due farmaci immunoterapici che sono in fase di sperimentazione.

Molte novità, insomma, giungono dalla ricerca per la battaglia contro questo insidioso tipo di tumore. Nel prossimo futuro potremmo avere delle frecce in più al nostro arco per combatterlo.

Dr. Alfio Garrotto

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Thu, 17 Jun 2021 08:45:37 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/518/nuovi-scenari-per-la-lotta-al-tumore-del-colon alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Covid-19 nei bambini: perché riescono a sconfiggerlo meglio e prima? https://www.alfiogarrotto.it/post/517/covid-19-nei-bambini-perche-riescono-a-sconfiggerlo-meglio-e-prima

C’è un’ipotesi su cui virologi e immunologi si sono espressi a più riprese, ossia il fatto che i bambini siano in grado di sconfiggere più velocemente e meglio il Covid-19 avendo una risposta immunitaria tale da rendere di conseguenza la carica virale molto meno elevata. Con il progredire della pandemia e la chiusura/apertura delle scuole (questione socialmente di grande importanza), è utile cercare di dare delle risposte più precise su questo fenomeno e capire cosa si può imparare in più sul virus studiando la risposta immunologica dei più piccini, anche in vista della definizione di nuove strategie di immunizzazione che portino a riconsiderare le misure di controllo legate al contagio. L’ospedale pediatrico Bambino Gesù (Opbg) insieme all’Università di Padova e all’istituto zooprofilattico di Venezia hanno condotto un’indagine ospedaliera in merito, pubblicandone i risultati sulla rivista specializzata Cell Reports.[1]

L’indagine ha coinvolto 66 bambini di età compresa tra 1 e 15 anni, che si presentavano paucisintomatici (a inizio infezione), poi asintomatici e clinicamente guariti dopo una sola settimana e che si trovavano ricoverati (estate 2020) nel centro Covid del Bambin Gesù di Palidoro poiché i loro genitori o fratelli erano positivi. Non hanno invece preso parte i pazienti che presentavano un quadro severo (come, ad esempio, quei pazienti con MIS-C, ossia Multisystem inflammatory syndrome in children, una rara patologia infiammatoria che si sviluppa in alcuni bambini e adolescenti come conseguenza del Covid-19).

Dallo studio condotto è emerso che quei bimbi in grado di “neutralizzare” facilmente e velocemente il virus avevano un profilo immunologico «caratterizzato da una grande quantità di linfociti T e B specifici contro SARS-CoV-2, capaci di riprodursi velocemente una volta entrati in contatto con l’agente patogeno e di produrre un gran numero anticorpi neutralizzanti», facendo sì che nel giro di una settimana essi potessero avere «una bassissima carica virale (meno di 5 copie virali per microlitro di sangue), tale da annullare di fatto la loro capacità infettiva, dunque la possibilità di contagio, anche in presenza di un tampone ancora positivo»[2]. Tra i bambini si è notata, inoltre un’altra strana correlazione, ossia che quelli con il profilo immunologico più favorevole a contrastare il virus, con una quantità ingente di linfociti T e B, erano gli stessi piccoli pazienti che nel corso della loro storia clinica erano entrati più spesso a contatto con altri virus stagionali.

Quali possono essere le utili conclusioni, in ottica futura, dei dati raccolti da quest’indagine? Come queste preziose informazioni possono servirci nella lotta al Covid-19?

Innanzitutto, l’aver indentificato le precise caratteristiche del quadro immunologico più favorevole a neutralizzare il virus fa sì che potremmo essere in grado di inserire un criterio immunologico ed epidemiologico per il rientro dei bambini a scuola, avendo visto che in presenza di questi anticorpi neutralizzanti si sviluppa una scarsissima possibilità trasmissiva che dopo breve tempo decade del tutto. Quantizzare il numero di copie del virus farà sì che in un prossimo futuro non solo potremmo dire se un soggetto è positivo o meno, ma anche provarne a definire il numero di copie con cui è infettato per studiare delle misure restrittive individuali, personalizzate in base al quadro immunologico e virale. Il dottor Paolo Palma, responsabile del dipartimento di Immunologia clinica e di Vaccinologia del Bambin Gesù, che ha condotto l’indagine ha infatti spiegato che avere tali dati consentirà di facilitare la gestione del flusso di pazienti cronici ospedalieri che con il Covid-19 ha subito grossi rallentamenti.

Inoltre, l’indagine ha mostrato l’esistenza di una correlazione tra il numero di copie del virus a livello nasale e il tipo di infezione che poi il soggetto ha sviluppato: ciò ha reso possibile identificare il livello di carica virale e di conseguenza ha favorito la comprensione della capacità trasmissiva del virus, dimostrando che alcuni recettori che fanno da porta d’ingresso al virus, in età pediatrica, sono ridotti. Con ciò, ovviamente, non si vuol giungere alla conclusione di sottovalutare il Covid-19 pensando che in età pediatrica esso non sia efficace o che i bambini siano “naturalmente immuni”, perché sarebbe un errore marchiano e pericoloso. Semplicemente i bambini hanno mostrato una migliore tolleranza immunologica rispetto all’adulto, ma sono anche presenti dei casi con infiammazioni severe e proprio l’aspetto sintomatologico è come per gli adulti specchio del grado di infiammazione del paziente in causa. La sindrome multi-infiammatoria sistemica, di cui ho accennato poco sopra, che può svilupparsi nel bambino dopo l’incontro con il virus, ad esempio, è una sindrome molto grave che dimostra una diversa risposta infiammatoria, solitamente essa non si presenta, ed è molto rara, ma ci dimostra come il virus in alcuni casi possa essere molto pericoloso anche in età pediatrica, sebbene in generale la risposta immunologica dei bimbi sia molto buona e tale da non far scattare infiammazioni così gravi.

Infine, i risultati di questa indagine potranno portare a migliorie sul piano vaccinale e su quello terapico. Identificare il profilo immunologico specifico, infatti, potrebbe essere utile per misurare l’efficacia dei futuri studi sulla vaccinazione pediatrica e sul piano della terapia la conoscenza del singolo paziente e del suo quadro immunologico potrebbe aprire la strada a interventi mirati per chi è a rischio di presentare sintomi più gravi, intervenendo in anticipo e con farmaci specifici che possano aiutare a sconfiggere il virus più facilmente.

Un altro tassello, dunque, che si aggiunge in ambito scientifico per la comprensione del virus e dei suoi meccanismi e che ci consente di fare un passo in avanti nella strada per sconfiggerlo.

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Tue, 25 May 2021 08:20:15 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/517/covid-19-nei-bambini-perche-riescono-a-sconfiggerlo-meglio-e-prima alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
COVID-19: sequenziamento genomico, varianti del virus e un nuovo metodo per individuarle https://www.alfiogarrotto.it/post/516/covid-19-sequenziamento-genomico-varianti-del-virus-e-un-nuovo-metodo-per-individuarle

È passato ormai più di un anno da quando un gruppo di ricercatori cinesi e australiani pubblicava per la prima volta l’intera sequenza del SARS-CoV-2, allora ancora quasi sconosciuto, ma che stava già mietendo molte vittime a partire dal tristemente noto focolaio nella città cinese di Wuhan, diffondendosi velocemente in tutto il Paese e configurandosi in tempi brevissimi come qualcosa di molto più grande rispetto a un’epidemia.

Oggi conosciamo sempre meglio il genoma del Covid-19, così lungo, fatto di poco meno di 30 mila basi e dotato di quell’insidiosa proteina spike, responsabile della grandissima capacità di diffusione del virus e in grado di legarsi facilmente (ed efficacemente) a recettori presenti in tutto il nostro organismo, in particolare nelle vie respiratorie. Essendo, inoltre, un virus a RNA, anche il Covid-19 come gli altri virus di questa tipologia ha la capacità di mutare che è alla base dell’emersione – come visto in questo ultimo anno – di numerose varianti. Esso, infatti, quando si riproduce copia il proprio materiale genetico, ma nel processo di “copiatura” possono manifestarsi delle alterazioni che generano di volta in volta delle versioni del virus evolute che in alcuni casi presentano e conservano proprio le caratteristiche che lo rendono più forte e vanno a vantaggio della proliferazione dello stesso. Sono sotto gli occhi di tutti le numerose varianti emerse nel corso dei mesi a partire dalla variante inglese, la prima, fino ad arrivare a quella brasiliana, sudafricana e alla più recente variante indiana che proprio in queste ultime settimane ha causato moltissimi morti, aggravando pesantemente la già difficilissima situazione sanitaria dell’India. Caratteristica comune a tutte l’ancora maggiore capacità e facilità di trasmissione che denoterebbe una sorta di “potenziamento” della caratteristica intrinsecamente più tipica del virus che galoppa e trova con maggiore facilità nuovi soggetti da infettare. Al contrario di quanto si possa, ingenuamente, pensare è proprio questa caratteristica ad essere la più pericolosa, più ancora di un’ipotetica mutazione che rendesse la malattia più grave, poiché al contrario di altri virus (che non a caso infatti non sono poi riusciti a propagarsi a livello globale e capillare come il Covid-19, ad esempio la SARS) il SARS-CoV-2 adotta come primaria strategia proprio quella della propagazione “sottotraccia” tramite i tantissimi asintomatici e paucisintomatici che non avendo effetti gravi o evidenti fanno da veicolo per un’infezione di massa. La sua capacità di “nascondersi” dal sistema immunitario, mettendo a rischio l’efficacia dei vaccini e degli anticorpi sviluppati dalle persone guarite dall’infezione, potrebbe inoltre migliorare le possibilità del virus di restare più a lungo in mezzo a noi.

Alla luce di ciò è facile comprendere quanto sia importante il sequenziamento genomico del virus, vista la sua capacità di mutare, per non farci trovare ogni volta impreparati. A tal proposito una novità interessante è giunta alla fine del mese di aprile dai laboratori dell’Università di Ferrara (Unife) dove è stato messo a punto, grazie all’intuizione e al progetto scientifico ideato dalla dottoranda di medicina molecolare Chiara Mazziotta, un nuovo protocollo di amplificazione del genoma del Covid-19, tramite l’innovativa tecnica di Droplet Digital Pcr, ossia un innovativo approccio per svolgere analisi più rapide e accurate nell’identificazione delle sequenze genomiche, non solo nei pazienti affetti in maniera conclamata da Covid-19 ma anche negli asintomatici. A supervisionare il lavoro, in qualità di tutore scientifico, è stata la Professoressa Fernanda Martini.

Mazziotta ha vinto con il suo progetto il Premio nazionale della Fondazione Carlo Erba di Milano intitolato “Cecilia Cioffrese – Malattie Virali”, visto che, grazie all’applicazione di questa tecnica, diventa possibile ottenere una quantificazione assoluta delle copie virali presenti nel campione sottoposto ad analisi, facendo uso di questa precisissima metodica – la Droplet Digital PCR – che ha una sensibilità tale da riuscire a individuare anche la presenza di una singola molecola di genoma virale. «Il nuovo protocollo messo a punto nei nostri laboratori consentirà di rilevare accuratamente sequenze specifiche del gene spike (S) di SARS-CoV-2 utilizzando coppie di oligonucleotidi e sonde specifici per questo virus corona. Questa strategia permetterà di distinguere la presenza del genoma SARS-CoV-2, da quella di altri virus corona omologhi. In questo modo è possibile amplificare tratti di genoma che possono essere mutati nei diversi ceppi consentendo di evidenziare le varianti virali sia mediante ddPCR che con il successivo sequenziamento del tratto di genoma amplificato»[1].

La differenza sostanziale rispetto ai metodi usati fino a questo momento risiede, specificatamente, in una maggiore affidabilità e accuratezza nell’identificazione del genoma, facilitando anche grazie alla maggiore rapidità, l’individuazione delle frazioni di genoma mutate e trovare quelle che caratterizzano le varianti del virus. Infine, a partire da tutte le caratteristiche precedenti, vi è anche la possibilità, di rilevare il virus anche nel caso di una bassa carica virale e ciò può rendere più immediata e mirata la gestione del decorso della malattia.

Considerando l’accorato appello che a gennaio arrivava da più parti del mondo scientifico per cercare di rendere più efficaci le fasi di sequenziamento del genoma del virus, visto lo scenario ricco di varianti che si andava sempre più profilando già da quei mesi (alcune delle quasi caratterizzate da fenomeni di evasione immunitaria) e che ad oggi vediamo nuovamente infiammato dall’esplosione della nuova insidiosa variante indiana, possiamo considerare l’avvento di questo protocollo come un passo in avanti significativo nell’ottica di implementazione delle strategie di sorveglianza del virus.

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Tue, 18 May 2021 09:04:25 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/516/covid-19-sequenziamento-genomico-varianti-del-virus-e-un-nuovo-metodo-per-individuarle alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Ipercolesterolemia: cos’è e perché non sottovalutarla https://www.alfiogarrotto.it/post/515/ipercolesterolemia-cos-e-e-perche-non-sottovalutarla

Il colesterolo è una molecola lipidica necessaria per il corretto funzionamento dell’organismo, in quanto ha un ruolo importante nella sintesi di alcuni ormoni, oltre che della vitamina D, ed è un costituente delle membrane cellulari. Esso viene prodotto dal fegato e può generarsi in quantità maggiore anche in conseguenza al consumo di determinati cibi: gli alimenti con elevato contenuto di grasso animale (es. butto, salumi, formaggi) lo contengono, mentre alimenti come frutta, verdura e cereali ne sono privi. Il colesterolo viene trasportato tramite il sangue grazie alle lipoproteine (una classe particolare di particelle) che in base alla densità (inversamente proporzionale alla quantità di colesterolo presente) possono essere di due tipi:

  • lipoproteine a bassa densità, o LDL, trasportano il colesterolo sintetizzato dal fegato alle cellule del corpo;
  • lipoproteine ad alta densità, o HDL, rimuovono il colesterolo in eccesso nei tessuti per riportarlo al fegato, che dovrà provvedere a eliminarlo.

Le lipoproteine a bassa densità (LDL) sono quelle meglio note nel linguaggio comune come “colesterolo cattivo” poiché quando si presentano in quantità eccessiva hanno la tendenza a depositarsi sulla parete delle arterie portando così a un ispessimento della stessa e a un progressivo indurimento, ossia al processo di aterosclerosi che nel tempo, se non curato adeguatamente, può portare a sua volta alla formazione di ateromi (placche all’interno della parete arteriosa) che rendono difficoltoso il passaggio del flusso sanguigno e addirittura possono staccarsi e generare un’ostruzione, o trombo, in grado di provocare claudicatio intermittens, infarto cardiaco o ictus. Si può parlare dunque di ipercolesterolemia quando il valore di colesterolo totale raggiunge livelli che superano i 200mg/dl, di cui HDL inferiore a 50mg/dl e LDL superiore a 100mg/dl.

L’ipercolesterolemia, inoltre, insieme ad altri fattori di rischio quali ipertensione, obesità e tabagismo, è uno di quei fattori che con un cambio nello stile di vita può essere modificato. Già “semplicemente” con un’alimentazione sana si può ridurre la quantità di colesterolo nel sangue del 5-10%, diminuendo di conseguenza anche l’insorgenza delle suddette malattie cardiovascolari. È molto importante affrontare questo tema visto che, purtroppo, in assenza di un monitoraggio dei valori routinario (comuni analisi del sangue sono utilissime nel controllo del colesterolo) non è presente una chiara sintomatologia che può far correre ai ripari, anzi è spesso asintomatica, non dando affatto ‘disturbi diretti’, potendo portare le persone che ne sono affette a ignorare questo problema per lungo tempo. La concomitanza di malattie metaboliche (es. diabete) o comunque di problematiche legate a un aumento importante del peso (fino anche all’obesità) e a una vita molto sedentaria, sono campanelli d’allarme che devono spingere a un maggiore controllo poiché questi potrebbero essere soggetti più facilmente affetti da ipercolesterolemia.

Ci sono anche soggetti geneticamente predisposti, ossia chi ha una serie di mutazioni a carico del gene recettore deputato all’LDL e in questo caso si tratta di ipercolesterolemia ereditaria. Si avranno dunque, anche a partire dalla giovane età, livelli importanti di colesterolo totale (e in particolare di LDL) nel sangue ma non di trigliceridi. Nelle così dette forme omozigote le mutazioni portano a una forma molto grave sin dall’infanzia, con la formazione di placche all’interno della pelle (specialmente in alcuni punti come ginocchia, gomiti, natiche), arrivando a volori totali di colesterolo altissimi (tra 600 e 1200 mg/dl). Diversamente i soggetti eterozigoti hanno una forma più lieve che si sviluppa in genere dopo i 35 anni per gli uomini e dopo i 45 per le donne.

Diverse evidenze scientifiche e i numeri degli ultimi anni in continuo aumento hanno spinto gli specialisti europei a modificare le linee guida ESC/EAS (European Society of Cardiology/European Society of Atherosclerosis) per la gestione delle dislipidemie, abbassando ulteriormente i valori target che ho segnalato poco fa, facendoli arrivare a queste soglie di sicurezza: 116 mg/dL per pazienti a basso rischio cardiovascolare, 100 mg//dL per soggetti a rischio moderato, 70 mg/dL per i pazienti ad alto rischio e 55 mg/dL per quelli a rischio molto alto.

Anche in Italia la situazione va monitorata, in quanto secondo uno studio condotto dall’Osservatorio Epidemiologico Cardiovascolare (OEC)/Health Examination Survey (HES) sulla popolazione di età compresa fra 35 e 74 anni tra il 1998 e il 2012, il valore medio di colesterolo totale è sensibilmente aumentato sia negli uomini sia nelle donne, registrando anche un aumento in generale dell’incidenza del disturbo che è passato, per gli uomini, dal 20,8% al 34,3%, e per le donne dal 24,6% al 36,6%.

Per limitare i rischi dovuti alle pericolose conseguenze a livello cardiocircolatorio e cardiovascolare associati bisognerà dunque evitare il tabagismo, abbracciare uno stile di vita più attivo, mantenere sotto controllo l’alimentazione (e il peso), monitorare ipertensione e diabete. Laddove queste attenzioni non fossero sufficienti, in base a precise linee guida, si interviene con una terapia farmacologica tra queste (ricordando sempre che ciascuna terapia ha potenzialmente degli effetti indesiderati e che quindi va concordata caso per caso con il proprio specialista):

  • statine: per ridurre la produzione di colesterolo LDL e al contempo potenziare la capacità epatica di rimozione di quello in circolo;
  • sequestranti della bile acida: per far sì che legandosi al colesterolo presente nella bile acida dell’intestino esso venga espulso con le feci, di conseguenza abbassando i valori LDL;
  • niacina: per abbassare i livelli di colesterolo totale (ma in particolare LDL) e di trigliceridi, a favore della quota HDL;
  • fibrati: fondamentalmente usati per abbassare i trigliceridi, sembra riescano ad aumentare il colesterolo HDL (“buono”) a scapito del “cattivo”, ma non esistono ancora dati certi a tal proposito;
  • ezetimibe: per ridurre l’assorbimento del colesterolo che assumiamo dall’alimentazione.

L’interesse e la ricerca intorno ai disturbi lipidici, infine, ha portato ad approfondire gli studi per trovare nuovi trattamenti per chi ne soffre. Recentemente, sul Cardiology Journal[1], è stato pubblicato uno studio al riguardo circa alcune proteine simili all’angiopoietina (ANGPTL) per il trattamento dell’ipertrigliceridemia, che sembrano però essersi rivelate efficaci anche per la normalizzazione delle concentrazioni lipidiche plasmatiche nei pazienti con ipercolesterolemia familiare omozigote. Una nuova generazione di farmaci, dunque, che potrebbe portare buone notizie per chi è affetto da questo tipo di patologie.

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Tue, 20 Apr 2021 08:28:09 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/515/ipercolesterolemia-cos-e-e-perche-non-sottovalutarla alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Giornata nazionale del fiocchetto lilla: fondamentale sensibilizzare sui DCA https://www.alfiogarrotto.it/post/514/giornata-nazionale-del-fiocchetto-lilla-fondamentale-sensibilizzare-sui-dca

Tre anni fa, nella Gazzetta Ufficiale n. 140 del 19/06/2018, è stata ufficialmente istituita la Giornata nazionale del fiocchetto lilla dedicata ai disturbi del comportamento alimentare, che da quel momento in poi si svolge ogni anno in data 15 marzo. «In tale giornata le amministrazioni pubbliche, anche in coordinamento con tutti gli enti e gli organismi interessati, promuovono l’attenzione e l’informazione sul tema dei disturbi del comportamento alimentare, nell’ambito delle rispettive competenze e attraverso idonee iniziative di comunicazione e sensibilizzazione»[1].

Voglio dunque spendere qualche parola in più su queste patologie che spesso si portano dietro un grande carico di stigma sociale e vengono banalizzate o sottovalutate anche da chi è molto vicino alla persona che ne soffre, non rendendosi conto di essere di fronte a qualcosa di molto delicato e che va immediatamente trattato. Occupandomi di chirurgia metabolica ho avuto modo di avere a che fare molte volte con persone affette da DCA (o ex DCA) e proprio per questo ritengo che sia importantissimo portare avanti campagne di sensibilizzazione circa questi argomenti per diverse ragioni. Innanzitutto, per difendere i diritti del paziente, continuamente sottoposto a giudizi e pregiudizi derivanti da informazioni non corrette. In secondo luogo, per far sì che l’argomento prenda piede nell’opinione pubblica portando anche chi non è direttamente coinvolto a interessarsi alla questione. E, infine, per accrescere – sia individualmente sia a livello collettivo (e istituzionale) – la consapevolezza che i DCA stanno assumendo il carattere di epidemia sociale e dunque cercare di dare vita a una rete di solidarietà che combatta il disagio relazionale di chi ne è affetto, per non farlo sentire abbandonato e incompreso.

I disturbi del comportamento alimentare sono malattie estremamente complesse poiché hanno alla base una condizione di disagio psicologico che spinge chi ne soffre a vivere tutto ciò che ruota attorno al cibo con un’attenzione ossessiva e a cercare di controllare il proprio corpo in maniera patologica. Come si legge, infatti, nella definizione riportata nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5): «I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione sono caratterizzati da un persistente disturbo dell’alimentazione o di comportamenti collegati con l’alimentazione che determinano un alterato consumo o assorbimento di cibo e che danneggiano significativamente la salute fisica o il funzionamento psicosociale». Non è, dunque, una questione soltanto meramente di “peso”, talvolta infatti anche persone normopeso possono essere affette da tali patologie e anzi troppo spesso nell’opinione pubblica vengono operate distinzioni tra i diversi disturbi dell’alimentazione, come se esistessero disturbi di “serie A” e disturbi di “serie B”. Al contrario, tutti, dalla bulimia all’anoressia, dal binge eating ai così detti EDNOS (disturbi dell’alimentazione non altrimenti specificati), sono in grado allo stesso modo di compromettere la salute degli organi e degli apparati e portare, alle estreme conseguenze, anche alla morte. Per quei disturbi che generano un aumento di peso non controllato, infatti, avremo come potenziali conseguenze il diabete, l’ipercolesterolemia, l’ipertensione arteriosa, l’insorgenza di malattie coronariche e il conseguente drastico abbassamento dell’aspettativa di vita. Ma allo stesso modo, per quei disturbi che comportano, invece, la perdita di peso, si incorrerà in altrettanto gravi conseguenze, come l’insorgenza di ulcere intestinali, di danni permanenti ai tessuti dell’apparato digerente, disidratazione, danneggiamento di denti e gengive, danni anche severi al cuore, al fegato e ai reni, difficoltà di concentrazione e di memorizzazione connesse a disturbi del sistema nervoso, danni al sistema osseo, con accresciuta probabilità di fratture e di osteoporosi, oltre che il blocco della crescita, se in fase evolutiva.

Credo sia evidente, a questo punto, l’importanza a sensibilizzare più persone possibili circa questi temi, proprio per poter agire, come dicevo in principio, prima che la situazione si aggravi irreversibilmente. Inoltre, purtroppo, il periodo che stiamo vivendo, con la pandemia in atto e i momenti di confinamento forzato, costituiscono un terreno fertile per l’insorgenza dei DCA nei soggetti a rischio. Uno studio condotto congiuntamente dall’Università di Padova, dall’Università di Losanna e dalla Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste, ha rivelato proprio l’aumento di disturbi da fame emotiva e alimentazione incontrollata durante la Fase 1 e la Fase 2 del lockdown del 2020. Pubblicata sulla rivista «Appetite», e rilanciato da «Le Scienze», la ricerca si è focalizzata sull’analisi degli indici di fame emotiva, cioè quella tendenza ad alimentarsi per colmare un vuoto emotivo o in preda allo stresso o a emozioni negative, e alla frequenza di eventuali abbuffate compulsive, ossia episodi in cui si perde il controllo di quello che si mangia assumendo in tempi brevissimi quantità di cibo molto elevate.

Dal campione di 365 persone tra i 18 e i 74 anni, provenienti da tutta Italia e senza precedenti clinici di disturbi del comportamento alimentare, è emerso «un elevato livello di ansia e depressione, insieme a fattori come una peggiore qualità della vita e delle relazioni sociali, hanno portato a maggiore fame emotiva, mentre alti livelli di stress si sono risolti in episodi di abbuffate compulsive. Il nostro studio ha messo in evidenza anche un elemento di vulnerabilità che viene spesso ignorato: l’alessitimia, ossia la difficoltà di alcuni individui nell’identificare i propri sentimenti e nel distinguere tra sensazioni emotive e fisiche. Persone con alti livelli di alessitimia hanno mostrato maggiori probabilità di incorrere in episodi di fame emotiva. Infine, è stato osservato che i comportamenti alimentari disfunzionali sono stati più frequenti durante la Fase 1 rispetto alla Fase 2, mostrando che introdurre alcune deroghe nelle regole di quarantena può aiutare le persone a reagire con un minore malessere emotivo»[2], ha affermato la dott.ssa Marilena Aiello della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste.

Il fatto che tali risultati siano stati riscontrati su persone sane è molto indicativo. In primis ci fa riflettere su quanto la pandemia possa essere stata (ed è ancora) impattante per le persone che, al contrario, hanno già manifestato comportamenti alimentari disregolati essendo affetti da DCA e, in secondo luogo, l’incidenza non trascurabile degli effetti negativi sulla salute mentale e sul comportamento alimentare di persone sane ma sottoposte a periodi di forte stress emotivo, ci dice che, se da un lato le misure restrittive sono assolutamente necessarie per il contenimento dei contagi, altrettanto necessario è prevedere un supporto psicologico per quelle persone più vulnerabili che non possono e non devono essere lasciate sole.

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Fri, 9 Apr 2021 08:25:50 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/514/giornata-nazionale-del-fiocchetto-lilla-fondamentale-sensibilizzare-sui-dca alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Sindrome dell’intestino irritabile https://www.alfiogarrotto.it/post/512/sindrome-dell-intestino-irritabile

Chiamata anche “sindrome del colon irritabile” o “colite spastica”, la sindrome dell’intestino irritabile è un disturbo cronico delle funzioni dell’apparato gastrointestinale ed è molto comune, colpisce infatti 1 italiano su 5 e, in particolare, la popolazione femminile nella fascia d’età compresa tra i venti e i cinquant’anni.

Cosa s’intende con l’aggettivo “irritabile”? S’intende la maggiore sensibilità rispetto alla norma delle terminazioni nervose che si trovano nella parete intestinale, terminazioni che si occupano di controllare la contrazione della muscolatura intestinale e di trasmettere al cervello le sensazioni dell’intestino. Essendo maggiormente sensibili esse, anche in condizioni di normale sollecitazione dell’intestino quali, ad esempio, essere sotto stress per qualcosa, terminare un pasto, avere le mestruazioni, possono rivelarsi come condizioni sufficienti per generare una risposta esagerata da parte delle terminazioni nervose che dunque portano all’insorgenza dei sintomi. Dunque dolori addominali, gonfiore, stitichezza (o al contrario diarrea) sono tra i più comuni e sono proprio dipesi da questa “attivazione” di nervi e muscoli dell’intestino. I disturbi in questione sono cronici, per alcuni periodi sono meno presenti, ma possono insorgere nuovamente e anche durare settimane (o mesi), diventando persistenti e impattando significativamente sulla qualità della vita.

Purtroppo le cause di questa “irritabilità” dell’intestino non sono accertate e, oltre a un’eccessiva sensibilità dei nervi intestinali, potrebbe anche dipendere dalla modalità di passaggio del cibo (che può essere troppo lenta o troppo veloce), ma anche dallo stress, dalla storia familiare (se si presentano altri casi in famiglia) o da alterazioni della flora batterica.

Una volta accertati i sintomi di cui ho parlato in precedenza, non esistendo delle analisi precise atte a diagnosticare con certezza il disturbo, si svolgono alcuni esami che portano all’esclusione di altre patologie con analoghi sintomi, quindi si procede con delle analisi del sangue per scongiurare la celiachia o comunque monitorare l’eventuale presenza di malattie infiammatorie croniche intestinali; e poi con l’esame delle feci, sempre per escludere ulteriori infezioni.

Solo nel caso in cui si sommino ai sintomi classici, altri sintomi come l’incontinenza fecale, l’anemia, la nausea, un inspiegabile dimagrimento repentino, la presenza di sangue nelle feci o la presenza di masse addominali, sarà invece necessario recarsi immediatamente da un medico specialista per approfondire con ulteriori analisi (quale ad esempio la colonscopia) per accertare che non si tratti di patologie più gravi.

Una volta accertato il disturbo, caso per caso, è necessario studiare la condizione del singolo paziente, poiché essendo le cause dell’insorgenza del disturbo non sempre le stesse e non accertate, bisognerà procedere per tentativi in base alla sintomatologia specifica. Sicuramente per prima cosa si dovrà procedere con l’adozione di una dieta e uno stile di vita più regolati. Per quanto riguarda l’alimentazione bisogna evitare:

  • i cibi confezionati;
  • di saltare i pasti o mangiare in modo disordinato;
  • di mangiare troppo velocemente;
  • più di tre caffè o tè al giorno;
  • le bevande alcoliche o bere molte bibite gassate;
  • i cibi ricchi di grassi o comunque troppo elaborati;
  • di consumare più di tre porzioni di frutta al giorno.

Per ogni specifico tipo di sintomatologia poi andranno evitati determinati cibi piuttosto che altri. Ad esempio, se chi soffre di diarrea dovrà ridurre i cibi ricchi di fibre, come cereali integrali, noci, nocciole e semi, chi invece soffre di stitichezza dovrà al contrario aumentare la quantità di fibre nell’alimentazione, cercando di assumerne almeno 400 gr al giorno tra frutta e verdura.

In ogni caso sarà bene tenere un diario alimentare, annotarsi di volta in volta quali sono i cibi o le bevande che peggiorano i sintomi avvertiti e cercare di condurre una vita più attiva, inserendo dell’attività fisica (qualora si conducano delle giornate molto sedentarie), provando a mettere in atto delle tecniche di rilassamento e, se consigliati dal proprio medico curante, provando ad assumere per un mese dei probiotici per monitorare eventuali miglioramenti in seguito a un’assunzione prolungata.

In ultima analisi bisogna ricordare che può esservi una stretta correlazione anche tra stress, ansia, fattori psicologici e la sindrome dell’intestino irritabile.

Lo stress è definito come ciò che crea un turbamento oggettivo o soggettivo dell’equilibrio tra corpo e mente (l’omeostasi) e spesso esiste a prescindere da manifestazioni visibili della sua presenza come, per esempio, attacchi di ansia o di panico. Alcune tipologie di stress fisico, come l’aver subito un intervento o aver avuto una malattia o un trauma, e di stress psicologico, come un lutto, una separazione, un abuso, la perdita del lavoro, ecc., determinano un aumento della sensibilità intestinale di cui parlavamo all’inizio dell’articolo e dunque molto spesso si associano all’insorgenza della sindrome dell’intestino irritabile. Il cervello, infatti, e vi sono sempre maggiori prove al riguardo, è profondamente connesso con l’intestino, e ciò ha un impatto non indifferente sulla nostra salute. Ecco perché avere un intestino sano non vuol dire soltanto prevenire l’insorgenza di malattie acute gravi, avere una pancia sgonfia o dimagrire per rimettersi in forma; significa anche cercare di curarsi dal punto di vista emotivo. Riconoscere e prendere di petto eventi stressanti è sicuramente importante per andare a fondo nella correlazione tra essi e la sindrome dell’intestino irritabile. Ciò non vuol dire però che tutti i pazienti con questa patologia abbiano necessariamente problemi di natura emotiva o psicologica, anzi, molti soggetti che presentano diversi sintomi non hanno alcuna evidenza di essere affetti da ansia, stress, depressione o altro, ma nonostante ciò, l’intervento di cause esterne e di agenti di stress, anche non necessariamente severi, possono ingenerare un cambiamento delle abitudini intestinali e portare all’acuirsi repentino dei sintomi avvertiti sino a quel momento.

Un disturbo tanto comune, dunque, quanto insidioso, che non va assolutamente sottovalutato, bensì affrontato e curato da uno specialista, prima che si giunga a un drastico peggioramento della qualità della vita di tutti i giorni, dovuto al ripresentarsi continuo degli episodi sintomatici a distanza temporale molto ravvicinata.

Dr. Alfio Garrotto

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Mon, 29 Mar 2021 08:58:33 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/512/sindrome-dell-intestino-irritabile alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Vaccini anti-Covid? Si attende la seconda generazione https://www.alfiogarrotto.it/post/511/vaccini-anti-covid-si-attende-la-seconda-generazione

Su Scientific American[1] è uscito a fine gennaio un interessante articolo a cura di Zoe Cormier, prontamente rilanciato in Italia da Le Scienze[2]. Dico interessante perché, nel solco del precedente articolo che ho qui pubblicato, getta luce sulla costruzione di una sorta di seconda parte del discorso mostrando quali sono i vaccini anti-Covid più innovativi e promettenti tra quelli a oggi ancora in via di sviluppo e di test. Sappiamo infatti che, sebbene quelli approvati dalle autorità sanitarie siano soltanto tre (Pfitzer/BioNTech, Moderna e Oxford/AstraZeneca), sono molti di più quelli in via di sperimentazione e tra questi ce ne sono diversi che potrebbero essere promettenti in ottica futura non soltanto a livello di efficacia, ma anche a livello di produzione e distribuzione.

Sappiamo, inoltre, che i vaccini Pfizer/BioNTech e Moderna sfruttano entrambi una nuova tecnica genetica, ossia impiegano il così detto RNA messaggero, al contrario del vaccino di AstraZeneca che, invece, è da considerarsi più “tradizionale” in quanto utilizza un virus degli scimpanzé per far sì che venga somministrato un componente peculiare del SARS-CoV-2; ma questi non sono appunto gli unici vaccini su cui si sta lavorando. La ricerca non si è fermata, anzi: più di duecento sono ancora in via di sperimentazione e sviluppo affinché si riescano a trovare nuovi meccanismi d’azione per produrre una tipologia vaccinale che sia il più possibile efficace e anche più semplice nella distribuzione. È noto ormai come i vaccini di Pfitzer e Moderna siano infatti molto difficoltosi da trasportare e conservare, dovendo trovarsi sempre a una temperatura che non salga sopra determinate soglie (Pfizer -70° e Moderna -15°), cosa che rende necessaria la presenza di congelatori (per quello della Pfizer molto potenti e non “di dotazione”) molto costosi e non sempre disponibili soprattutto se si pensa ai Paesi in via di sviluppo o alle zone rurali e più povere del Sud America, dell’India, dell’Africa e così via.

È lecito dunque chiedersi come fare nel lungo periodo e soprattutto sbrigarsi portare a termine le sperimentazioni per quelli che sono chiamati vaccini “di seconda generazione”. Ma non pensate che nulla si stia facendo al riguardo, anzi come avverte Danny Altmann, immunologo di fama internazionale, «abbiamo l’imbarazzo della scelta! Una cosa di cui senz’altro la maggior parte della gente non si è resa conto è che, un po’ in sordina, negli ultimi 15 anni la scienza dei vaccini è progredita molto, sviluppando una serie di tecnologie incredibilmente raffinate»[3]. Proprio alla luce di questi enormi progressi e della mole ingente di vaccini che si stanno perfezionando e stanno affrontando le varie fasi di test, credo possa essere utile vedere più da vicino i tre indicati come i più promettenti per il prossimo futuro:

  • RNA ad auto-amplificazione (Imperial College di Londra)
  • Subunità della proteina (Novavax)
  • Nanoparticelle proteiche specificamente progettate (Institute for Protein Design, Università di Washington)

Il primo, sulla scia di quanto accade con i vaccini a mRNA, lavora inserendo del materiale genetico del virus direttamente nelle cellule umane per stimolarle a produrre la ormai nota proteina spike senza però somministrare il virus vero e proprio similmente per quanto accade con i vaccini di Pfizer e Moderna. Qual è dunque la particolarità di questa tipologia di vaccino in via di sperimentazione nell’Imperial College di Londra? Essa risiede nel fatto che il vaccino viene modificato in modo da far sì che le stesse cellule umane possa continuare in autonomia a generare la proteina spike, così da rendere necessaria una sola dose, senza bisogno del richiamo. A questo va aggiunto che il costo di produzione sarebbe molto basso, rendendolo così facilmente reperibile in grandissime quantità. Semplificando di molto, questo candidato potrebbe essere pensato come un fratello maggiore dei vaccini a mRNA attualmente prodotti, simile ma migliore per efficacia e fase produttiva.

Il secondo, studiato dai ricercatori della Novavax, una start-up del Maryland, si basa invece sulla somministrazione proprio della proteina spike (né del virus intero, né di materiale genetico). Avvalendosi dell’ingegneria genetica sono infatti riusciti a modificare le cellule di una falena (in grado di produrre ingenti quantitativi di proteina spike) all’interno di bioreattori. Anch’esso sarebbe un vaccino a basso costo di produzione, oltre che facilmente conservabile in normali frigoriferi, avendo bisogno di temperature comprese tra i 2° e gli 8°. «In questo approccio, il trucco è l’aggiunta di un agente adiuvante – un additivo che rafforza la risposta del sistema immunitario – ottenuto a partire dalla saponina, un composto derivato dalla corteccia di un albero sudamericano, Quillaja saponaria. “La tecnologia delle proteine ingegnerizzate è già stata provata e verificata in passato; semplicemente, per produrle ci vuole un po’ più di tempo che per l’RNA”, spiega Gregory Glen, a capo della sezione ricerca e sviluppo di Novavax»[4].

Il terzo e ultimo vaccino annoverato tra i più promettenti è quello di cui si stanno occupando i ricercatori dell’Institute for Protein Design (Università di Washington), i quali concentrandosi anch’essi sulle proteine derivate da SARS-CoV-2, non si sono focalizzati sull’intera proteina spike, bensì sul recettore che fa da “collante” con le cellule umane (RBD). Il vaccino in questione verrebbe dunque somministrato in nanoparticelle di tipo sferico, sulle quali vengono “legate” le proteine RBD, fabbricate per sintesi sulla superficie della nanoparticella. Stando a quanto sappiamo sinora con questo vaccino si potrebbe avere una risposta anticorpale molto maggiore di quella stimolata dagli attuali vaccini che usano l’intera proteina spike. Il biochimico che lo ha realizzato, Neil King si dice molto orgoglioso di questo lavoro che invece di modificare proteine già esistenti si occupa di crearne di nuove affinché possano agire esattamente come si vuole che agiscano. Per adesso è alla fase I della sperimentazione clinica, perciò c’è ancora da attendere per verificarne la reale efficacia.

Ho voluto sintetizzarvi le novità raccolte su Scientific American perché credo che possa dare speranza sapere quanto instancabilmente la ricerca si dà da fare per trovare una soluzione veramente definitiva che possa mettere la parola fine alla pandemia. E soprattutto non bisogna dimenticare che gli studi condotti dai ricercatori non sono mai un vuoto a perdere poiché tutto quello che si studia e si scopre andando avanti nella ricerca è solida base per sconfiggere le patologie future e farsi trovare pronti ad affrontare le sfide del domani.

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Tue, 2 Mar 2021 09:54:37 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/511/vaccini-anti-covid-si-attende-la-seconda-generazione alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Covid-19, fake news e vaccini a RNA https://www.alfiogarrotto.it/post/513/covid-19-fake-news-e-vaccini-a-rna

Il 27 dicembre scorso è stato il Vaccine Day, ossia la data a partire dalla quale, in Italia e in Europa, è cominciata la campagna vaccinale contro il Covid-19. L’argomento vaccini, oltre a essere di stringente attualità, è anche molto delicato vista la resistenza di un numero ingente di persone ad accostarsi al vaccino, nutrendo dubbi sulla sua azione e sulle fasi di sperimentazione che ne hanno portato all’adozione su larga scala. A tal proposito è bene fare un po’ di chiarezza, sfatando dapprima molti falsi miti e vere e proprie fake news che circolano circa i vaccini, per poi accostarsi al funzionamento della particolare tipologia di vaccino che è stata prodotta per combattere la pandemia in corso.

Le maggiori incertezze riguardo i vaccini contro il Covid-19, generatrici nella maggior parte della diffusione di notizie false e prive di fondamento, riguardano principalmente i seguenti punti:

  • Tempistiche troppo brevi per la sua formulazione e conseguente insufficienza di prove della sua sicurezza;
  • Inutilità sia per le mutazioni del virus sia per la validità troppo breve;
  • La possibilità di modificare il codice genetico e attuare delle mutazioni, utilizzando l’rna.

Per quanto riguarda il primo punto è falso correlare i tempi ristretti a un’ipotetica scarsa sicurezza del vaccino. Tutte le fasi della sperimentazione sono state pienamente rispettate. Sebbene, infatti, siano necessari molti anni di lavoro e grandi investimenti economici per la sperimentazione e approvazione di vaccini, la gravità della situazione generale generata dalla pandemia ha spinto il mondo scientifico, le case farmaceutiche e i governi dei diversi stati a instaurare un rapporto sinergico senza precedenti che ha portato all’ottenimento di vaccini sicuri ed efficaci in tempi molto più rapidi del solito. Sono stati mobilitati fondi ingentissimi e soltanto se esso avesse passato tutte e tre le fasi e la verifica successiva di EMA (per l’Europa) e FDA (per gli Stati Uniti) ne sarebbe stata autorizzata la somministrazione. Quando si terminano gli studi della fase 3, e questo vale per ogni singolo vaccino, la casa farmaceutica infatti ha il dovere di presentare i risultati alle agenzie regolatorie (FDA e/o EMA in base a dove essa voglia commercializzare il proprio prodotto). Queste ultime hanno il compito di verificare tutti i dati forniti tramite uno studio approfondito, potendo anche rifiutare l’autorizzazione a immetterlo nel mercato (se meno efficace di altri già in commercio o se avente troppi effetti collaterali), o se lo ritenesse necessario richiedendo uno studio ulteriore in fase 3 per approfondire degli aspetti che non vengono ritenuti sufficientemente chiari, chiedendo di riportare la documentazione solo quando questi nuovi dati saranno disponibili. Vi dico tutto questo perché voglio che sia chiaro che il procedimento che porta un farmaco o un vaccino a essere prodotto e somministrato non è una passeggiata! Anche per i vaccini contro il Covid-19 è stato eseguito tutto l’iter in ogni suo passaggio.

Per quanto riguarda la presunta inutilità del vaccino anche qui si è vittime di una fake news! Circa la sua inefficacia per le varianti, infatti, non vi è attualmente alcuna evidenza scientifica che essa sia reale oltre al fatto che i vaccini di cui parliamo determinano la formazione di una risposta immunitaria contro la proteina cosiddetta Spike, ossia quella prodotta dal virus per attaccarsi alle cellule del nostro corpo per infettarle ed è molto improbabile che vi siano delle mutazioni proprio dei frammenti di proteina Spike in questione. Circa la protezione indotta dai vaccini, per adesso sappiamo che durerà alcuni mesi (non settimane come si pensa) e, inoltre, soltanto quando il vaccino sarà somministrato a una percentuale molto elevata della popolazione potremmo verificare l’effettiva durata dell’immunità che ci si augura duri almeno un anno, come accade per i vaccini contro l’influenza, ma non è escluso che possa durare anche più anni, come succede per i vaccini antipneumococcici.

Infine, per quanto riguarda la paura che ricevendo la somministrazione del vaccino esso possa modificare il nostro DNA, questo pericolo è del tutto infondato! Il compito dell’mRNA o RNA messaggero è solo quello di trasportare le istruzioni per la produzione di proteine da parte della cellula con cui dialoga. Nelle nostre cellule il DNA produce mRNA e quest’ultimo produce una proteina, ma l’informazione è unilaterale, non sarebbe possibile per la proteina fare il processo inverso ossia generare un mRNA che modifichi il DNA. Tra l’altro l’mRNA ha una vita brevissima e una volta fatto il suo “dovere” di comunicare il messaggio che porta si degrada nei suoi componenti nucleotidici.

Con il Covid-19 è stato possibile dimostrare l’importanza della ricerca condotta sullo studio di vaccini a RNA. La vaccinazione, infatti, è ad oggi, la misura preventiva più sicura ed efficace per combattere le malattie infettive e ha permesso di debellare malattie come il vaiolo e la poliomielite, salvando ogni anno milioni di persone. In buona sostanza il vaccino ha il compito di sollecitare il sistema immunitario in modo che esso possa riconoscere (sfruttando la memoria immunologica) il patogeno quando esso entrerà in contatto con noi, rendendolo inoffensivo. Varie sono le tipologie di vaccino:

  • Vaccini vivi attenuati contengono microbi (virus o batteri) ancora vivi ma resi innocui, e quindi non più in grado di provocare la malattia (ad esempio il vaccino contro il morbillo);
  • Vaccini inattivati, nei quali i virus o i batteri sono stati uccisi tramite esposizione al calore oppure con sostanze chimiche (ad esempio il vaccino antipolio);
  • Vaccini ad antigeni purificati, ossia vaccini che contengono solo alcuni frammenti (antigeni) del battere o del virus (ad esempio il vaccino contro la pertosse);
  • Vaccini ad anatossine che contengono sostanze tossiche prodotte dai batteri – le tossine – che sono state neutralizzate trasformandole, appunto, in anatossine che non sono più in grado di provocare la malattia, ma sono capaci di attivare le difese immunitarie dell'organismo (ad esempio il vaccino contenente la tossina del tetano);
  • Vaccini a DNA ricombinante, prodotti copiando informazioni genetiche del virus o del batterio e sfruttandole per produrre una grande quantità di proteina virale o batterica (ad esempio il vaccino per l’Ebola)[1].

Come mai è così importante che si sia fatto ricorso a un vaccino a RNA? In un interessantissimo articolo pubblicato su Nature a inizio anno[2] e pubblicato in Italia su Le Scienze, viene spiegata proprio l’importanza in ottica futura di questa tipologia di vaccini. Sebbene, infatti, l’idea di usare l’RNA nei vaccini circoli sin dagli anni ’90 (essendo questa una tecnologia più agile rispetto agli approcci tradizionali e permettendo ai ricercatori di accelerare molte fasi di ricerca e sviluppo), l’applicazione della tecnologia ha dovuto affrontare diverse difficoltà. «Le materie prime sono costose. Gli effetti collaterali possono essere problematici. E attualmente la distribuzione richiede una catena del freddo dispendiosa […]. Probabilmente l’urgenza del COVID-19 permetterà di accelerare i progressi in alcuni di questi problemi, ma molte aziende potrebbero abbandonare la strategia, una volta passata la crisi attuale. Resta la domanda: dove andrà a finire?». Insomma siamo solo all’inizio, ma quello che si è scoperto fino ad ora non può essere lasciato cadere e percorrere questa strada anche nel futuro potrebbe portarci a trovare delle soluzioni per malattie molto restie a essere sconfitte come ad esempio la malaria, la tubercolosi o l’Hiv.

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Thu, 25 Feb 2021 09:39:06 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/513/covid-19-fake-news-e-vaccini-a-rna alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
HIV/AIDS: bisogna continuare a parlarne https://www.alfiogarrotto.it/post/510/hivaids-bisogna-continuare-a-parlarne

Come ogni anno a partire dal 1988, il primo giorno del mese di Dicembre è stata celebrata la Giornata mondiale contro l’Aids. Una patologia molto seria sulla quale non devono spegnersi i riflettori, e a maggior ragione in un periodo di emergenza sanitaria come quello corrente, essendo il Covid-19 una patologia che, come sappiamo, può avere un effetto negativo su chi già è affetto da cancro, malattie croniche pregresse, e anche Aids, soprattutto in quei Paesi più poveri e nei quali è più difficile accedere alla sanità. Proprio per questi motivi il tema portante della giornata 2020 contro l’Aids è stato: “Solidarietà globale, responsabilità condivisa”, volendo richiamare l’attenzione su questa malattia e su come essa debba essere un problema di tutti e necessiti di una solidarietà diffusa globalmente e non localmente.

Ad oggi, nel mondo, sono circa 38 milioni le persone affette dal virus dell’Hiv e, nonostante la malattia sia stata identificata nel 1984, sono oltre 35 milioni i decessi che essa ha procurato finora, configurandosi dunque come una delle più distruttive della storia[1]. Ovviamente, da allora, sono stati fatti enormi passi in avanti dalla ricerca scientifica, soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni ’90 con l’avvento delle terapie antiretrovirali (Haart) che hanno causato un immediato crollo di diagnosi della malattia e un abbassamento drastico della mortalità dando la possibilità di poter sperare in un’aspettativa di vita paragonabile a quella media generale. Le terapie, dunque, sebbene non siano ancora in grado di debellare la patologia (non esiste un vaccino per questo virus), sono però capaci di bloccarne la duplicazione prevenendo i danni che esso causa nei suoi stadi avanzati. Inoltre, riducendo la quantità di virus nell’organismo, riducono anche il rischio che possa essere trasmesso in quanto, nei casi in cui la terapia attecchisca efficacemente, la quantità di virus nell’organismo è a tal punto ridotta da abbattere del tutto il rischio di trasmissione. Tali progressi a livello di ricerca scientifica hanno concorso anche alla conoscenza più profonda della patologia, del suo modo di azione e di trasmissione, consentendo di smentire tanti pregiudizi e falsi miti. Purtroppo, però, ancora oggi sono moltissimi i luoghi comuni che rimangono saldi nella coscienza collettiva quando si parla di Hiv/Aids, generando così una forte componente di stigma sociale verso le persone che vi sono affette, componente che è in grado di sfociare in vere e proprie gravissime forme di discriminazione sociale.

Voglio proprio per questo sfatare alcune delle più frequenti fake news al riguardo.

  • L’Hiv NON si trasmette tramite la saliva. Il virus si può trasmettere solo e soltanto attraverso i seguenti liquidi biologici: sangue, sperma, secrezioni vaginali, latte materno. L’infezione avviene quando uno di questi liquidi di una persona con Hiv e con carica virale rilevabile, circola nel sangue di una persona ricevente e sana tramite ferite o lesioni delle mucose. L’Hiv si trasmette pertanto o per trasmissione ematica o per trasmissione sessuale o per trasmissione verticale (dalla madre al feto durante la gravidanza o dalla madre al nuovo nato durante il parto e/o con l’allattamento)[2]. Un bacio, insomma, non è sufficiente per trasmettere il virus e neanche lacrime, sudore, urine o punture di zanzare lo sono.
  • I comportamenti sociali quotidiani non sono fonte di rischio. Stringere la mano, condividere il cibo, abbracciare, utilizzare vestiti e avere comportamenti del tutto normali e quotidiani con persone affette da Hiv NON costituisce un comportamento a rischio per una persona sana. Non è assolutamente pericoloso essere stato a contatto diretto con una persona affetta da questa malattia, neppure se ha starnutito o tossito davanti a noi: questo virus non si trasmette in questo modo! Gli unici utensili di tutti i giorni a rischio sono quelli che possono essere entrati in diretto contatto con il sangue come, per esempio, un rasoio o uno spazzolino da denti.
  • Il virus colpisce solo gli esseri umani. Sono circolate nel tempo molte bufale circa la diffusione tramite carne infetta, tramite punture di insetto, tramite animali domestici e così via. Si tratta di fake news. Il virus si trasmette solo da un essere umano infetto a un altro.
  • L’Aids e l’Hiv non sono la stessa cosa. L’Aids è la malattia da immunodeficienza acquisita ed è causata dal virus Hiv (Human immunodeficiency virus), che colpisce il sistema immunitario il quale a mano a mano non è più in grado di contrastare l’insorgenza di infezioni e malattie (di diversa entità) causate da altri virus, batteri o funghi. Chi è stato contagiato dal virus Hiv, non necessariamente però ha l’Aids, in questo caso si parla di sieropositività. In questa fase sono presenti gli anticorpi anti-Hiv, ma non si sono ancora riscontrate le infezioni opportunistiche. Il soggetto sieropositivo può vivere per anni senza sintomi di nessun tipo e accorgersi del contagio solo nel momento in cui si manifesta una malattia opportunistica. Ecco perché il test della ricerca degli anticorpi anti-Hiv è l’unica via per scoprire l’eventuale infezione. Se essa è rilevata in una fase precoce, tramite la tempestiva introduzione delle terapie antiretrovirali, l’Aids può anche non sopraggiungere mai arrivando ad avere un’aspettativa di vita che si avvicina a quella generale e migliorandone drasticamente la qualità.

 

Sfatati questi falsi miti, passiamo a qualche buona notizia. Sebbene nel 2019 circa 1,7 milioni di persone sono state infettate dall’Hiv, secondo quanto riportato dal rapporto dell’UNAIDS (il Programma delle Nazioni Unite per l’AIDS/HIV), emerge anche che l’accesso alle cure è aumentato enormemente, passando dalle 685 000 persone affette da Hiv con accesso alla cura antivirale nel 2000, alle circa 20,9 milioni di persone nel 2017. Questo ha fatto sì che venisse ridotta la possibilità di trasmissione in maniera drastica, soprattutto nel frequente caso di passaggio della malattia tra madre e feto. La sfida odierna, dunque, è quella di garantire che «i 17,1 milioni di persone bisognose di cure, tra cui 1,2 milioni di bambini, possano accedere ai medicinali»[3], mettendo così la prevenzione dell’Hiv come punto prioritario nella programmazione della sanità pubblica in particolare laddove i casi sono in aumento.

Cerchiamo di non far passare in secondo piano la lotta al virus dell’Hiv e di sensibilizzare le giovani generazioni sull’argomento. Accedendo alla sfera sessuale anche in età molto precoce è bene che i ragazzi siano pienamente coscienti delle precauzioni da adottare, siano educati a una cultura della prevenzione adottando tutte le misure per vivere la sessualità in modo sicuro. Da un’indagine condotta da Durex e Skuola.net su un campione di oltre 15.000 ragazzi (11-24 anni) è emerso che soltanto uno su due utilizza abitualmente il preservativo. «Il 67% si vergogna ad acquistarli, principalmente a causa di un approccio al tema sempre più precoce e meno consapevole (il 73% afferma di aver avuto il primo rapporto tra i 14 e i 17 anni)»[4], che unitamente alla vergogna di parlare in famiglia dell’argomento (meno del 60% del campione ne parla con i genitori), rende ancora più urgente la strutturazione per i ragazzi di capillari corsi di educazione sessuale che li rendano consapevoli nel loro approccio alla sessualità.

Dr. Alfio Garrotto

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Tue, 23 Feb 2021 08:43:24 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/510/hivaids-bisogna-continuare-a-parlarne alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Diabete di tipo 2: il fegato è a rischio https://www.alfiogarrotto.it/post/509/diabete-di-tipo-2-il-fegato-e-a-rischio

L’incidenza del diabete, in tutte le sue varianti, è molto alta (secondo le ultime stime mondiali ne è affetto circa l’8,5% della popolazione mondiale) e proprio per questo motivo dalle pagine di questo blog ho più volte trattato questa patologia come argomento di vasto interesse, sia in correlazione alla pandemia in corso, sia per approfondire una tipologia insidiosa come quella del diabete LADA, sia in altri frangenti per parlare di diabete in generale e mettere in allarme circa le probabilità che nei prossimi anni si raggiunga un picco ancora maggiore di malati. Quest’oggi, viste le importanti novità che provengono da uno studio pubblicato su Diabetes Care[1], portato avanti dall’Università di Milano-Bicocca, mi accingo a tornare sull’argomento e a prendere in considerazione il diabete di tipo 2, il quale, come dimostra questo studio può causare complicazioni al fegato, anche piuttosto gravi.

La ricerca a cui faccio qui riferimento è stata coordinata dal Professor Gianluca Perseghin, docente all’Università di Milano-Bicocca di Endocrinologia, e ha dato conferma del fatto che sia necessario operare uno screening su vasta scala dei pazienti affetti da diabete di tipo 2 per verificarne eventuali danni epatici. Tali screening ad oggi non vengono svolti in maniera routinaria come invece accade per il monitoraggio dell’insorgenza di eventuali malattie cardiovascolari e renali (che possono appunto verificarsi in correlazione al diabete), ma lo studio pubblicato su Diabetes Care ci dice il contrario: anche il fegato va monitorato, in quanto 1 paziente su 5 con diabete di tipo 2 è esposto a complicanze epatiche e i risultati italiani, messi in comparazione con quelli condotti dal ministero della Salute statunitense (che ha operato uno screening della popolazione generale), lo evidenziano con maggiore forza, visto che anche lì il 20% dei pazienti americani con diabete di tipo 2 presentano una compromissione del fegato.

Se, insomma, fino ad oggi la correlazione tra il diabete e il così detto “fegato grasso” considerata pressoché benigna, ha fatto sì che non si procedesse con uno screening capillare, vista anche la pericolosità e l’invasività della biopsia epatica (tecnica diagnostica usata in questi casi), ora dopo i risultati della ricerca in oggetto si sta tentando, sempre all’Università di Milano-Bicocca nel reparto di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo, di sviluppare un metodo diagnostico che escluda l’esclusivo ricordo alla biopsia epatica in favore di altre metodologie (tramite bio-marcatori) che siano meno invasive ma che, allo stesso tempo, consentano comunque di monitorare lo stato epatico del paziente diabetico.

Come ha dichiarato il Professor Perseghin: «Non esiste un tessuto, organo o apparato che non sia interessato dagli effetti negativi del diabete. Una quota di pazienti non trascurabile può sviluppare, soprattutto se obesa, un vero e proprio processo infiammatorio del fegato che predispone all’insorgenza della fibrosi e cirrosi epatica. Lo studio suggerisce due azioni importanti: aumentare la consapevolezza degli operatori sanitari che si prendono cura del paziente affetto da diabete e quella del paziente stesso della possibile complicanza epatologica del diabete; sviluppare e validare metodiche sempre più affidabili, semplici di utilizzo nella routine clinica e poco costose da poter applicare in una popolazione di individui così numerosa come quella dei pazienti con diabete»[2].

Il diabete di tipo 2 dunque, come malattia metabolica largamente diffusa, è da tenere sotto controllo poiché riduce sensibilmente sia l’aspettativa di vita di chi ne è affetto, sia la qualità della stessa potendo comportare molte e disparate complicazioni, anche estremamente invalidanti e in grado di compromettere, appunto, la funzionalità di organi vitali. Come si legge dalle pagine del Diabets Research Institute le più frequenti sono quelle che intaccano il «cuore (infarto del miocardio, cardiopatie), i reni (insufficienza renale), i vasi sanguigni (ipertensione o altre malattie cardiovascolari, ictus, ecc.), gli occhi (glaucoma, retinopatie, ecc.)»[3], e a queste, adesso, dovremmo aggiungere anche quelle che implicano il fegato.

Cerchiamo allora di educare alla conoscenza di questa malattia, non sottovalutandola e soprattutto non sottovalutandone mai i fattori di rischio che ci rendono più esposti a svilupparla, come ad esempio il peso troppo elevato, l’inattività fisica, dei valori di colesterolo e trigliceridi fuori norma. Uno stile di vita sano e consapevole può fare la differenza in ottica preventiva, e sul lato clinico, invece, bisogna cercare di perseguire quelle azioni per il futuro che suggeriva il dottor Perseghin e in particolare lo sviluppo e la validazione di metodiche tali da poter raggiungere uno screening sempre più capillare e affidabile da inserire nella ruotine clinica.

Alfio Garrotto

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Tue, 9 Feb 2021 08:36:31 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/509/diabete-di-tipo-2-il-fegato-e-a-rischio alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
PACE: un innovativo software che sostituisce la TAC https://www.alfiogarrotto.it/post/508/pace-un-innovativo-software-che-sostituisce-la-tac

Una ricerca nata dalla collaborazione delle due Università di Messina e di Catania ha reso possibile rielaborare in chiave medica un software, precedentemente sviluppato all’interno di una ricerca tecnologica dell’INGV, rendendolo utile nell’elaborazione migliorativa (e conseguente lettura) delle radiografie in immagini TAC. Si tratta dello studio intitolato “Pipeline for Advanced Contrast Enhancement (PACE) of Chest X-ray in Evaluating COVID-19 Patients by Combining Bidimensional Empirical Mode Decomposition and Contrast Limited Adaptive Histogram Equalization (CLAHE)[1] e pubblicato il 16 ottobre scorso sulla rivista «Sustainability» del MDPI (Multidisciplinary Digital Publishing Institute).

La tecnologia che sta alla base del software PACE era in precedenza stata sviluppata dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia per studiare “lo stato di salute” della crosta terreste e di conseguenza monitorare eventuali problemi nei vari strati della crosta, l’aspetto sorprendente, dunque, è stato il constatare come tra l’interno della Terra e l’interno dei polmoni vi fosse in qualche modo un’analogia! Il ricercatore dell’INGV Massimo Chiappini, tra i coautori della ricerca, ha affermato che essa «nasce proprio dall’intuizione di utilizzare su immagini mediche le stesse tecniche di trattamento delle immagini che utilizziamo normalmente per la rappresentazione del sottosuolo nelle aree soggette a rischio sismico, vulcanico o ambientale»[2]. È stato l’approccio multidisciplinare a rivelarsi vincente, poiché andando oltre le iniziali titubanze si è compreso che quell’assurda analogia poteva invece essere la chiave per mettere a punto un sistema innovativo in campo medico.

In un periodo molto complesso a livello sanitario, con l’emergenza COVID-19 che deve essere costantemente essere tenuta a bada, uno dei problemi riscontrato nei reparti è proprio quello della difficoltà nella valutazione radiologica dei pazienti che nel decorso della malattia si sono aggravati con serie patologie polmonari che necessitano di un’attenta analisi di eventuali lesioni polmonari per capire sia il tipo di evoluzione della malattia, sia quali terapie nello specifico mettere in campo. Non sempre il monitoraggio, però, si è rivelato semplice da portare avanti perché la maggioranza dei pazienti che si trovano nella fase acuta della malattia o sono poco collaborativi o si trovano in terapia intensiva, rendendo così necessario procedere alle radiografie con strumenti portatili che generano risultati meno leggibili e talvolta immagini compromesse o non abbastanza chiare nell’individuazione delle lesioni polmonari. Inoltre, come si legge nell’abstract della ricerca, la tomografia computerizzata (TAC) del torace, usata largamente in Cina, ha sì riportato un successo significativo nel monitoraggio, ma tale tipo di «approccio non può essere utilizzato in modo massiccio, principalmente per due motivi: l’alto rischio e i costi. Inoltre, in alcuni paesi, questo strumento non è diffusamente disponibile»[3]. Motivo per cui si è spesso ricordo, come spiegavo poco fa, alla radiografia del torace, sebbene essa sia meno sensibile della TAC. La ricerca si è rivolta dunque a trovare uno strumento di post-elaborazione che fosse in grado di migliorare la qualità delle immagini prodotte dalle radiografie tradizionali. Ecco come è nato PACE (Pipeline for Advanced Contrast Enhancement), il cui algoritmo è in grado di combinare alcuni applicativi numerici di elaborazione delle immagini, come la decomposizione empirica bi-dimensionale, il filtro omomorfico e l’equalizzazione adattiva dell’istogramma in modo efficiente. I risultati hanno, infatti, mostrato un netto miglioramento del contrasto dell’immagine come confermato da tre metriche ampiamente utilizzate: «(I) indice di miglioramento del contrasto, (II) entropia e (III) misura del miglioramento»[4]. Questo miglioramento fa sì che siano rilevabili le stesse lesioni che sarebbero poi state evidenziate procedendo con una TAC (le comparazioni lo hanno reso visibilmente evidente). Il Professor Gaeta del Dipartimento di Scienze biomediche, Odontoiatriche e delle Immagini Morfologiche dell’Università di Messina ha, a questo proposito, affermato che: «Dal punto di vista clinico è stato fondamentale verificare che le informazioni aggiuntive prodotte da PACE fossero reali. Per far questo, sono state effettuate e confrontate congiuntamente le radiografie del torace e quelle delle TAC tradizionali: il grande successo è stato quello di verificare che le lesioni aggiuntive che il software PACE rilevava nelle semplici immagini radiografiche fossero tutte confermate dalle TAC»[5].

L’approccio del metodo PACE è, perciò, flessibile ed efficace per il miglioramento dell’immagine medica e potrà essere utilizzato come strumento di post-elaborazione per la comprensione e l’analisi di quest’ultima, non solo ora, durante l’emergenza sanitaria, ma anche per il futuro, aprendo la strada a una modalità più economica e meno invasiva.

Credo davvero che gli effetti dell’applicazione del software PACE per il futuro potranno essere di grande rilevanza poiché si potrà far sì che l’uso della TAC non sia più indispensabile. Non è da sottovalutare questo aspetto in quanto vi sono dei casi limite in cui l’accesso alla tomografia non sarebbe semplice oppure quando c’è un numero troppo altro di pazienti che sono in attesa di questo esame diagnostico o ancora nel caso di quei Paesi in cui il costo del macchinario è troppo elevato e diventa assolutamente impensabile pensare di poterlo sostenere in vista della dotazione di tutte le strutture. Senza contare che, con PACE, basterà un solo intervento sul paziente tramite esame radiografico (nel caso del Covid ciò ha ridotto il rischio di diffusione anche tra gli operatori sanitari) e in tempi brevissimi si potrà avere il risultato.

L’ambizioso progetto, oltre al team guidato dal ricercatore dell’INGV Massimo Chiappini (di cui ho già fatto menzione), ha visto la partecipazione sinergica di due Università siciliane: quella di Messina con un team del MIFT (Dipartimento di Scienze Matematiche, Informatiche, Fisiche e della Terra) guidato dal Professor Giovanni Finocchio e uno del Dipartimento di Scienze Biomediche, Odontoiatriche e delle Immagini Morfologiche guidato dal Professor Giuseppe Cicero; e quella di Catania con un gruppo lavoro a direzione dei Professori Giulio Siracusano e Aurelio La Corte. A riprova dell’importanza clinica di questa ricerca, i suoi risultati sono stati resi liberamente consultabili per tutta la comunità scientifica.

Dr. Alfio Garrotto

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Mon, 25 Jan 2021 09:14:20 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/508/pace-un-innovativo-software-che-sostituisce-la-tac alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Tumore all’ovaio: novità dalla ricerca https://www.alfiogarrotto.it/post/506/tumore-all-ovaio-novita-dalla-ricerca

Sulla scia del mese rosa della prevenzione appena trascorso vorrei qui affrontare le ultime confortanti novità giunte dalla ricerca riguardo una tipologia di tumore molto subdolo soprattutto in fase diagnostica e sovente, proprio per questo, scoperto in fase avanzata (nel 60-70% dei casi): il tumore all’ovaio. La diagnosi tardiva del tumore ovarico è spiegabile in prima battuta per il fatto che è caratterizzato da una serie di sintomi aspecifici (dolore addominale, frequenza nella minzione, insorgenza di gonfiore addominale, senso di immediata sazietà anche con piccole quantità di cibo), i quali possono essere facilmente trascurati in quanto ricondotti ad altre plausibilissime cause quali lo stress, lo stile di vita disordinato e la cattiva alimentazione. Vista la sintomatologia generica, tali sintomi vanno presi in considerazione chiamando in causa il proprio ginecologo nel caso in cui non migliorino attuando i normali contro bilanciamenti del caso (come ad esempio una regolarizzazione del piano alimentare o l’attuazione di uno stile di vita più sano) e si presentino invece in modo ricorrente e/o per periodi di tempo prolungati. Fino a ora, insomma, non abbiamo avuto dalla nostra parte degli strumenti di prevenzione o dei test di screening precoce specifici.

Ed è qui, però, che arrivano le buone notizie. Sembrerebbe infatti che dalle più recenti ricerche pubblicate in merito giungano delle novità proprio circa delle nuove tipologie di screening che potrebbero fare la differenza nella diagnosi precoce della patologia, abbassandone così drasticamente anche il tasso di mortalità (molto elevato proprio in dipendenza del ritardo diagnostico che implica l’arrivo alle cure quando sono già presenti metastasi in altri organi). In particolare, vi parlerò di due progetti italiani: il primo è lo studio recentemente pubblicato sulla rivista Cancers[1] condotto dall’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano in collaborazione con l’Università Statale; mentre il secondo è la ricerca promossa dall’Istituto di Ricerche Farmacologiche ‘Mario Negri’ IRCCS di Milano, con l’Ospedale San Gerardo di Monza e l’Università di Milano-Bicocca (con il supporto della Fondazione Alessandra Bono Onlus) pubblicata l’estate scorsa sulla prestigiosa rivista scientifica Jama Network Open[2].

Partendo dalla ricerca pubblicata su Cancers, la svolta diagnostica potrebbe arrivare da un “naso elettronico”! Di cosa si tratta? In base a diverse sperimentazioni condotte precedentemente studiando i tumori della prostata si era scoperto che le cellule nel momento in cui da sane si trasformano in malate, cambiano odore tanto che l’olfatto canino si è rivelato in grado, annusando l’urina, di individuare la presenza di un carcinoma prostatico in fase iniziale. Il cambiamento, seppur minuscolo e irrilevabile senza appositi strumenti, è riscontrabile già in fasi precocissime e quindi, una volta rilevato sarebbe in grado di farci agire tempestivamente su quello che all’apparenza potrebbe sembrare un organo sano, ma che invece sta in nuce sviluppando la malattia. L’indagine, durata ben 13 mesi, ha coinvolto 251 donne di cui alcune con carcinoma ovarico, altre con diagnosi di masse benigne e altre ancora totalmente sane (gruppo di controllo). Esse sono state sottoposte a un test del respiro effettuato al mattino a digiuno espirando profondamente e lentamente in un boccaglio per inglobare anche il respiro alveolare, ossia quella parte del respiro espulsa dall’interno dei polmoni e delle vie aeree inferiori, nelle quali avviene lo scambio con il sangue. Nelle porzioni di respiro raccolte è stata individuata dal “naso elettronico”, chiamato e-nose, la presenza di sostante volatili organiche che marcano la presenza di una mutazione, distinguendo così quali fossero quelle malate. Francesco Raspagliesi, direttore dell’Unità di Oncologia Ginecologica dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e primo autore dello studio, ha a tal proposito affermato: «La presenza del tumore determina modificazioni di tutta una serie di processi metabolici, a cui segue il rilascio di sostanze volatili organiche. Sono in pratica tracce della presenza della malattia contenute nel respiro sotto forma di molecole volatili. Il naso elettronico ha permesso di cogliere la presenza di alcune di queste sostanze nel respiro delle donne con cancro ovarico, che vengono così identificate rispetto ai controlli sani. Questi risultati sembrano indicare una linea di ricerca assai promettente per una futura possibile diagnosi precoce di questi tumori e ci spingono a proseguire con ulteriori studi. […] L’obiettivo è trovare un nuovo test efficace, che abbia una sensibilità significativa e un’alta specificità, il più possibile vicino al 100%, e queste potrebbero essere le caratteristiche del naso elettronico. Stiamo mettendo a punto un nuovo studio con un e-nose più sofisticato. Ora che conosciamo l’esistenza di tracce della malattia nel respiro, dobbiamo identificare l’esatta natura dei composti volatili, che possono costituire dei marcatori utili per la diagnosi precoce di questa neoplasia»[3].

Il secondo studio, invece, si è focalizzata su un esame già ben noto e molto comune, che potrebbe però rivelarsi utile anche per la diagnosi precoce di tumore ovarico: il Pap test. Esso consiste, come tutte le donne sanno bene, nel prelievo di cellule dal collo dell’utero e dal canale cervicale. Da questi campioni, come emerge dalla ricerca, tramite l’impiego di nuove tecnologie di sequenziamento del DNA, potrebbe essere rintracciato anche il tumore ovarico. L’ipotesi di base dello studio è consistita nel fatto che all’interno della tuba di Falloppio (in cui nascono la maggior numero di carcinomi sierosi di alto grado dell’ovaio) possono staccarsi, sin dalle primissime fasi del tumore, delle cellule maligne che, una volta raggiunto il collo dell’utero, possono essere prelevate con un semplice Pap test. Nelle fasi di trasformazione tumorale, infatti, le cellule contengono nel loro DNA delle specifiche mutazioni della proteina Tp53, che una volta alterata, porterà alle fasi successive della cellula tumorale maligna. Sebbene lo studio sia stato condotto su un numero esiguo di casi, i dati raccolti e pubblicati sul Jama Network Open ci lasciano ben sperare soprattutto per il fatto di aver dimostrato che la presenza di DNA tumorale «la presenza di DNA tumorale, che deriva dal carcinoma ovarico, in PAP test prelevati in pazienti affette da tumore ovarico anni prima della diagnosi di carcinoma dell'ovaio. Questo ci indica che già 6 anni prima le analisi molecolari messe a punto oggi avrebbero potuto consentire teoricamente di diagnosticare il tumore. Credo che l'applicazione di questo test possa salvare moltissime vite umane»[4], secondo quanto afferma Maurizio D’Incalci, direttore del Dipartimento di Oncologia dell’Istituto Mario Negri e a capo della ricerca. Il fatto che fossero disponibili, in diversi casi, PAP test eseguiti dalla paziente 6 e 4 anni prima ha reso evidente, dunque, la presenza della stessa mutazione clonale della proteina p53 che si ritrova nel tumore rafforzando l’ipotesi che alla base dello sviluppo della malattia ci siano alterazioni molecolari specifiche.

In Italia, secondo i dati 2019, è stato diagnosticato un carcinoma ovarico a 5.300 donne e in caso di diagnosi tardiva (la più frequente), meno del 40% è viva a 5 anni dalla diagnosi (tenete conto che per il tumore al seno siamo all’80%). Ecco perché entrambi gli studi che ho qui illustrato mi sembrano davvero dei validi e incoraggianti passi in avanti della ricerca per battere sul tempo una malattia ancora così insidiosa e subdola che è la sesta causa di morte per tumore tra le donne.

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Tue, 12 Jan 2021 09:11:37 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/506/tumore-all-ovaio-novita-dalla-ricerca alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Covid-19, smart working e obesità https://www.alfiogarrotto.it/post/504/covid-19-smart-working-e-obesita

È bene tornare a parlare di obesità. All’inizio dell’estate, dalle pagine di questo blog, avevo già chiarito quali fossero pericoli di quella che è stata ormai da quasi un anno riconosciuta (all’unanimità in entrambe le Camere) una malattia cronica e, aggiungerei, molto insidiosa.

Negli ultimi mesi varie indagini si sono susseguite a sostegno e a conferma di come in un periodo come quello che stiamo vivendo essere obesi possa davvero risultare rischioso e possa mettere a serio rischio la salute. Innanzitutto, sempre di più, a causa dell’emergenza sanitaria scaturita dal Covid-19, si è fatto ampio ricorso come metodo di lavoro allo smart working per tutte quelle professioni che hanno la possibilità di essere svolte non in presenza. Questa scelta, compiuta giustamente e per evidenti motivi di contenimento del virus, ha come risvolto della medaglia un peggioramento delle condizioni di vita per le persone affette da obesità, secondo quanto emerge dai dati di una ricerca nazionale svolta dai Centri del SSN (Servizio Sanitario Nazionale). La Fondazione ADI dell’Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica ha infatti svolto, durante il periodo di lockdown, un’indagine per valutare l’impatto delle restrizioni sulle persone con sovrappeso/obesità. «Si tratta di uno studio multicentrico non-profit che ha coinvolto 1.300 pazienti seguiti dai Centri Obesità del SSN, di cui fa parte anche il Centro Obesità del Policlinico di Milano, ai quali è stato chiesto come si sia modificato il proprio stile di vita (alimentazione e attività fisica) durante la pandemia. I dati mostrano che […] circa il 50% ha avuto un aumento medio di 4 kg del peso corporeo raggiungendo valori superiori nelle persone che svolgevano attività lavorativa in smart working. Inoltre, nel 58% di questi pazienti si è avuta anche una importante riduzione dell’attività motoria»[1].

Dati preoccupanti se abbinati alla metanalisi pubblicata in agosto, recentemente illustrata in un articolo su Jama[2], con cui si è calcolato che le persone obese hanno un rischio più che doppio di ospedalizzazione per Covid-19 rispetto ai normopeso, e un 50% in più di probabilità di morire. Poiché ben il 13% della popolazione è affetto da questa patologia, l’obesità non può non essere presa in considerazione come fattore di rischio. Lo studio in questione è stato condotto dal nutrizionista Barry Popkin, dell’Università del North Carolina, che con i suoi collaboratori ha messo insieme ben 75 studi internazionali sul tema per analizzare a fondo il rapporto che intercorre tra Covid-19 e obesità. I risultati sono stati impressionanti: «un obeso avrebbe il 46% di probabilità in più di contrarre la malattia, il 113% in più (un rischio più che doppio) di essere ricoverato in caso di contagio, il 74% in più di finire in terapia intensiva, e il 48% in più di morire a causa di Covid 19».[3] Purtroppo ancora adesso molto spesso questa patologia viene minimizzata e non le viene data la giusta importanza, cosa ancor più grave se pensiamo appunto che proprio a causa della situazione emergenziale e del lockdown si sono acuite situazioni di obesità e di disturbi alimentari pregressi. Certo, ci sono state alcune strutture che si sono attrezzate per sopperire alla mancanza di un sostegno costante, come ad esempio il Policlinico di Milano che ha creato un team di specialisti attivando colloqui di counseling nutrizionale e di supporto psicologico motivazionale tramite contatti telefonici. Si è cercato così di garantire l’indispensabile continuità terapeutica, in considerazione del fatto che assumere comportamenti alimentari scorretti in momenti di fragilità emotiva è molto più “semplice”, mentre andando ad agire proprio sulla base emotiva, si può lavorare in direzione contraria rispetto all’abbattimento e alla disfunzionalità alimentare che possono derivare dall’isolamento e dall’immobilità forzata.

Sebbene il sopra citato studio di Barry Popkin sia stato condotto negli Stati Uniti, gli stessi risultati possono essere letti in chiave nostrana, tant’è vero che secondo l’ultimo Italian Obesity Barometer Report, conditto dall’Italian Barometer Diabetes Observatory Foundation in collaborazione con l’Istat, il nostro Paese conta l’11% di obesi tra la popolazione adulta e il 46% tra soprappeso e obesi. In una dichiarazione di Paolo Sbraccia, professore di Medicina Interna e direttore del Centro Medico dell’obesità dell’Università Tor Vergata di Roma, i motivi dell’aumentato rischio di ricoveri e decessi negli obesi affetti da Covid-19 sono molti: «il tessuto adiposo, come le cellule dei polmoni, esprime la famosa proteina Ace 2 a cui si lega il virus, e queste proteine possono facilmente staccarsi e raggiungere i polmoni, facilitando l’invasione di Sars-Cov-2. L’organismo degli obesi presenta poi uno stato di infiammazione cronica che facilita l’insorgenza della tempesta di citochine, che abbiamo imparato essere una delle complicazioni più gravi di questa malattia. L’obesità in sé, inoltre, crea problemi di respirazione e complica le procedure di ventilazione messe in pratica nelle terapie intensive, rendendo così più probabile un esito infausto. Ci sono meno certezze invece sulla possibilità che l’obesità renda anche più alto il rischio di infezione da Sars-Cov-2, anche se esistono indizi di un’alterazione del funzionamento del sistema immunitario legato all’obesità che potrebbero spiegare questa evenienza. E purtroppo, presagirebbero anche una minore efficacia dei vaccini nelle persone obese».

Del resto, secondo un terzo studio che qui voglio riportare, pubblicato sul “The Lancet”, proprio le malattie non trasmissibili si sono dimostrate le patologie più insidiose e pericolose che hanno portato a una mortalità tanto alta del Covid-19. Tutte quelle malattie, insomma, legate allo stile e alle condizioni di vita, come ad esempio obesità, dipendenza da fumo e dipendenza da alcol, sono un volano per la capacità del virus di essere letale. Per la nota rivista medica il mondo non sta affrontando solamente una pandemia, bensì una “sindemia”, ovvero la congiunzione di più emergenze sanitarie. «Molti fattori di rischio e malattie non trasmissibili studiati in questo rapporto sono associati a un aumento del rischio di forme gravi di Covid-19, o addirittura di morte, rendendo necessaria un’azione urgente per affrontare la sindemia di malattie croniche, disuguaglianze sociali e Covid-19, vale a dire l’interazione di diverse epidemie che esacerbano il carico sanitario delle popolazioni già colpite, e le rendono ancora più vulnerabili»[4].

Concludendo, credo che si renda sempre più necessario attivare protocolli di prevenzione che siano in grado di seguire i ragazzi dall’infanzia affinché si possa combattere la patologia sin dalla prima insorgenza, con una sinergia di professionalità che agiscano su più piani: cambiamento dello stile di vita, attività fisica, educazione alimentare, prescrizione (qualora servisse) di farmaci e un percorso personalizzato di psicoterapia. Quest’ultimo aspetto è molto importante visto che i pazienti affetti da obesità molto spesso provano vergogna per la loro patologia, inibendosi nel fare sport, nel presentarsi agli appuntamenti con lo specialista e a spogliarsi. In un contesto simile risulta chiaro, dunque, quanto sia decisivo che anche i medici agiscano in maniera cauta e misurata affinché il paziente non si senta giudicato e colpevolizzato per quella che non è una scelta, ma una patologia. Ancora troppo spesso lo si dimentica.

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Tue, 29 Dec 2020 09:41:19 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/504/covid-19-smart-working-e-obesita alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Novità diagnostica per il tumore del colon-retto https://www.alfiogarrotto.it/post/505/novita-diagnostica-per-il-tumore-del-colon-retto

Il tumore del colon-retto è una patologia molto diffusa, tanto da essere una delle neoplasie con incidenza maggiore nei Paesi occidentali, seconda soltanto al tumore della mammella per le donne e ai tumori del polmone e della prostata per gli uomini. Solitamente si sviluppa con una maggiore frequenza nella fascia d’età compresa tra i 60 e il 75 anni, ma negli ultimi anni i ricercatori hanno potuto notare un abbassamento dell’età dell’insorgenza (anche nella fascia tra i 40 e i 60 anni d’età). Si ipotizza che un grande ruolo nello sviluppo di questa malattia, infatti, sia causato anche dal cambiamento dello stile di vita e di una dieta disordinata, povera di fibre e vegetali e troppo ricca di carne rossa (che andrebbe consumata non più di una-due volta a settimana, 350 gr. totali, ed evitando un’eccessiva cottura).

Una caratteristica di questo tumore che può essere da un lato insidiosa, ma dall’altro costituire invece un’opportunità è la modalità d’insorgenza. Il tumore del colon-retto, infatti, è molto lento nel suo sviluppo e ci vogliono anche 5-10 anni affinché si manifesti. L’insidia risiede nel fatto che nelle primissime fasi e quindi anche per lunghi periodi la diagnosi è molto difficile, anche perché la sintomatologia prevedendo stipsi, stanchezza, mancanza di appetito, talvolta perdita di peso, fa sì che questi campanelli d’allarme siano spesso trascurati dal paziente. L’opportunità, allora, dove sarebbe? Nell’usare questo tempo che si ha a disposizione (talvolta molto lungo) per procedere tramite lo screening regolare a una diagnosi precoce. Dopo i 50 anni, ad esempio, sarebbe bene verificare regolarmente (ogni due anni) le feci o procedere, in presenza di avvisaglie maggiori, alla colonscopia totale o parziale. «In caso di familiarità la colonscopia è indicata a partire dai 45 anni oppure 10 anni prima dell’età della diagnosi del parente di primo grado. L’esame, se negativo, va ripetuto ogni cinque anni. La ricerca del sangue occulto nelle feci, in questi casi, viene effettuata annualmente»[1].

Agli utilissimi e importanti metodi diagnostici sin qui elencati si vanno aggiungendo, grazie alla ricerca, degli altri ancor più precisi e in grado di individuare il tumore anche in fasi molto precoci.

È proprio della scorsa estate la grande novità di cui possiamo avvalerci nell’approccio diagnostico all’insidioso tumore del colon-retto. La dottoressa Noemi Bellassai, giovane assegnista di ricerca dell’Università di Catania, ha portato avanti lo studio alla base delle novità in questione ed è addirittura stata premiata con la prestigiosa Medaglia Leonardo Da Vinci, riconoscimento promosso dal miur e gestito dalla crui (Conferenza dei rettori) per la valorizzazione internazionale delle competenze e delle capacità del capitale umano che opera nell’alta formazione e nella ricerca in Italia. In cosa consiste la ricerca della Dottoressa Bellassai?

La ricerca ha preso le mosse dall’«analisi molecolare di biomarcatori circolanti nel sangue periferico tramite una piattaforma molecolare basata sulla tecnica Surface Plasmon Resonance Imaging (SPRI)». Per poter portare a termine l’analisi molecolare bisogna partire dalla biopsia liquida, che è un esame non invasivo, altamente sensibile e, soprattutto, economicamente vantaggioso, con il quale si è reso possibile «isolare e individuare frammenti di DNA di origine tumorale e altre molecole target, quali ad esempio proteine e microRNA e cellule tumorali circolanti nei fluidi biologici (sangue, plasma, siero, urine e saliva), da campioni di pazienti con cancro sospetto o diagnosticato»[2]. Tutto questo grazie alla creazione da parte della dottoressa Bellassai di un biosensore plasmonico ultrasensibile che, integrato a un circuito microfluidico e a nanostrutture, potesse essere in grado di rilevare anche le più piccole mutazioni puntiformi presenti nella sequenza del gene KRAS, ossia il gene riconosciuto come target molecolare presente nei pazienti affetti dal tumore del colon-retto.

Scoprendo, dunque, questa mutazione genomica nei biomarcatori tumorali circolanti si è puntato a sviluppare delle piattaforme molecolari che fossero in grado di analizzare con maggiore precisione le biomolecole d’interesse direttamente nel sangue periferico anche di pazienti che fossero allo stadio iniziale della malattia. Questo tipo di approccio, come possiamo leggere dalle parole stesse della dottoressa «implica una maggiore tempestività nella diagnosi della patologia, un miglioramento delle attività di controllo clinico nelle fasi post-operatorie e dopo il trattamento terapeutico, una notevole riduzione dei costi. E può consentire di definire un nuovo modello di tecnologia di frontiera in ambito clinico»[3].

Siamo di fronte a un grande passo in avanti per la scoperta precoce di questa tipologia di tumore che, come sappiamo, se preso nelle fasi iniziali può anche essere trattato in modo efficace e risolutivo con la sola terapia chirurgica (senza quindi passare per chemioterapia, immunoterapia, terapia a bersaglio molecolare, ecc.), impedendo così al tumore di avere il tempo per lo sviluppo di metastasi, cosa che comporterebbe invece un diverso trattamento terapico. Ancora una volta dunque possiamo essere orgogliosi dei nostri ricercatori italiani che portano molto frutto alla medicina, non solo a livello nazionale ma anche internazionale, e rendono possibile tramite i loro studi che il paziente sia trattato in modo meno invasivo (anche in fase diagnostica evitando esami molto più intrusivi), e che scopra in tempo la patologia della quale è affetto per procedere tempestivamente alla cura più adegua

Dr Alfio Garrotto

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Tue, 15 Dec 2020 09:47:03 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/505/novita-diagnostica-per-il-tumore-del-colon-retto alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
E’ Nobel: scoperta del virus dell’Epatite C https://www.alfiogarrotto.it/post/503/e-nobel-scoperta-del-virus-dell-epatite-c

Qualche settimana fa sono stati assegnati i Premi Nobel 2020 e quello per la medicina e la fisiologia è stato conferito a Harvey J. Alter, Michael Houghton e Charles M. Rice per la scoperta del virus dell’epatite C e aggiungendo nella nota che «grazie alla loro scoperta, sono ora disponibili esami del sangue altamente sensibili per il virus e questi hanno essenzialmente eliminato l’epatite post-trasfusione in molte parti del mondo, migliorando notevolmente la salute globale. La loro scoperta ha anche permesso il rapido sviluppo di farmaci antivirali diretti contro l’epatite C. Per la prima volta nella storia, la malattia può ora essere curata, facendo sperare nell’eradicazione del virus dell’epatite C dalla popolazione mondiale»[1].

I tre vincitori, per l’appunto, hanno condotto delle ricerche pionieristiche in materia giungendo non solo alla scoperta ma anche alla caratterizzazione del virus che comporta l’epatite C, facendo sì che questa malattia diventi meno sconosciuta e quindi conseguentemente più curabile, entrambi aspetti importantissimi visto che è una patologia diffusa in tutto il mondo con circa 100 milioni di malati in forma cronica e circa 400.000 casi di morte per le conseguenze che l’infezione comporta, quali ad esempio la cirrosi e l’epatocarcinoma. L’epatite C, infatti, è una malattia infiammatoria che colpisce il fegato causata dal virus HCV, acronimo dell’inglese Hepatitis C Virus, che rappresenta una delle principali cause di trapianto e dello sviluppo di malattie croniche del fegato. L’infezione acuta da HCV è, molto spesso, di lieve entità e non causa disturbi (sintomi) ma tende a persistere nell’organismo, diventando cronica nel 50-80% dei casi.[2]

Facendo un passo indietro nella storia di questa patologia è a partire dagli anni ’40 che si comincia a comprenderla meglio distinguendo inizialmente tra una prima forma (a cui viene dato il nome di Epatite A) che deriva dai cibi o dalle acque infette e una seconda forma che invece si diffonde tramite i fluidi corporei, molto più grave della prima, connessa anche alla successiva insorgenza di forme croniche della stessa. Solo vent’anni più tardi, negli anni Sessanta, c’è una svolta nella comprensione della malattia individuando le cause che generano le diverse forme di epatite: in particolare grazie al biochimico Blumberg che individua il virus dell’epatite B e dà avvio alla creazione di test diagnostici ed anche di un vaccino. Grazie a questo enorme passo in avanti, però, ci si rende conto che molti casi sfuggono sia alla tipologia A sia a quella B e non riescono a essere tenuti a bada dalle cure allora esistenti. Proprio uno dei tre Nobel di cui abbiamo parlato a inizio articolo, ossia Harvey J. Alter, con una sua ricerca dimostra che l’agente virale che agisce non è assimilabile a quelli già conosciuti, perciò battezzato “né A e né B”, e attacca anche gli scimpanzé. Proprio loro saranno utili nel prosieguo della ricerca, infatti, «Michael Houghton e colleghi dell’azienda farmaceutica Chiron hanno l’intuizione di ricavare dal sangue delle scimmie infette dei frammenti di DNA, in parte derivati dal genoma degli animali e in parte da quello del virus. Dal confronto con i campioni di sangue umano, i ricercatori identificano frammenti di DNA virale clonati responsabili della codifica di alcune proteine virali. La conclusione dello studio è che il misterioso virus appartiene alla famiglia dei Flavivirus e che il suo genoma è in realtà costituito da RNA e non DNA: il nuovo patogeno viene battezzato virus dell’epatite C»[3].

È allora il turno di Charles M. Rice, che fa un ulteriore passo nella conoscenza di questo virus, identificando una regione dell’RNA virale che, in alcuni casi, può presentare una variante in grado di ostacolare la replicazione del virus e di conseguenza capace di bloccare la capacità infettiva del virus stesso. «Grazie ad alcune tecniche di ingegneria genetica Rice sintetizza un RNA privo di queste varianti problematiche e dimostra che il virus è in grado di infettare gli scimpanzé: è la prova definitiva che il virus C è in grado da solo di causare l’epatite».

I tre ricercatori, dunque, premiati con il Nobel per la Medicina hanno reso possibile, in più riprese nel corso degli ultimi decenni, lo sviluppo di test che vengono svolti sul sangue, in modo da evitare che venga utilizzato sangue infetto per le trasfusioni. Grazie alla profonda conoscenza delle caratteristiche del virus, hanno anche sviluppato dei farmaci capaci di impedire la replicazione virale, così che anche i positivi possano evitare che l’infezione diventi a tal punto grave da riuscire a danneggiare le funzionalità del fegato. Tutte le autorità sanitarie internazionali sono fiduciose del fatto che grazie alla diffusione dei test (se essa riesce ad imporsi in maniera capillare) e grazie alla disponibilità di un trattamento realmente efficace contro la malattia, sia possibile nel prossimo futuro dare una decisa svolta nella lotta contro l’epatite C, riuscendo di conseguenza ad abbassare il tasso di mortalità della patologia.

Per conoscere meglio i tre premi Nobel qui di seguito una piccola biografia di ciascuno come riportata ne «Il Post»[4]: Harvey J. Alter è nato nel 1935 a New York e lavora per i National Institutes of Health, una delle più importanti istituzioni pubbliche di ricerca in campo medico negli Stati Uniti.

Michael Houfhton è nato nel Regno Unito negli anni Cinquanta e, dopo la sua esperienza in Chiron in California, si è trasferito in Canada lavorando presso l’Università dell’Alberta.

Charles M. Rice è nato nel 1952 a Sacramento, in California, ed è uno dei più grandi esperti di epatite C: dal 2001 al 2018 è stato Direttore scientifico del Centro per lo studio dell’epatite C presso la Rockefeller University, a New York, con la quale collabora tu

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Tue, 1 Dec 2020 09:38:05 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/503/e-nobel-scoperta-del-virus-dell-epatite-c alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Fibrosi cistica: novità sul fronte terapeutico https://www.alfiogarrotto.it/post/501/fibrosi-cistica-novita-sul-fronte-terapeutico

La ricerca, come dico spesso, non si ferma mai e anche in un complesso periodo come questo che stiamo vivendo sono sempre tantissimi gli studi che fanno passi avanti nella disciplina medica e ci consentono di progredire nelle nostre conoscenze sia in fase diagnostica che prognostica. Per questo motivo negli ultimi tempi, dalle pagine di questo blog, illustro le novità che provengono dalla ricerca affinché possa passare un messaggio di fiducia per il futuro e nei confronti della scienza.

Scendendo però nel vivo dell’argomento di quest’oggi, ossia la fibrosi cistica, sorge spontaneo partire dalle basi e rispondere alle domande più immediate e basilari: cos’è la fibrosi cistica? Quali sono i sintomi che la caratterizzano? Quali ad oggi le cure e l’aspettativa di vita?

La fibrosi cistica è la malattia genetica, solitamente in forma grave, più diffusa al mondo e dovuta a una mutazione di un gene, il gene CFTR (Cystic Fibrosis Transmembrane Regulator) che regola l’omonima proteina. Chi nasce con questa patologia l’ha dunque ereditata da entrambi i genitori che posseggono ciascuno una copia di questo gene mutato.
Molto spesso chi è portatore sano del gene non ne è a conoscenza. Se la presenza del gene mutato in una sola copia si occupa di sintetizzare la proteina che regola il funzionamento delle secrezioni di vari organi; quando ci sono individui con la doppia copia del gene mutato la proteina in questione funziona molto poco, o affatto, e non è quindi in grado di svolgere il suo lavoro di sintesi correttamente. Secondo i dati forniti dal 12° report[1] della Società Europea Fibrosi Cistica (ECFS) sono più di 5.000 le persone affette da questa malattia e si stima che ci sia 1 portatore sano ogni 25 persone. In caso di accoppiamento con altro portatore sano ci sarebbe una possibilità su quattro di concepire un figlio malato, ossia con la copia doppia del gene mutato. I sintomi della malattia sono vari. Alterando le secrezioni di molti organi, infatti, la fibrosi cistica fa sì che esse siano più dense, e meno fluide di come dovrebbero, provocando un danneggiamento dell’organo stesso.
Nel caso di bronchi e polmoni, che sono quelli più colpiti, il ristagno del muco al loro interno genera infiammazioni anche molto gravi che alla lunga portano all’insufficienza respiratoria. Altri sintomi si sviluppano a carico del pancreas, che non riuscendo a riversare gli enzimi nell’intestino fa sì che vi sia uno scorretto assorbimento dei cibi, un difetto di digestione, diarrea, lentezza nella crescita del bimbo o comunque un pessimo stato nutrizionale per l’adulto, generando così (molto spesso) con il passare del tempo anche una forma di diabete. Più in generale fegato, intestino, ma anche cavità nasali e ghiandole sudoripare vengono compromessi dalla malattia di pari passo con la sua progressione.

Purtroppo, fino ad oggi, le cure si sono rivolte principalmente ad alleviare i sintomi e a tentare di arginare l’insorgenza delle complicazioni più pericolose. La fibrosi cistica è, insomma, ancora adesso una brutta bestia da combattere, oltre ad essere clinicamente complessa, variando di persona in persona e portando, statisticamente, ad avere un’aspettativa di vita molto bassa che si attesta all’incirca attorno ai 40 anni. Se pensiamo, però, che fino a 70 anni fa i soggetti affetti da questa malattia difficilmente giungevano in età scolare, molti sono i progressi fatti sin qui. Ecco perché è importante guardare avanti e focalizzarsi su quello che ancora si sta facendo per provare a sconfiggere questa patologia. In particolare, mi riferisco a un recente studio italiano, pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Clinical Investigation Insight[2], che svelando quali meccanismi soggiacciono all’azione del Kaftrio (principale farmaco in uso per il trattamento della fibrosi cistica) potrebbero fornire importanti punti di partenza per la comprensione dei meccanismi di interazione tra composti chimici del farmaco e cellule dei bronchi, dando così il via a cure più efficaci sul piano terapeutico.

La ricerca in questione, realizzata grazie al supporto della Fondazione Ricerca Fibrosi Cistica, è stata portata avanti dal Laboratorio di Chimica Analitica dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), in collaborazione con il gruppo di D3PharmaChemistry e con il gruppo del Laboratorio di Genetica Medica dell’Istituto Giannina Gaslini di Genova.

Sul sito dell’IIT si legge che il «Kaftrio è stato approvato recentemente dall’EMA come trattamento della fibrosi cistica in pazienti di età superiore a 12 anni e che presentino la mutazione F508del del gene CFTR. Tale mutazione è responsabile di una errata regolazione della proteina CTFR, una specie di canale che favorisce il passaggio degli ioni cloruro (ma anche di altri elettroliti) dall’interno all’esterno delle cellule, con conseguente secrezione di acqua. […] Il trattamento con Kaftrio ha dimostrato di migliorare il funzionamento dei polmoni, ma senza che il suo meccanismo biologico fosse ancora del tutto chiaro. Il gruppo di ricerca ha scoperto che le molecole che compongono il farmaco agiscono modificando la composizione lipidica delle membrane delle cellule dei bronchi. Usando tecniche analitiche molto avanzate, gli autori hanno osservato che il trattamento con queste molecole, in particolare con il Kaftrio, conferisce alle cellule una sorta di resistenza al processo, naturale e fisiologico, di morte cellulare, chiamato apoptosi. Questa protezione avviene attraverso la diminuzione dei livelli naturali di una famiglia di lipidi chiamati ceramidi, che hanno un ruolo importante in molti fenomeni biologici, fra cui proprio l’apoptosi»[3].

Non solo, dunque, si potrebbero sviluppare in seguito a questa scoperta, nuove soluzioni terapeutiche più performanti ed efficienti, ma si potrà continuare a battere questa strada per confermare i risultati della ricerca su cellule prelevate direttamente da pazienti affetti da fibrosi così che si possano meglio valutare le differenze tra pazienti e, magari, estendere anche ad altre mutazioni più rare dello stesso gene il tipo di approccio sin qui perseguito, sulla scia di una medicina sempre più “personalizzata”. Come ha affermato Andrea Arminotti, coordinatore del Laboratorio da cui è partita la ricerca: «La nostra scoperta può aprire la strada a nuove prospettive terapeutiche per i malati di fibrosi cistica, gettando le basi per aumentare l’efficacia dei farmaci e il numero di persone che possano beneficiarne. Nonostante le difficoltà che tutti abbiamo affrontato a causa della pandemia, la ricerca non si è mai fermata e questi risultati promettenti ci portano a continuare gli studi con una loro validazione su modelli sperimentali più avanzati».

E noi tutti ci auguriamo che sia proprio così. Avanti tutta.

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Fri, 27 Nov 2020 09:25:32 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/501/fibrosi-cistica-novita-sul-fronte-terapeutico alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
SIU e Fondazione Movember insieme per la salute maschile https://www.alfiogarrotto.it/post/507/siu-e-fondazione-movember-insieme-per-la-salute-maschile

Il mese appena trascorso, quello di novembre, è stato il mese in cui si svolge ormai ogni anno una campagna di sensibilizzazione sulla salute dell’uomo, nella quale si uniscono le forze della SIU (Società Italiana Urologia) e della Fondazione Movember, che prende il nome dalla simpatica crasi tra le due parole inglesi “moustache” (baffi) e “november” (novembre). Proprio dalla sinergia di queste due realtà anche quest’anno sono state messe in campo varie iniziative soprattutto per quella che è la malattia per eccellenza per quanto riguarda la salute maschile, ossia il tumore alla prostata che, purtroppo, colpisce ogni anno all’incirca 37 mila persone in Italia. Sono numeri alti, certo, ma il dato incoraggiante è che grazie alle diagnosi sempre più precoci, dovute anche a screening personalizzati, e a delle terapie in continuo perfezionamento, questi numeri stanno rallentando.

La misurazione del psa, dunque, è un esame diagnostico importante che ha permesso di diminuire la mortalità specifica del 21%, ma bisogna affidarsi sempre al proprio medico specialista, in quanto spesso i valori possono risultare alterati a causa di una iperplasia benigna o di un’infezione. Ecco perché questa misurazione va valutata attentamente, anche in base all’età del paziente, alla familiarità con la patologia e all’eventuale esposizione a fattori di rischio. La diagnosi è molto delicata poiché nelle prime fasi della malattia non vi sono sintomi evidenti, che invece si manifestano soltanto in stadi più avanzati e comunque sono tali per cui possono essere riconducibili ad altre patologie diverse dal tumore della prostata. Solo la biopsia del tessuto prostatico è in grado di indicare con certezza la presenza della malattia, ma essendo un esame invasivo si cerca di arrivarci soltanto in casi di necessità. Proprio il dottor Francesco Porpiglia, Professore Ordinario di Urologia all’Università di Torino e Responsabile dell’Ufficio Scientifico SIU si è espresso in merito all’importanza degli screening, precisando però che per trarne reale beneficio bisogna essere cauti: «Se si sottopone tutta la popolazione a uno screening del psa, il beneficio di una diagnosi si avrà solo tra i 55 e i 64 anni, mentre per gli altri intervalli di età c’è il rischio di sottoporre a terapia medica o chirurgica pazienti sui quali non si avrebbe miglioramento della sopravvivenza, perché la malattia non impatta clinicamente su di loro», ecco perché è importante utilizzare in modo corretto gli strumenti di screening e piuttosto accedere a esami diagnostici di precisione affinché si possano evitare biopsie, vista la loro invasività, laddove fossero inutili.

Importanti novità sul fronte della ricerca.

Apprendo con piacere varie news dal mondo della ricerca, come ad esempio che l’Airc ha rinnovato i fondi per lo step evolutivo di un precedente studio che era stato promosso dal Ministero della Salute e che già in passato ha prodotto risultati notevoli, ossia la ricerca portata avanti dalla dottoressa Emma Di Carlo, docente all’Università Gabriele D’Annunzio e Direttrice dell’Unità Operativa di Anatomia Patologica e Immuno-Oncologia del cast (Centro di Alte Specialità e Trapianti). «Con il progetto quinquennale dell’Airc possiamo portare avanti una nostra scoperta sul ruolo di una piccola molecola, denominata Interleuchina (IL)-30. Queste molecole hanno un ruolo nel sistema immunitario ma, nel contesto della genesi del tumore, ne favoriscono lo sviluppo e la progressione. Avevamo scoperto che questa molecola è un fattore di crescita per le cellule staminali tumorali prostatiche e abbiamo dimostrato che, bloccandone la produzione, venivano bloccata la capacità delle cellule staminali tumorali di generare tumore e inibita la capacità metastatica delle cellule tumorali, cioè la capacità di disseminarsi e andare a colonizzare midollo osseo, polmone e altri organi», queste le sue parole in merito. Nella seconda fase dello studio (2019-2024) verrà simulato il contesto di un organo artificiale riprodotto in laboratorio nel quale testare un sistema di inibizione della molecola IL-30, verificando quale sia la reale efficacia del “targeting” della molecola. Per adesso si è alla fase della sperimentazione animale, portata avanti nel pieno rispetto dei limiti etici. Anche se per adesso non si è ancora in grado di annunciare nessun tipo di passaggio alla fase clinica, è comunque un progetto molto ambizioso e che potrebbe far sì che si compia un enorme passo in avanti per il trattamento dell’avanzamento del tumore.

Infine, per chiudere con un’altra bella notizia nell’ambito della ricerca, vi segnalo che lo studio sul trattamento con radiofarmaci della molecola 177Lu-PSMA nei tumori della prostata in stadio avanzato, portato avanti dal Professor Giovanni Paganelli, con la sua equipe di Medicina Nucleare e quella di Uro-Ginecologia del Dottor Ugo De Giorgi, ha vinto il prestigiosissimo Marie Curie Award, ossia il più importante premio europeo nel campo della medicina nucleare, istituito nel 1990 dall’eanm (European Association of Nuclear Medicine). Il premio è stato consegnato in forma “virtuale” il 30 ottobre durante il XXXIII Congresso dell’eanm tenutosi a Vienna

L’approccio sperimentale descritto nello studio del Professor Paganelli (già vincitore nel 1998 del premio Curie con un altro suo studio) è tra l’altro una delle nostre eccellenze italiane in quanto utilizzato presso l’IRST, nell’ambito di un preciso protocollo clinico. «Questo particolare tipo di trattamento riguarda quella porzione di malati di tumore alla prostata verso cui i trattamenti consolidati, quali chemio e ormonoterapia, non sortiscono effetti. La cura si basa su una terapia che utilizza un radiofarmaco diretto contro un marcatore tumorale presente sulle sole cellule malate: il PSMA (Prostate-Specific Membrane Antigen). L’innovatività del lavoro premiato è data, però, dal disegno dello studio che ha permesso di identificare una categoria di pazienti che, per caratteristiche genetiche, beneficiano di una significativa risposta a questo trattamento sia dal punto di vista del contrasto alle lesioni tumorali sia per quanto riguarda la tolleranza. Viceversa, esiste una categoria di pazienti verso la quale è più opportuno tentare altre vie». Uno studio, insomma, che nonostante non sia ancora adottato in tutte le strutture cliniche, potrà grazie a questi studi e approfondimenti essere anche trasferito a beneficio dell’intero SSN.

Si dice che il cancro, di qualsiasi tipo, sia il “male del secolo”, quel mostro oscuro che fa paura e non lascia scampo, be’ quello che la medicina cerca di fare, e debbo dire che ultimamente sono stati raggiunti davvero ottimi risultati, è di renderlo sempre meno oscuro e sempre più vulnerabile, affinché il paziente possa sconfiggerlo e vincere la partita più importante, quella della vita!

Dr. Alfio Garrotto

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Thu, 19 Nov 2020 08:26:24 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/507/siu-e-fondazione-movember-insieme-per-la-salute-maschile alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Tumori, aumenta la sopravvivenza ma ancora troppe differenze tra le regioni italiane https://www.alfiogarrotto.it/post/500/tumori-aumenta-la-sopravvivenza-ma-ancora-troppe-differenze-tra-le-regioni-italiane

In dieci anni è aumentata la percentuale di sopravvivenza dei pazienti dopo una diagnosi di tumore. Rimangono però ancora troppe differenze da regione a regione e ridurre questo gap è sicuramente una delle sfide del presente e del futuro. Per questo l'Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), nel giorno della Giornata Mondiale contro il Cancro[1], ha voluto lanciare un vero e proprio appello alle istituzioni affinché seguano la strada tracciata dalle regioni più virtuose. I numeri infatti sarebbero incoraggianti. I pazienti vivi dopo una diagnosi di tumore sono aumentati del 53% negli ultimi dieci anni passando dai 2 milioni e 250 mila del 2020 ai 3 milioni e 460 mila di oggi. Un numero che colloca l'Italia, per una volta, al vertice dei paesi europei e non solo. Un risultato che da una parte rende orgogliosi ma dall'altra anche frustrati perché potrebbe essere ancora migliore se non ci fossero così troppe differenze nel livello di qualità di assistenza oncologica tra le regioni. Al Sud per esempio è ancora troppo bassa l'adesione e la copertura degli screeening, le reti oncologiche regionali sono state realizzate in modo non uniforme, la presenza di terapie efficaci solo in alcune zone, così come l'ancora insufficiente somministrazione di test che possano analizzare il tumore dal punto di vista molecolare.

«Nel 2018 sono stati stimati, nel mondo, più di 18 milioni di nuovi casi di cancro, erano 12 milioni nel 2008 – spiega Giordano Beretta, Presidente Nazionale Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e Responsabile dell’Oncologia Medica all’Humanitas Gavazzeni di Bergamo - La patologia è in costante crescita nel mondo per la diffusione di stili di vita scorretti, a cui si aggiungono anche fattori ambientali. La qualità del nostro Sistema Sanitario è testimoniata dalla sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi, che presenta tassi più alti rispetto alla media europea nei tumori più frequenti: 86% nella mammella (83% UE), 64% nel colon (60% UE), 16% polmone (15% UE) e 90% prostata (87% UE). E raggiungiamo questi risultati con minori investimenti: la spesa sanitaria pubblica in rapporto al PIL nel nostro Paese ha registrato un calo, passando dal 7% nel 2010 al 6,5% nel 2017, a fronte del 9,8% della media europea. Vi sono, però, ancora differenze regionali che devono essere superate, perché nessuno rimanga indietro e tutti possano accedere alle cure più efficaci indipendentemente dal luogo in cui vivono».

Il motto della Giornata Mondiale contro il Cancro di questa edizione è stato “I am and I will”) che ha voluto mettere in evidenza l'impegno che ognuno di noi può mettere in campo per sconfiggere la malattia. In Italia, nel 2019, le nuove diagnosi di cancro sono state 371mila, con un calo rispetto al 2018 di circa 2000 casi. Un risultato che viene considerato non casuale.  «Ha contribuito l’efficacia dello screening del tumore del colon retto, che permette di individuare lesioni a rischio prima della loro trasformazione in neoplasia – aggiunge Beretta - L’adesione alla mammografia, nel 2017, ha raggiunto il 55% e allo screening colorettale il 41%. Vi sono notevoli differenze fra Nord e Sud che vanno ricondotte anche alla diversa copertura. Per quanto riguarda la mammografia, quest’ultima è praticamente completa nell’Italia settentrionale e centrale, al Sud invece solo 6 donne su 10 ricevono l’invito. Nello screening colorettale, al Nord e al Centro siamo vicini alla copertura completa (92% Nord, 95% Centro), il Sud invece è ancora sotto il 50%». Anche al Sud per fortuna si cominciano a registrare anche passi avanti. Come sta avvenendo in Campania dove nell'ottobre 2019 si è iniziato, prima regione in Italia, a fornire in modo gratuito la combinazione di due molecole immunoterapiche (nivolumab e ipilimumab) a tutti i pazienti colpiti da melanoma. Questo tipo di terapia era stata approvata dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), lasciandola però in fascia C, impedendone di fatto  la rimborsabilità da parte del Servizio Sanitario Nazionale. Un grave danno per i pazienti colpiti da melanoma, soprattutto per i cittadini con metastasi cerebrali asintomatiche, circa il 40% del totale, per i quali questa combinazione aveva mostrato benefici tangibili: il 70% delle persone è libero da recidiva a due anni dalla diagnosi. Nelle altre Regioni la terapia non è ancora rimborsata e nel corso della Giornata Mondiale contro il Cancro è stato lanciato un appello alle altre regioni affinché seguano l'esempio della Campania. Un altro caso positivo è indubbiamente rappresentato dalla Lombardia che è stata apripista sui test genomici, stabilendone, a settembre 2019, la rimborsabilità per le donne con carcinoma della mammella in stadio iniziale. «È stata la prima Regione ad adottare un provvedimento di questo tipo – ha spiegato Nicla La Verde, membro Direttivo nazionale AIOM e Direttore Oncologia Ospedale Sacco di Milano - La genomica fornisce straordinarie informazioni sulla natura di alcuni tumori, in particolare nel carcinoma mammario aggiunge dati che i parametri clinici, come il diametro della massa tumorale o la sua stadiazione, non sono in grado di offrire. I test genomici sono in grado di predire l’aggressività della malattia in stadio iniziale e di stimare meglio il rischio che una paziente, operata di tumore al seno, ha di sviluppare delle metastasi. Quindi possono aiutare a decidere se aggiungere la chemioterapia alla terapia ormonale dopo la chirurgia. Grazie al test genomico, alcune pazienti a rischio intermedio di ricaduta possono evitare la chemioterapia. Ciò può tradursi, da un lato, in un beneficio clinico per le pazienti che non vengono più esposte a un eccesso di trattamento e al relativo rischio di tossicità immediate e tardive, dall’altro in un impatto favorevole sulla spesa sanitaria, che rappresenta un elemento di importanza fondamentale con cui anche i clinici devono confrontarsi».

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Tue, 17 Nov 2020 09:21:49 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/500/tumori-aumenta-la-sopravvivenza-ma-ancora-troppe-differenze-tra-le-regioni-italiane alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Difese immunitarie e alimentazione https://www.alfiogarrotto.it/post/499/difese-immunitarie-e-alimentazione

In periodi come questo, in concomitanza cioè con i cambi stagionali, è bene rivolgere una cura e un’attenzione particolari all’alimentazione. Tanto più che l’alimentazione può essere una grande alleata nel rafforzamento del sistema immunitario e, dunque, un’alleata anche contro il Covid-19. Se durante il periodo estivo ci si è concessi qualche sfizio in più (sia per quanto concerne le quantità che per quanto concerne il bilanciamento dei macronutrienti) con il rientro autunnale, tran-tran e stress inclusi, è bene dare priorità al rafforzamento delle difese immunitarie per cercare di prepararsi alla stagione più fredda. Cos’è il sistema immunitario?

Il sistema immunitario deve essere pensato come il nostro scudo protettivo, “l’arma” che possiede l’organismo per contrastare i batteri, i virus e tutti i microbi con cui entriamo in contatto e che possono essere responsabili della contrazione di patologie. Esso è formato da «una complessa rete di mediatori chimici e cellulari, di strutture e processi biologici, sviluppatasi nel corso dell’evoluzione, per difendere l’organismo da qualsiasi forma di insulto chimico, traumatico o infettivo alla sua integrità»[1]. Alimentarsi correttamente apportando il giusto bilanciamento vitaminico e nutritivo fa sì che il sistema immunitario agisca con maggiore efficienza e sia più pronto nell’azione contro gli agenti patogeni. La dottoressa Claudia Delpiano, dietista e biologa nutrizionista del Centro per i disturbi alimentari del Policlinico San Pietro è stata intervistata dal Gruppo Ospedaliero San Donato e, proprio a tal proposito, ha dichiarato: «È noto che la nutrizione svolge un ruolo essenziale nello sviluppo e nel mantenimento del sistema immunitario. Da un lato le carenze nutrizionali possono compromettere la risposta immunitaria e rendere la persona maggiormente esposta alle infezioni. Dall’altro, un buono stato nutrizionale può prevenire la comparsa di malattie (non solo infettive) e l’immunodepressione. La resistenza alle infezioni può essere migliorata fornendo all’organismo antiossidanti, che sono molecole che aiutano a difendersi dall’attacco di agenti nocivi e dallo stato di stress ossidativo (processo che porta alla formazione di radicali liberi ovvero molecole dannose)»[2]. Le sostanze anti-ossidanti più efficaci sono la vitamina C con la sua capacità di proteggere e riparare i tessuti (contenuta in kiwi, agrumi, uova, crucifere, peperoni); la vitamina E (avocado, frutta secca, cereali integrali, olii vegetali); il Glutatione (contenuto negli spinaci, asparagi, mele, ma anche in alimenti che aiutano l’organismo a produrlo come il pesce azzurro, la frutta di colore rosso, il latte, il tuorlo d’uovo); la vitamina D per il buon funzionamento del sistema immunitario (pesci grassi come il salmone o il tonno, i gamberi, i formaggi, il burro o i funghi); il Beta Carotene (nelle carote, nella zucca, nei broccoli e nei pomodori). Altri micronutrienti importantissimi nella costruzione di una dieta sana e volta all’efficienza e alla prontezza della risposta immunitaria sono le vitamine B6 e B12, il selenio e lo zinco, il ferro e l’arginina.

Già da questa selezione è possibile vedere come vadano consumate regolarmente abbondanti porzioni di frutta e di verdura, alimenti dall’alto contenuto vitaminico e ancor di più vadano predilette se di stagione, banale ma forse non inutile precisarlo, poiché molti sono gli ortaggi che per essere nei nostri banchi del mercato (o supermercato) vengono coltivati d’inverno in serra al costo però di perdere molte delle proprietà nutritive che possiederebbero crescendo in modo naturale (esempi classici quelli delle zucchine o delle melanzane). Meglio dunque scegliere frutta e verdura di stagione in abbinamento ad alimenti proteici che diano forza all’apparato muscolare, quali carni bianche, pesce azzurro, formaggi freschi poveri di grassi (es. primo sale) e ridurre i condimenti ricchi di grassi, il consumo di carni grasse e tutti quei prodotti raffinati, che contengono conservati e zuccheri. Per evitare di arrivare ai pasti principali con un eccessivo senso di fame, è anche consigliabile spezzare la mattinata e il pomeriggio con degli spuntini che, anche in questo caso, potrebbero essere composti da frutta fresca, centrifugati di frutta e verdura o in alternativa yogurt con cereali.

Menzionando lo yogurt ricorderei un ultimo punto, ma non meno importante, circa l’irrobustimento del sistema immunitario tramite l’alimentazione: la cura dell’intestino. Essa, infatti, è fondamentale per la costruzione di un forte sistema immunitario, poiché è necessario che la flora batterica sia in equilibrio. Motivo per cui è bene assumere i così detti probiotici, che sono dei microrganismi viventi e attivi contenuti in alimenti quali lo yogurt addizionato, il kefir, il the kombucha, ma anche i crauti o il tempeh (o “carne di soia”, è un alimento fermentato a partire dai semi di soia). In questi alimenti ricchi di probiotici possono anche essere aggiunte delle sostanze prebiotiche che giungono inalterate nell’intestino e servono da substrato per la crescita dei probiotici, dando il via al cambiamento della flora microbica intestinale (alimenti ricchi naturalmente di prebiotici sono ad esempio l’aglio, la cipolla, il porro, le banane, la farina di frumento, solo per citarne alcuni).

Nei casi in cui l’alimentazione, da sola, non riesca a fornirci tutte queste sostanze in quantità adeguata si può ricorrere a degli integratori. In questo caso, però, raccomando attenzione estrema e sconsiglio vivamente i “fai da te”. Soprattutto quando l’assunzione di integratori è finalizzata all’irrobustimento del sistema immunitario deve necessariamente essere concordata con il proprio medico di riferimento che prescriverà in modo calibrato e personalizzato le tipologie e le posologie di qualsiasi integratore essendo le risposte individuali di ciascuno molto variabili.

Dr. Alfio Garrotto

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Mon, 26 Oct 2020 08:40:14 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/499/difese-immunitarie-e-alimentazione alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Linee guida per il diabete autoimmune dell’adulto (LADA) https://www.alfiogarrotto.it/post/498/linee-guida-per-il-diabete-autoimmune-dell-adulto-lada

Secondo il report statistico ISTAT risalente al 20 luglio 2017 «sono oltre 3 milioni 200 mila in Italia le persone che dichiarano di essere affette da diabete, il 5,3% dell’intera popolazione (16,5% fra le persone di 65 anni e oltre)». La diffusione della malattia, inoltre, negli ultimi trent’anni «è quasi raddoppiata. Anche rispetto al 2000 i diabetici sono 1 milione in più e ciò è dovuto sia all’invecchiamento della popolazione che ad altri fattori, tra cui l’anticipazione delle diagnosi (che porta in evidenza casi prima sconosciuti) e l’aumento della sopravvivenza dei malati di diabete». Più avanti si legge, poi, che i casi sono destinati ad aumentare: «Il diabete è in aumento in tutto il mondo e rappresenta secondo l’Organizzazione mondiale della sanità un rilevante problema di salute pubblica, appartenendo a quel ristretto numero di patologie croniche divenute prioritarie nell’agenda dei decisori mondiali. I casi di diabete mellito sono nel 90% del tipo 2, che insorge quasi esclusivamente in età adulta e quindi destinati ad aumentare anche per il solo effetto dell’incremento della vita media»[1].

È noto che nell’immaginario collettivo le tipologie di diabete sono principalmente due, ben diverse tra di loro per diverse ragioni. Senza andare troppo nel tecnico, farò menzione in questa sede soltanto delle differenze sostanziali che intercorrono tra i due tipi in questione. Il diabete di tipo 1 si sviluppa prevalentemente in giovane età (tanto da essere conosciuto anche con il nome di “diabete giovanile”), ha una base immunitaria, non è in alcun modo legato con le abitudini alimentari ed è causato principalmente da un’insufficiente (o addirittura assente) produzione di insulina in quanto le cellule pancreatiche deputate a produrla non svolgono questo compito a dovere essendo danneggiate o distrutte. Il diabete di tipo 2, invece, oltre ad avere un’insorgenza molto meno precoce ed anzi la possibilità di svilupparlo cresce anche al crescere dell’età, è fondamentalmente causato da un fenomeno che si chiama resistenza insulinica. Quest’ultima consiste nell’incapacità delle cellule di utilizzare correttamente l’ormone, che però viene prodotto. Il pancreas, dunque, per compensare il mancato utilizzo di insulina è portato a produrne molta di più ed ecco spiegati i picchi di iperinsulinemia compensatoria frequenti nei soggetti di tipo 2. In questo caso, perciò, è importante anche lo stile di vita, l’alimentazione, e soprattutto il controllo dell’eccesso di peso in quanto il rilascio di un surplus di ormoni da parte del tessuto adiposo è in grado di inficiare l’azione dell’insulina. Ecco perché l’obesità è considerata il principale fattore di rischio per il diabete di tipo 2 e proprio un calo di peso associato ad attività fisica e corretta alimentazione sono in questi casi la prima terapia.

Una distinzione così netta, però, non tiene conto di un buon 10-15% dei pazienti a cui inizialmente viene diagnosticato un diabete di tipo 2 (poiché sviluppato in età adulta), ma che invece ha caratteristiche del tutto particolari che lo avvicinano di più a quello di tipo 1: si tratta del LADA (Latent Autoimmune Diabetes in Adults). Essendo dunque molto ostico e subdolo nella fase di diagnosi, negli ultimi anni si è cercato di studiare la forma LADA a fondo per cercare di capirne l’eziologia e stilare una serie di linee guida non solo per la diagnostica ma anche per il trattamento. Nel 2018 un primo grande passo è stato fatto grazie a un’indagine britannica[2] condotta su un ampio campione composto da circa 120mila persone i cui dati sono conservati nella UK Biobank (un database che segue circa 500mila anglosassoni), dalla quale si è capito come questa forma di diabete abbia una forte componente genetica. Nel 71% dei casi che soffrono di questa patologia si ritrovano la stessa specifica variante genetica. I pazienti in questione infatti non presentano valori di insulina quasi nella norma e una resistenza insulinica dei tessuti come accade nel tipo 2, bensì un vero e proprio deficit ormonale similmente a ciò che accade per il tipo 1.

La dottoressa Raffaella Buzzetti, coordinatrice del progetto NIRAD (Non InsulinRequiring Autoimmune Diabetes) e docente di Endocrinologia all’Università La Sapienza di Roma, spiega così: «Si tratta di una forma particolare di diabete che insorge in età adulta, ma riconosce una patogenesi autoimmune, simile al diabete tipo 1 a insorgenza giovanile, in quanto determinato dalla distruzione delle cellule pancreatiche che producono insulina da parte del proprio sistema immunitario»[3]. Per fortuna, a differenza del diabete di tipo 1, si può arrivare alla terapia insulinica molto più lentamente e da qualche settimana sono state pubblicate, anche grazie al progetto italiano Nirad (Non InsulinRequiring Autoimmune Diabetes) e a i dati che esso ha prodotto in ambito internazionale, le linee guida per la diagnosi e la terapia del LADA su Diabetes, che è l’organo ufficiale dell’American Diabetes Association.

Aver colmato una lacuna del genere è un risultato fondamentale perché getta luce su come affrontare il trattamento di questa particolare, ma diffusa, forma di diabete. In una nota ANSA sempre da dottoressa Buzzetti dichiara: «C’era necessità di fornire indicazioni precise circa la terapia. Riconoscere il LADA in un soggetto considerato affetto da diabete 2, può comportare un cambiamento anche sostanziale della terapia. Il trattamento prevede l’utilizzo di farmaci ipoglicemizzanti in grado di preservare la funzione delle cellule pancreatiche che producono insulina; sarà quindi necessario ricorrere alla terapia insulinica, il più precocemente possibile, qualora la funzione delle cellule beta pancreatiche risulti già compromessa»[4]. Essendo molte le classi di farmaci che un diabetologo può prendere in considerazione per la cura del diabete, è chiaro come l’arrivo delle linee guida sia stato importantissimo nel centrare, dopo precisa diagnosi, la terapia giusta che sia personalizzata in base al tipo di problema specifico del paziente. Ecco perché voglio concludere con le parole del Presidente della Società Italiana di Diabetologia, Francesco Purrello, il quale ha ribadito l’importanza di aiutare e finanziare la ricerca, individuando in questo «una delle missioni della nostra società scientifica» e «un orgoglio per la SID avere contribuito in modo rilevante alle conoscenze attuali su questo tipo di diabete»[5].

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Wed, 21 Oct 2020 08:06:14 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/498/linee-guida-per-il-diabete-autoimmune-dell-adulto-lada alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Il tumore al seno: ottobre mese della prevenzione https://www.alfiogarrotto.it/post/502/il-tumore-al-seno-ottobre-mese-della-prevenzione

Il ministro della salute Speranza, alla conferenza stampa di presentazione della LILT for Women, ossia la Campagna Nastro Rosa 2020 di prevenzione e lotta al carcinoma mammario, ha dichiarato: «Quest’anno le campagne di prevenzione contro il tumore al seno sono più importanti degli altri anni. Ora è il momento di recuperare screening e controlli rinviati a causa della pandemia»[1]. Durante il lockdonw infatti sono state rimandate le visite di controllo e di screening preventivo, motivo per il quale adesso è necessario tornare alla carica più di prima per recuperare gli appuntamenti mancati.

È bene ricordare che il cancro al seno detiene il primato assoluto per incidenza, attestandosi come il tumore più frequente: «Lo scorso anno sono state registrate 53.500 donne italiane che hanno ricevuto questa diagnosi, con un trend in crescita (+0,3%), rappresentando così la neoplasia più diffusa in tutte le fasce di età. Paradossalmente però, a fronte di questo aumento dell’incidenza, si registra una, sia pure lieve ma costante, diminuzione della mortalità: ci si ammala di più, ma si muore di meno! Ci si ammala di più perché, oltre all’innalzamento dell’aspettativa di vita, sono sensibilmente aumentati i fattori di rischio che determinano lo sviluppo di questa patologia. E si muore di meno perché oggi disponiamo di una tecnologia avanzata, sempre più innovativa, che ci permette di individuare lesioni tumorali millimetriche, con un basso grado di aggressività, un indice di malignità molto limitato e un processo evolutivo metastatico della malattia (diffusione in altri organi e/o apparati) pressoché trascurabile, se non nullo»[2], queste le parole del Professor Francesco Schittulli, Presidente nazionale LILT, per presentare la Campagna 2020.

Importantissimo dunque il tema della prevenzione, dall’individuazione della malattia in fase precocissima (preclinica) all’uniformità territoriale dello screening senologico (tuttora non omogeneo nel territorio), dall’abbassamento dell’età dello screening fino anche al coinvolgimento del mondo femminile tramite una corretta informazione e l’insegnamento della pratica dell’autopalpazione. A tutto questo serve il mese della prevenzione e l’intera iniziativa, ma è bene anche ricordare che se tanti miglioramenti sono stati fatti è grazie alla ricerca, che lavora alacremente per migliorare diagnosi e terapie. Proprio di recente in merito al cancro al seno si stanno compiendo ulteriori passi in avanti.

Poiché la principale causa di morte è l’insorgenza di metastasi nello stadio avanzato della patologia, andare a fondo nella questione dei meccanismi generativi delle metastasi diventa fondamentale per sviluppare terapie che siano non solo più efficaci, ma anche personalizzate. Sebbene il nostro organismo sia dotato di meccanismi di difesa che rendono difficoltosa la proliferazione e la diffusione delle cellule tumorali, le forme di cancro più aggressive riescono a bypassare questo sistema e sono in grado di portare alla modifica dei tessuti sani circostanti generando un microambiente favorevole sia alla crescita tumorale sia alla formazione di metastasi. Il dottor Giannino Del Sal, docente di Biologia applicata dell’Università di Trieste e Responsabile di un programma IFOM (Istituto FIRC Oncologia Molecolare) chiamato “Segnalazione, microambiente tumorale e metabolismo cellulare”, si è focalizzato su questo punto e ha messo insieme un gruppo di ricerca per indagare più a fondo i meccanismi metastatici. Uno di essi, cruciale nella riproduzione di metastasi, è stato svelato e sembra essere riconducibile alla trascrizione di un microRNA oncogeno attivo (miR-30d) durante la mutazione della proteina p53. Alterando strutturalmente le cellule maligne, vengono rilasciati in modo incontrollato dei mediatori che fanno diventare il tessuto tumorale più rigido e richiamano cellule sane all’interno influenzandole “negativamente”. La comunicazione che si instaura tra le cellule fa sì che quelle «dei vasi sanguigni siano attivate in modo da incrementare l’apporto di ossigeno e nutrienti all’interno del tumore, richiamando cellule dello stroma che rimodellano la matrice extracellulare e stimolano le cellule tumorali a invadere i tessuti circostanti»[3]. Questi importanti risultati sono stati pubblicati su Nature Communications[4] e potrebbero rivelarsi utilissimi nell’identificazione di terapie che controllino la crescita del tumore interferendo con questo meccanismo di diffusione della malattia. La scoperta, presentata anche al Trieste Next, prestigioso Festival della ricerca scientifica giunto alla sua ottava edizione, ha arricchito quindi la comprensione dei meccanismi di stadiazione dà luogo alla speranza di identificare nel prossimo futuro possibili target terapeutici. «Una strada potrebbe essere quella di normalizzare la struttura dell’apparato di Golgi nelle cellule cancerose colpendo alcuni bersagli molecolari, primo fra tutti miR-30d. Sappiamo già, lo abbiamo dimostrato, che la sua inibizione blocca tutto il processo e ostacola la creazione di un ambiente favorevole alla neoplasia, ma dobbiamo trovare molecole idonee per l’applicazione in clinica»[5], si legge sulle pagine di Wired, sempre dalle parole del Professor Del Sal.

Alla luce di tutto ciò, facendo il mio plauso alla ricerca e alla bella iniziativa della Campagna del Nastro Rosa ormai realtà consolidata, mi rivolgo alle donne di tutte le età invitandole a non trascurare questo tipo di patologia che, sebbene l’elevata frequenza, ha molte meno probabilità di rivelarsi letale se scoperta precocemente. Mi auguro che si faccia sempre di più una corretta informazione affinché anche le giovanissime imparino la pratica dell’autopalpazione, non trascurino gli appuntamenti di screening preventivo e ne comprendano a pieno l’importanza.

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Tue, 13 Oct 2020 09:34:52 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/502/il-tumore-al-seno-ottobre-mese-della-prevenzione alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Due recenti studi sul tumore al pancreas https://www.alfiogarrotto.it/post/497/due-recenti-studi-sul-tumore-al-pancreas

Il tumore al pancreas è, ad oggi, uno dei tumori più aggressivi e con minore probabilità di guarigione che conosciamo. Se pensate che soltanto 8 persone su 100, a cinque anni dalla diagnosi di questa patologia, restano in vita, potrete farvi un’idea indicativa di quanto esso sia davvero pericoloso e ancora non trattabile con efficacia a livello terapeutico. Essendo tra i tumori con maggiore mortalità, molti sono gli studi che vengono svolti per ricercarne non soltanto l’eziologia, ma anche per studiare la reazione (e la ricezione) a determinate cure da parte dei pazienti. Proprio nei mesi estivi, in particolare, sono usciti due studi promossi da ricercatori italiani che per motivi diversi sembrano gettare luce sulla patologia e fanno ben sperare per il futuro.

La prima di queste due ricerche, uscita il 3 giugno scorso sul Journal of Experimental Medicine[1] (JEM), è stata portata a termine da un team guidato dai ricercatori Teresa Manzo e Luigi Nezi, del Dipartimento di Oncologia Sperimentale dell’Istituto Europeo di Oncologia. Nell’Introduzione del lavoro gli autori hanno specificato come si è voluto indagare più a fondo l’immunoterapia visto che la sua introduzione ha rivoluzionato il trattamento di molti tipi di tumore. Se, però, per alcuni di essi spronare le cellule di tipo “T”, o linfociti T, per combattere il tumore tramite la loro riattivazione, ha portato ottimi frutti soprattutto nell’impedire alla malattia di progredire (le cellule T, infatti, riescono ad infiltrarsi nel tumore e ad attivarsi persistentemente), in altre tipologie come l’adenocarcinoma del dotto pancreatico i risultati di questa terapia sembravano essere molto limitati. Nonostante ciò, si è notato come, anche nell’esiguità del risultato positivo, laddove c’è un tasso di sopravvivenza sembra che esso sia correlato proprio con la capacità d’infiltrazione nel tumore di alcune delle cellule T, le CD8+. Si è dunque voluto indagare il meccanismo alla base delle funzioni di queste cellule per capire cosa può renderle persistenti affinché rendano più largamente efficacie l’immunoterapia anche in tumori come quello pancreatico. Teresa Manzo spiega in proposito: «Ciò che sappiano è che la disponibilità di nutrienti nel microambiente e lo stato metabolico cellulare determinano in gran parte il destino delle CD8+T. Per questo abbiamo pensato di studiare, sia in modelli preclinici che nei tumori pancreatici dell’uomo, l’interazione fra microambiente e CD8+T. Abbiamo dimostrato che la progressione tumorale crea nel microambiente pancreatico scarsità di glucosio al quale si accompagna un progressivo arricchimento di lipidi, una combinazione che il metabolismo proprio di queste cellule non riesce a trasformare nell’energia necessaria per funzionare e per vivere. Dunque, per ripristinare la loro capacità di risposta anticancro, le CD8+T devono sviluppare la flessibilità metabolica necessaria per adattarsi alla disponibilità di nutrienti del microambiente»[2]. È la scarsa flessibilità metabolica, dunque, che fa sì che queste cellule non riescano a sopravvivere trasformando in energia i lipidi. Nonostante ancora si debba capire come fare per stimolare la flessibilità metabolica, è molto importante questo risultato perché ha ristretto il campo di interesse, gettando luce sull’importanza che ha l’interazione delle cellule con il microambiente e indicando così in questo campo il target per continuare lo studio al fine di trovare delle strategie terapeutiche più efficaci anche in tumori molto aggressivi come quello del pancreas.

Il secondo studio, invece, pubblicato l’11 agosto sulla rivista Pancreatology[3], è stato condotto presso l’aoup (Azienda Ospedaliera-Universitaria Pisana), in collaborazione con l’Università di Pisa e l’irccs Neuromed di Pozzilli (is), sotto la guida di Luca Morelli, associato di Chirurgia generale dell’Università di Pisa e chirurgo esperto nel trattamento dei tumori del pancreas, e di Francesco Fornai, ordinario di Anatomia umana dell’Università di Pisa e responsabile dell’Unità operativa di Neurobiologia e dei disturbi del movimento dell’irccs.

Nell’indagine che è stata condotta da questo team si è individuata e studiata la presenza di alcune proteine, dette prioni, all’interno dei carcinomi rimossi durante un intervento chirurgico. Secondo i ricercatori, infatti, questa proteina potrebbe rivelarsi una pedina importante non solo nello sviluppo del tumore, ma anche e soprattutto nella sua aggressività: proprio tra quei tumori più avanzanti e aggressivi la proteina era presente in misura maggiore. I prioni (che sono poi quelle stesse proteine che nei bovini generano la “mucca pazza”) agiscono allo stesso modo del tumore del pancreas nel diffondersi attraverso le strutture nervose e proprio su questo punto in comune hanno indagato i ricercatori. I risultati della correlazione tra proteina e aggressività tumorale, sebbene preliminari, «sono estremamente incoraggianti e rappresentano un’importante novità per comprendere meglio le basi biologiche di questo tipo di tumore che è uno dei tumori maligni con più elevato tasso di mortalità per aggressività e tendenza a formare metastasi, cioè a diffondersi in altre parti del corpo. Ci potrebbero anche essere implicazioni sul piano clinico: la proteina prionica, infatti, sembrerebbe rappresentare per il tumore del pancreas un marker biologico di aggressività e potrebbe essere utilizzata non solo dal punto di vista diagnostico e prognostico, ma anche terapeutico. Per esempio, si potrebbe valutare se l’uso di specifici agenti che ne riducano la concentrazione, alterandone il metabolismo, si associ a una minore crescita tumorale e a una minore resistenza ai farmaci chemioterapici»[4]. Un passo in avanti, dunque, molto importante che potrebbe, portare la ricerca verso nuove strade terapeutiche, ma anche in fase prognostica a una tempestiva individuazione del tumore che, come sappiamo, è uno dei più insidiosi da diagnosticare.

Alla luce di questi studi, voglio concludere facendo un grande plauso ai nostri ricercatori e ribadire a gran voce l’importanza della ricerca scientifica come unico strumento per costruire su basi – appunto – scientifiche quei risultati imprescindibili affinché si tuteli sempre di più e sempre al meglio il diritto alla salute, di tutti e per tutti.

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Wed, 30 Sep 2020 08:00:47 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/497/due-recenti-studi-sul-tumore-al-pancreas alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Tumore colon Retto, l’Aiom: screening fino a 74 anni https://www.alfiogarrotto.it/post/496/tumore-colon-retto-l-aiom-screening-fino-a-74-anni

Nel 2019 sono stati 89.400 i pazienti affetti da tumori gastrointestinali. Per questo l'Aiom (Associazione italiana di oncologia medica) chiede che lo screening per il colon retto sia esteso fino all'età di 74 anni. Oggi infatti, con l'eccezione di alcune regioni, è garantito dal Servizio Sanitario Nazionale dai 50 ai 69 anni. La richiesta è arrivata nel corso  del convegno sulle prospettive terapeutiche “News in GI Oncology”[1], che si è svolto a Vicenza. I progressi nel trattamento di queste neoplasie sono in crescita mentre si sono registrate 2800 diagnosi in meno del tumore colorettale negli ultimi cinque anni: il calo può essere ascritto all’efficacia dei programmi di screening come la ricerca del sangue occulto nelle feci. Con questo tipo di forma di prevenzione si può infatti individuare in fase iniziale una sospetta lesione. L'esame del sangue occulto nelle feci[2] consiste nella ricerca, compiuta attraverso metodologie diverse, di tracce di sangue non visibili a occhio nudo in un piccolo campione di feci. Queste tracce possono essere dovute al sanguinamento di un polipo. In media, per ogni 100 persone che fanno l'esame, cinque risultano positive. Non tutte, però, avranno polipi: le tracce di sangue possono essere dovute per esempio a emorroidi o a piccole lesioni dovute alla stitichezza. 

Delle 89.400 persone colpite nel 2019 da un tumore gastrointestinale, 49.000  lo avevano localizzato nel colon retto, 14.300 nello stomaco, 13.500 nel pancreas e 12.600 nel fegato. «Il 65% dei pazienti colpiti da tumore del colon-retto è vivo a 5 anni dalla diagnosi – spiega Giordano Beretta, Presidente Nazionale AIOM e Responsabile dell’Oncologia Medica all’Humanitas Gavazzeni di Bergamo – Lo screening è in grado di individuare, oltre alla presenza di un tumore ogni 850 persone asintomatiche, anche adenomi, cioè polipi, potenzialmente in grado di trasformarsi in cancro ogni 150 individui analizzati. La loro rimozione prima della trasformazione in neoplasia consente una riduzione di nuovi casi di tumore negli anni seguenti. Per questo, è importante che il test sia esteso anche agli over 70. Così potremo salvare più vite». Come visto anche in precedenza rimangono notevoli differenze geografiche sia nella copertura di questa forma di prevenzione che nella sua adesione. Al Nord (92%) e nel centro Italia (95%) la copertura è ottimale mentre il Sud è sotto la soglia del 50%.

Ancora peggio nel Meridione sull'adesione  con una percentuale del 24% contro il 52% del Nord ed il 35% del centro. «Il tumore del colon-retto in Italia è la seconda neoplasia più frequente dopo quello della mammella – sottolinea Giuseppe Aprile, Direttore Dipartimento Oncologia Clinica Ospedale San Bortolo di Vicenza - In Veneto, nel 2019, sono stati diagnosticati 3.900 nuovi casi (2.100 uomini, 1.800 donne). Fra i fattori di rischio, ricordiamo gli stili di vita scorretti, in particolare il sovrappeso, la sedentarietà e un’alimentazione squilibrata e troppo ricca di grassi. La prevenzione primaria risulta fondamentale, così come riuscire ad ottenere l’eliminazione dei precursori e una diagnosi in stadio iniziale. Se individuiamo la neoplasia durante le prime fasi, possiamo intervenire tempestivamente e raggiungere i migliori risultati in termini di guarigione. Il 20% dei casi è scoperto tardi, quando sono già sviluppate metastasi. La prognosi di questi pazienti è migliorata sensibilmente negli ultimi anni, con una sopravvivenza di circa 30 mesi. Questi passi in avanti sono legati da una parte alle nuove conoscenze biologiche, dall’altra all’individuazione di particolari bersagli molecolari controllabili con terapie mirate».

L'Aiom ha dunque rivolto un preciso appello alle istituzioni affinché possano procedere in modo capillare all'estensione anagrafica dello screening, in particolare della ricerca del sangue occulto nelle feci. Nel 2017, sono stati 277.930 i cittadini con oltre 70 anni invitati allo screening colorettale (4,5% del totale). L’attività principale è stata svolta nel Lazio (125.026 invitati, pari al 45% del totale nazionale), Lombardia (69.221 invitati, 25%), Campania (41.831 invitati, 15%), Toscana (17.046 invitati, 6%) e Umbria (14.980 invitati, 5%). Nel Lazio e in Umbria, l’estensione dell’invito fino ai 74 anni è per fortuna sistematica.

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Fri, 18 Sep 2020 07:38:58 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/496/tumore-colon-retto-l-aiom-screening-fino-a-74-anni alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Ansia, stress e insonnia in aumento: un trattamento innovativo https://www.alfiogarrotto.it/post/495/ansia-stress-e-insonnia-in-aumento-un-trattamento-innovativo

Negli ultimi mesi sono state condotte varie indagini per monitorare i livelli di stress, ansia e disturbi di tipo psicologico per capire come abbiamo reagito al difficile periodo di confinamento derivato dalla pandemia di Covid-19. Chiaramente alcuni soggetti sono stati particolarmente sotto osservazione, in quanto più a rischio nell’incorrere in questo tipo di disturbi, come ad esempio chi è stato colpito dal Covid, chi è stato soggetto a carichi di lavoro estenuanti e ad alto rischio come gli operatori sanitari, i medici e il personale addetto, o anche quelle persone che già prima della pandemia soffrivano di questa tipologia di disturbi e si sono trovati a doverli affrontare durante il confinamento.

Una squadra di specialisti del San Raffaele di Milano ha monitorato 402 casi di guarigioni pubblicando sulla rivista scientifica Brain, Behavior and Immunity i risultati: depressione, ansia, insonnia, finanche disturbo post traumatico da stress, sono le conseguenze più frequenti in quei pazienti in cui il virus ha colpito con maggiore aggressività e che, seppure guariti, si sono portati dietro a livello psichiatrico queste pesanti conseguenze. Ben il 56% del campione, infatti, è stato inserito, dopo la guarigione, nella fascia psicopatologica. In particolare «a significant proportion of patients self-rated in the psychopathological range: 28% for PTSD, 31% for depression, 42% for anxiety, 20% for OC symptoms, and 40% for insomnia»[1].

Non sono dati molto incoraggianti e ancor di più se visti insieme a quelli prodotti dall’indagine condotta dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, nella quale si evidenzia come il 63% degli intervistati si definisca “molto o abbastanza stressato” e il 43% dichiara “un livello massimo di stress”. A tal proposito la psicoterapeuta Alessandra Lancellotti ha dichiarato su Adnkronos che la situazione di confinamento ha generato un enorme carico di preoccupazione, incertezza, stress, tali da rappresentare un conto molto salato in una nazione come la nostra che ancora fa fatica a riconoscere socialmente i disturbi psichici: «La società da liquida è divenuta pietrificata: non si guarda avanti. Le persone non sanno cosa fare di sé stesse, sono lontane dai cari, come delle isole in mezzo al mare, ma un mare gelido, senza il sole dell’avvenire perché siamo orfani di futuro»[2].

Questi sentimenti negativi hanno gravato, dunque, sull’intera popolazione, ma non si può negare che alcune categorie siano state maggiormente a rischio. Mi riferisco, in particolare, a quelle categorie professionali come gli operatori sanitari che lavorando a maggior rischio di esposizione e per orari molto prolungati, essendo in prima linea nel fronteggiare l’emergenza sanitaria, hanno dovuto gestire un carico operativo ed emotivo molto elevato. L’INAIL, infatti, ha affrontato questo argomento dichiarando che il personale sanitario per via della particolare situazione è stato esposto «a una serie di fattori di rischio specifici e legati alla cura del paziente contagiato, ma anche a cambiamenti sostanziali nel lavoro per quanto riguarda gli aspetti organizzativi, relazionali e relativi alla sicurezza, che contribuiscono all’accrescimento di stress psico-fisico. Il prolungarsi nel tempo dell’emergenza sanitaria può portare a un aumento di pressione e paura e comportare una cronicizzazione dello stress legato al lavoro, che, se prolungato nel tempo e accompagnato da elevata intensità, può determinare un esaurimento delle risorse psicologiche e in alcuni casi favorire l’insorgenza del burn-out»[3]. A supporto di quanto affermato un’indagine[4] condotta dall’Università dell’Aquila in collaborazione con l’Università di Roma Tor Vergata, pubblicata su “JAMA”, ha reso evidente che medici e infermieri (costituivano il campione esaminato ben 1.379 operatori sanitari) presentano sintomi post traumatici da stress (49,38%), depressione (19,8%), ansia (8,27%) e insonnia (21,9%).

Stessi problemi hanno intaccato il lavoro dei “giornalisti dell’emergenza” che il SIS 118 ha deciso di premiare per il loro lavoro con una targa di merito. Occasione nella quale è stato anche presentato l’innovativo progetto promosso dalla Società di Medicina Sinestesica “Medicus Medici” (ossia “il medico dei medici”), con il quale si offre ai colleghi e ai team sanitari del Sistema 118 italiano, un percorso di supporto de-Stress per favorire un supporto nel recupero psico-fisico. In cosa consiste questo percorso e cosa si intende per Medicina Sinestesica? Ideata da Pier Michele Mandrillo nel 2014, la medicina sinestesica è basata sulla “therapeutical union of the senses”, ossia una stimolazione «contemporanea e sinergica dei cinque sensi presenti nel nostro organismo, favorendo le interconnessioni cerebrali, catalizzando il network sensoriale neuronale e ricreando uno stato di completo benessere psico-fisico finalizzato al riequilibrio della omeostasi e della completa salute organica»[5]. Attraverso un casco particolare viene stimolata la vista tramite dei fasci fotonici emessi da un sistema di led a elevata potenza, viene stimolato l’udito con un’acustica WiFi per l’ascolto di frequenze atte a stimolare le onde cerebrali e viene stimolato l’olfatto tramite aromaterapia inalatoria. Nato per scopi di medicina estetica di ringiovanimento della pelle è stato poi rimodulato anche nei suoi utilizzi più propriamente medici per il rilassamento dallo stress e per il trattamento di patologie riconducibili legate allo stress anche in conseguenza di eventi traumatici.

«Nulla è nella mente che prima non sia stato nei sensi», diceva Tommaso D’Acquino ed è proprio questo che ci mostra la medicina sinestetica, che ciò che passa per i sensi è in grado di incidere sulla nostra mente e, in questo caso, positivame

Dr. Alfio Garrotto

[1] “Una percentuale significativa di pazienti si auto-valuta come psicopatologico: il 28% per PTSD (disturbo post traumatico da stress), il 31% per depressione, il 42% per ansia, il 20% per sintomi Ossessivo-Compulsivi e il 40% per insonnia.”, trad. ita dal seguente articolo: https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0889159120316068

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Tue, 1 Sep 2020 09:15:21 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/495/ansia-stress-e-insonnia-in-aumento-un-trattamento-innovativo alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Gambe gonfie? Spesso segnale di insufficienza venosa https://www.alfiogarrotto.it/post/494/gambe-gonfie-spesso-segnale-di-insufficienza-venosa

Vorrei parlare di un problema che affligge principalmente le donne e che molto spesso viene sottovalutato nella sua pericolosità: l’insufficienza venosa. I mesi estivi, infatti, sono sempre i più difficili per chi soffre di cattiva circolazione e chi, più in generale, ha problemi di microcircolazione agli arti inferiori perché con l’aumento delle temperature si determina una dilatazione dei vasi superficiali, dovuta alla maggiore quantità di sangue richiamato nei capillari della cute, che a sua volta determina un incremento del sovraccarico venoso, rendendo più acuti i sintomi di chi soffre di malattie venose croniche. A maggior ragione poi, in questa estate 2020 in cui, in seguito al confinamento dovuto alla pandemia di Covid-19, veniamo da un periodo che ci ha visto molto più sedentari, mettendo in difficoltà non solo persone anziane e con problemi di peso (naturalmente più a rischio) ma anche, ad esempio, atleti e sportivi che, non portando avanti i ritmi consueti di attività fisica, hanno potuto risentire della mancanza di contrazione muscolare con il conseguente ristagno della circolazione.

Con la pandemia, inoltre, sono stati di molto limitati gli ingressi nelle strutture sanitarie per cause di gravità minore e quindi molti trattamenti e terapie sono state sospese facendo sì che proprio in questi mesi venga presentato il conto a livello di salute. Il professor Cervi, docente all’Università di Brescia e specialista in chirurgia vascolare ha affermato a riguardo che proprio nel periodo del post-lockdown si è registrato un aumento del 30% per quanto riguarda gli accessi negli ambulatori medici di flebologia.[1] Tra i sintomi da non sottovalutare nell’individuazione di questo tipo di patologie troviamo innanzitutto il formicolio, la pesantezza e il dolore di gambe e caviglie, abbinato a un edema diffuso sugli arti (gonfiore). Se da un lato questi sintomi possono indicare dei problemi di minore rilevanza come ad esempio la rottura di un capillare, dall’altra possono essere l’incipit dell’insorgenza di più gravi insufficienze venose con la sopraggiunta di varici di diversa entità che non sono assolutamente soltanto un problema estetico, ma in primo luogo costituiscono un epifenomeno di patologie più severe e complesse, di interesse medico.

Tra i fattori di incidenza abbiamo già visto la prolungata esposizione al calore e la sedentarietà, ma dobbiamo annoverare tra di essi anche l’ortostatismo statico (ossia lo stare molte ore in piedi fermi), gli squilibri ormonali, le alterazioni della postura (per esempio in conseguenza di una gravidanza) e un’alimentazione scorretta che porta a un eccessivo accumulo di grasso corporeo.

Quali sono, perciò, le misure preventive che possono essere prese affinché si possa evitare l’insorgere o l’aggravarsi di questi problemi? E nel caso in cui la patologia sia conclamata e cronicizzata quali possono essere i trattamenti da portare avanti?

Innanzitutto, bisogna evitare di sottovalutare i segnali che il nostro corpo ci offre perché una condizione di insufficienza venosa, se non adeguatamente trattata, può esporre chi ne soffre a complicazioni potenzialmente molto gravi come per esempio trombosi venose (superficiali e profonde), distrofie e discromie cutanee o anche ulcere cutanee su base flebostatica. Trovandoci di fronte a una malattia cronica che si evolve e degenera con il passare del tempo è necessario prendere dei provvedimenti tempestivi non invasivi e che intaccano semplicemente lo stile di vita affinché non si raggiungano i livelli di pericolosità sopra citati. Queste piccole accortezze possono così essere elencate:

  • Una costante attività fisica: anche una semplice camminata di un’ora ogni giorno può essere sufficiente, altrimenti è consigliato il nuoto, la bicicletta o la corsa;
  • Un’alimentazione specifica: è fondamentale bere almeno 2 litri di acqua al giorno (anche tramite tisane, se non zuccherate) per favorire il buon funzionamento del sistema cardiovascolare. Poi, prediligere un consumo frequente di verdura (circa una porzione per ogni pasto), di frutta (principalmente rosso-viola, ricca di antiossidanti flavonoidi, come ribes, more, mirtilli ecc.) e anche di pesce in quanto alimento ricco di Omega3 che migliorano l’elasticità delle cellule (anche la frutta secca a guscio è una buona fonte di questi grassi polinsaturi);
  • L’uso di calze specifiche: indossare calze a compressione graduata, sotto indicazione del proprio flebologo specialista, può portare a ottimi risultati. Sono assolutamente consigliate soprattutto per chi, per esigenze lavorative, deve stare in piedi molte ore;
  • Evitare: l’assunzione di contraccettivi, l’esposizione eccessiva a fonti di calore, la posizione ortostatica prolungata, l’uso di tacchi alti o di indumenti che stringono eccessivamente e gli sbalzi termici caldo-freddo.

Per quanto riguarda, invece, le situazioni che necessitano di un trattamento clinico specifico laddove questi accorgimenti non bastino a ridurre le pressioni nel circolo venoso per evitare di incorrere in complicanze tromboemboliche si può prendere in considerazione, sempre a seguito di un preciso confronto con uno specialista per verificare il singolo caso, una di queste due tipologie di trattamento: le tecniche ablative e demolitive o la Fleboterapia Rigenerativa Tridimensionale (T.R.A.P.).

Tra le prime, troviamo «lo stripping degli assi safenici incontinenti, le flebectomie su collaterali e perforanti ectasiche e refluente (da eseguire rigorosamente in ambiente chirurgico), le occlusioni endovascolari con laser, la radiofrequenza, il cianoacrilato (quest’ultimo di recentemente introduzione), le tecniche di scleroterapia e scleromousse ecoguidata e/o per transilluminazione». Per la seconda tipologia, la T.R.A.P., vediamo in particolare la tecnica iniettiva che «non si pone l’obiettivo di eliminare le vene ectasiche e incontinenti come le tecniche ablative e le occlusioni endovascolari, ma di ripristinarne, agendo in maniera più fisiologica, la funzione. Il circolo venoso superficiale, nel suo complesso, viene iniettato da un cocktail farmacologico specifico contenente un agente sclerosante debole (viene utilizzato il salicilato di sodio) con lo scopo di avviare un processo di flogosi della parete dei vasi venosi non avente l’obiettivo di portare la vena all’occlusione e al suo successivo riassorbimento, ma di portare a una retrazione delle pareti con ripristino della continenza valvolare»[2].

È bene, in conclusione, attenzionarsi all’insorgenza dei primi accenni di problemi circolatori per far sì che si possa porre rimedio e tenere sotto controllo la situazione attraverso un cambio del proprio stile di vita, così che non ci sia bisogno di passare per tecniche più invasive come quelle appena citate. Per fare una buona prevenzione, insomma, bisogna sempre ascoltare il proprio corpo e non trascurare i segnali che ci fornisce.

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Thu, 13 Aug 2020 08:46:12 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/494/gambe-gonfie-spesso-segnale-di-insufficienza-venosa alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Novità dalla medicina rigenerativa https://www.alfiogarrotto.it/post/493/novita-dalla-medicina-rigenerativa

È di stringente attualità il tema della medicina rigenerativa, dato che proprio in queste settimane è stato annunciata da un team di ricercatori dell’Università di Padova e dell’Istituto Veneto di Medicina Molecolare (VIMM) la messa a punto di una tecnologia innovativa che rende possibile la stampa 3D di tessuti all’interno di organismi viventi: si chiama Intravital 3D (I3D) bioprinting ed è possibile grazie all’utilizzo di un gel fotosensibile che nel momento in cui viene esposto a un raggio laser, che passa attraverso i tessuti senza danneggiarli, solidifica.

La medicina rigenerativa, branca della medicina molecolare, si propone di trovare metodologie in grado di rigenerare i tessuti danneggiati usando geni, cellule e biomateriali in sostituzione ai farmaci tradizionali. Negli ultimi vent’anni si è investigato e studiato molto in questa direzione, tanto che, nel 2018, la ricerca è uscita dal solo ambito medico-scientifico (lo studio di una Lancet Commission su cellule staminali e medicina rigenerativa[1]), divenendo oggetto di trattazione divulgativa con la pubblicazione (per l’Italia) del libro di Giulio Cossu, professore di Medicina Rigenerativa e uno dei massimi esperti in materia, intitolato “La trama della vita”, il quale ha reso fruibile un argomento che sino a quel momento era soltanto cibo per addetti ai lavori. Da due anni a questa parte, però, si è proceduto con lentezza e varie battute d’arresto anche in relazione alla nascita di svariate cliniche che «offrono terapie con cellule staminali sul web, promettono una vasta gamma di benefici per svariate patologie, utilizzando trattamenti e prodotti scarsamente caratterizzati e con poca o nulla evidenza di efficacia, con la primaria intenzione di un ingente e sicuro profitto finanziario»[2], secondo le parole dello stesso Cossu. Ciò ha chiaramente creato dei problemi di sicurezza oltre che illudere moltissimi pazienti di poter trovare la guarigione miracolosa.

Ecco perché, in un contesto di apparente stallo sotto questo punto di vista, salutiamo con particolare favore la novità del 3D Bioprinting che, nonostante sia ancora in fase di studio e di messa a punto, sembra foriero di grandi potenzialità e di grandi risultati. La stampa 3D, infatti, come è ormai noto, può convertire in oggetti fisici modelli digitali, ma pensate a cosa può accedere se si riesce a trasporre questa innovazione tecnica declinandola in campo medico nella generazione in laboratorio di tessuti umani. Ecco questo è senz’altro un passo in avanti gigantesco e sembra che ormai siamo riusciti a compierlo. Il coordinatore dello studio, il professor Nicola Elvassore, ha spiegato in proposito che: «Le tecniche più innovative di bioprinting 3D richiedono l’accesso diretto al tessuto della penna per la biostampa tridimensionale, di conseguenza, il controllo della forma e struttura del tessuto stampato è limitato a parti del corpo facilmente accessibili come la pelle. Siamo davvero entusiasti del fatto che la nostra tecnica (che abbiamo nominato Intravital 3D bioprinting) permetta di visualizzare con altissima risoluzione la parte anatomica di interesse e “stampare” tessuti nella posizione e della forma desiderati»[3].

Se gli sviluppi della ricerca dessero gli esiti sperati saremmo davvero di fronte alla nuova frontiera del trapianto non solo di tessuti ma anche di organi, in quanto questi ultimi potrebbero essere “stampati” in laboratorio e secondariamente, con un intervento chirurgico impiantati nel paziente, ma anche “stampati” nel paziente grazie a un particolare gel fotosensibile, quello di cui abbiamo parlato in apertura. Grazie ad esso si potrà, controllando tridimensionalmente il laser che attiva la sua solidificazione, “creare” il tessuto o l’organo in questione direttamente all’interno del corpo di un organismo vivente. Il gel, inizialmente in forma liquida, potrà essere iniettato e poi essere solidificato tramite apparecchiature esterne esponendolo alla luce laser. «Come dimostrato nello studio pubblicato nella rivista internazionale “Nature Biomedical Engineering[4]” (22 giugno 2020), questo gel può essere combinato con cellule donatrici, iniettato nel sito anatomico di interesse e usato per generare nuovo tessuto senza dover sottoporre l’animale a particolari pratiche chirurgiche. […] Tale studio pone delle nuove basi per lo sviluppo futuro di tecniche di chirurgia non invasiva per riparare e ricostruire gli organi di pazienti affetti da patologie rare e complesse. Poiché questo biogel può essere utilizzato come inchiostro biologico per “stampare” diversi tessuti nella forma desirata, la sua potenziale applicazione riguarda le strategie di terapia cellulare personalizzata e di “precision medicine” in ambito di medicina rigenerativa»[5].

Uno studio come questo è una vera e propria sfida per la medicina contemporanea. Poter controllare con precisione dove posizionare le cellule staminali muscolari significa aumentare la loro potenzialità generativa di tessuto e significa, inoltre, non dover fare ricordo a tecniche chirurgiche più invasive.

Un ulteriore aspetto interessante della procedura è il fatto che essa non generi prodotti secondari che rimangono nel corpo e può rivelarsi addirittura rivoluzionario in quei casi in cui le cellule del paziente non possano rigenerare o “riparare” i tessuti danneggiati o addirittura mancanti. Vero è che ci troviamo ancora nelle prime fasi di test, pre-cliniche, e che “l’esperimento” andato a buon fine, ossia “stampare un orecchio umano in 3D sul dorso di un topo” è cosa ben diversa dal “rigenerare” un orecchio umano danneggiato, ma quel che è importante è che lo studio in questione dimostra che farlo è possibile. Aprire il campo a questa possibilità significa poter immaginare un futuro della medicina assolutamente diverso fatto di una chirurgia sempre meno invasiva e di un possibile ricambio di qualsiasi tipo di tessuto: sembra fantascienza, eppure in un futuro neanche troppo remoto potrebbe diventare realtà.

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Mon, 10 Aug 2020 08:44:20 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/493/novita-dalla-medicina-rigenerativa alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Salute e smart working https://www.alfiogarrotto.it/post/492/salute-e-smart-working

Una delle tante conseguenze del Covid-19 è stata quella di aver cambiato per moltissimi lavoratori la metodologia di lavoro, che ove possibile si è tramutata nella sua variante da remoto, il così detto smart working. Per andare ad affrontare le conseguenze, a livello di salute, che si possono riscontrare in seguito a questo cambio, per molti repentino, di logistica lavorativa, bisogna però preliminarmente fare una distinzione che esula dal campo medico ma che risulta indispensabile per comprendere chiaramente la questione.

La distinzione in questione è quella tra smart working, da un lato, e telelavoro, dall’altro.

Sebbene a prima vista sembrino sinonimi non è propriamente così, infatti se, quando parliamo di smart working, dovremmo fare riferimento a una tipologia di lavoro “agile” che non opera in orari predefiniti, ma lavora principalmente per obiettivi, non lega il lavoratore necessariamente a un luogo fisico fisso, ma fa sì che sia sufficiente avere il proprio dispositivo e una connessione internet; quando invece parliamo di telelavoro ci riferiamo a qualcosa di molto più simile alla modalità lavorativa da ufficio, ma trasferita “in house”. Si deve essere reperibili durante le ore pattuite con il datore di lavoro, si devono svolgere gli stessi compiti nella stessa modalità, ma “semplicemente” da remoto.

In Italia moltissime aziende si sono avvalse della possibilità che i propri dipendenti lavorassero da remoto, ma solo in pochi casi si è trattato di smart working. Ciò ha comportato un affaticamento da parte dei lavoratori nello svolgimento del lavoro quotidiano per una serie di ragioni:

  • la giusta postazione: non tutti si sono trovati nella condizione di avere in casa un luogo adatto a convertirsi in “ufficio” per otto ore consecutive al giorno;
  • la giusta seduta: in molti casi, a differenza dell’ufficio, non si è in possesso della giusta seduta per lo svolgimento in sicurezza del lavoro;
  • la corretta alimentazione: quando si è in casa si è portati a mangiare in modo più caotico e disordinato (avendo a disposizione per tutto l’orario lavorativo l’intero frigo casalingo!);
  • il carico mentale: soprattutto per chi ha dovuto gestire il lavoro in concomitanza della DaD (Didattica a Distanza) dei propri figli o comunque di mansioni di accudimento specifiche della propria famiglia, il non avere un luogo deputato al lavoro che fosse differente rispetto a quello di tutte le altre faccende personali, ha provocato un incremento non indifferente di stress, ansia e carico mentale elevato.

Oltre a tutti questi aspetti, una ricerca condotta da LinkedIn su un nutrito campione di lavoratori (2000 circa) ha evidenziato anche che: «Ad ammettere di sentirsi più ansioso e stressato per il proprio lavoro rispetto a prima, è il 46% degli intervistati, mentre il 48% ammette di lavorare almeno un’ora in più al giorno: ossia circa 20 ore (quasi 3 giorni) in più al mese. A questo si aggiunge il desiderio di dimostrare ai propri capi che si merita il proprio lavoro: il 16% si sente preoccupato che il datore di lavoro lo licenzi, mentre il 19% si sente ansioso e si chiede se la propria azienda sopravvivrà. […] Inoltre, questo periodo di lavoro a distanza obbligatorio sembra aver iniziato a offuscare i confini tra il tempo del lavoro e il tempo libero, rendendo difficile staccare la spina. La ricerca ha rivelato che il 22% dei lavoratori si è sentito spinto a rispondere più rapidamente e ad essere disponibile online più a lungo del normale. Il 22% dei lavoratori ha cominciato a iniziare le giornate in anticipo, lavorando dalle 8 alle 20.30, mentre il 24% è ora solito terminare la giornata lavorativa anche dopo le canoniche 8 ore»[1].

Quello che si può notare, quindi, è innanzitutto una maggiore oppressione a livello psicologico, ma non è da sottovalutare la componente fisica. Lo stesso Inail (Istituto nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro) ha twittato[2] durante la quarantena con un’animazione che spiegasse quali piccoli stratagemmi mettere in atto per non incorrere in infortuni domestici dati da una postura scorretta protratta per tante ore consecutive. È raccomandabile, infatti, fare delle pause di 15 minuti ogni due ore di lavoro video, fare stretching quando ci si sente affaticati, tenere lo schermo a circa 40-50 cm dalla vista e fare in modo che sia posizionato alla giusta altezza affinché non ci si debba incurvare per scrivere sulla tastiera.

Anche il sito DirectlyApply[3] ha denunciato i rischi del lavoratore, o forse dovremmo dire telelavoratore, del futuro, rilanciati poi in un lungo articolo sul The Sun[4]: occhi affaticati, spalle incurvate, maggiore rischio di disturbi alimentari. Insomma, i lunghi periodi in casa, la possibilità di mangiare continuamente e, spesso, la mancanza di un adeguato esercizio fisico, abbinati anche allo sforzo di collo e spalle e alle gambe di frequente accavallate per lunghe ore, aumentano il rischio sia di mettere su peso in eccesso, incappando così in patologie quali ad esempio l’obesità, sia la maggiore possibilità di riscontrare lombalgie e problemi vertebrali.

Sembrerebbe uno scenario apocalittico, ma non è del tutto così. La colpa, infatti, non è certo del telelavoro in sé e per sé, ma è senz’altro necessario entrare nell’ottica in cui, se si vuole mettere in atto questa rivoluzione (che ha anche tanti risvolti positivi come ad esempio quello di poter dedicare più tempo alla famiglia o di poter eliminare le spese e lo stress per gli spostamenti o ancora quello di essere più “ecologici” e così via), si deve pensare a un giusto adeguamento, in primis, di spazi e accessori di lavoro affinché il dipendente anche da casa possa svolgere le sue mansioni in totale sicurezza, fisica e mentale. Secondariamente si deve pensare anche a un adeguamento legislativo per strutturare meglio il tempo e le modalità lavorative da remoto: ossia emettere dei provvedimenti che garantiscano il così detto “diritto alla disconnessione” (in grado di alleggerire non di poco il carico mentale del lavoratore) e che provvedano a stimolare comunque le relazioni tra colleghi per non generare un’atomizzazione dei dipendenti (deleteria in termini di produttività e di creatività sia per l’azienda che per il singolo che, non sentendosi più stimolato, è portato a sentirsi “annoiato”, “demotivato” nello svolgimento delle attività quotidiane).

È bene, quindi, poiché vediamo sempre di più le aziende dirigersi nella direzione del lavoro da remoto, ripensare e mettere in pratica tutti quegli accorgimenti che, avendo come focus la salute del lavoratore, siano atti a tutelarlo affinché operi in totale sicurezza.

Dr. Alfio Garrotto

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Thu, 23 Jul 2020 08:13:34 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/492/salute-e-smart-working alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Oncologia e cardiologia: i suggerimenti al Ministero per fase post-emergenza Covid https://www.alfiogarrotto.it/post/491/oncologia-e-cardiologia-i-suggerimenti-al-ministero-per-fase-post-emergenza-covid

Come gestire nella fase 2 i pazienti di oncoematologia, oncologia e cardiologia? Per cercare di fornire una risposta e soprattutto una proposta è stato elaborato uno specifico documento, inviato al Ministro della Salute Roberto Speranza. Non si tratta di una linea guida formale ma di una serie di suggerimenti di alcune società scientifiche di riferimento come AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica), Fondazione Insieme contro il Cancro, SIE (Società Italiana di Ematologia) e SIC (Società Italiana di Cardiologia). 

Nella “Proposta di gestione dei pazienti in Oncoematologia, Oncologia e Cardiologia nella fase 2 dell’infezione da Covid-19[1] sono state raccolte in sintesi le misure di gestione ricavate dall’ esperienza di alcuni dei centri che stanno affrontando le esigenze di continuità dell’attività terapeutica di oncoematologia e trapianto a fronte della pandemia COVID-19. Queste raccomandazioni tengono conto di alcuni suggerimenti pervenuti dal Ministero della Salute, dall’EBMT (European Bone Marrow Transplantation society), dal Gruppo Italiano Trapianto di Midollo (GITMO), dalla Fondazione  Italiana Linfomi (FIL), dagli infettivologi, immunologi e dalla poca letteratura disponibile. « Il presupposto – si legge nel documento -  è che i nostri pazienti, in quanto  particolarmente immunodepressi, abbiano un rischio maggiore di infezione severa e quindi possano essere costretti ad  interrompere delle terapie curative o possano presentare una maggiore mortalità da COVID-19. Siamo nel contesto di una situazione ancora seria, con un rischio concreto di future riespansioni della epidemia in assenza di una vaccinazione di massa e tutti cerchiamo di fare proposte che possano essere utili prima ai pazienti perché sono più fragili e poi agli operatori sanitari e alla popolazione. Facendo una sintesi di tutte le opinioni che abbiamo ricevuto dagli ematologi italiani possiamo dire che gli obiettivi generali condivisi nella nostra comunità professionale sono la prosecuzione delle terapie salvavita per i pazienti oncoematologici e la sicurezza degli operatori sanitari. Purtroppo ci sono già stati molti decessi in entrambe le categorie». 

Tra i punti considerati fondamentali c'è quello della raccomandazione della vaccinazione per questo tipo di pazienti considerando la possibile seconda ondata di COVID-19 prevista da alcuni ricercatori che potrebbe avere una recrudescenza nel periodo autunnale e invernale. Le vaccinazioni consigliate per tutti i pazienti, i loro caregivers e gli operatori sanitari sono quelle per l’ influenza e lo streptococco. Andranno inoltre incentivate delle forme di telemedicina che però dovrebbero prevedere  piattaforme omogenee tra i vari ospedali e meccanismi amministrativi che regolino questa attività, che durante la pandemia è stata surrogata via telefono o email. Per i pazienti asintomatici si raccomandano come al solito le norme di igiene personale ed il distanziamento di almeno un metro.

Per i pazienti ambulatoriali paucisintomatici  o con sospetto di infezione in atto delle vie respiratorie (rinorrea, faringodinia, tosse, dispnea) o febbrili si definiscono percorsi separati. «Devono venire in ospedale solo se necessario. È utile contattare i pazienti il giorno prima del controllo ambulatoriale per accertarsi della presenza/assenza di sintomi attribuibili a COVID, in modo da poter evitare visite non strettamente necessarie o pre-allertare l’attivazione di percorsi dedicati in caso di necessità. Tutti i pazienti devono provvedere all’igiene delle mani con gel alcolico e indossare la mascherina chirurgica come sopra. È opportuno eseguire un triage all’ingresso in  ospedale per identificare fin da subito i casi sospetti, che dovrebbero essere avviati direttamente ad un percorso dedicato (ascensori dedicati, sale d’aspetto dedicate). In area ambulatoriale, è  necessario l’isolamento in una area COVID-dedicata dei pazienti sintomatici in attesa di visita ed esecuzione del tampone (prima faringe e poi le due narici con lo stesso tampone). Nel caso in cui il sospetto emerga invece durante la visita ambulatoriale ematologica, il paziente deve immediatamente lasciare l’ambulatorio di ematologia ed essere accompagnato nella sala di attesa dedicata in area COVID. L’ambulatorio deve essere sanificato prima di potervi accedere con altri pazienti ematologici non sospetti. Dopo la valutazione medica, se i pazienti presentano ossimetria >95 e sintomi di modesta entità, vengono rimandati in autoisolamento a domicilio in attesa dell’esito del tampone (della eventuale sierologia) e della successiva decisione clinica. È importante stabilire un contatto telefonico giornaliero paziente per seguire l’andamento clinico in quanto l’ infezione può evolvere ed aggravarsi o risolversi. Il medico visita i pazienti sospetti con le protezioni individuali (guanti, mascherina FFP2, occhiali o maschera facciale, camice monouso, sovrascarpe e cuffia monouso). I pazienti sospetti vanno visitati in un ambulatorio dedicato o dopo aver visitato tutti i pazienti asintomatici. Tali locali andranno poi sanificati.  Si propone anche di valutare l’opportunità di effettuare un test sierologico rapido a tutti i pazienti in arrivo che non abbiano in corso terapie linfocitopenizzanti, per poi considerare solo i positivi come sospetti da sottoporre a tampone. Questo potrebbe ridurre il numero dei tamponi effettuati». I pazienti con un sospetto di infezione vengono invece ricoverati in un’area di sorveglianza dedicata in attesa di tampone, dove devono essere trattati come infetti fino ad esito del tampone o fino a quando non si chiarisce la diagnosi; solo nel caso in cui sia impossibile avere un reparto dedicato, i pazienti vengono ricoverati nel reparto di ematologia (in camere singole non a pressione positiva) e trattati come infetti fino a prova contraria. Vengono inoltre consigliati tamponi periodici agli operatori sanitari in modo da non contagiare inavvertitamente i pazienti,  ridurre la diffusione della epidemia sul territorio e programmare il lavoro

Dr. Alfio Garrotto

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Fri, 17 Jul 2020 07:59:30 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/491/oncologia-e-cardiologia-i-suggerimenti-al-ministero-per-fase-post-emergenza-covid alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Novità su diabete e Covid-19 https://www.alfiogarrotto.it/post/490/novita-su-diabete-e-covid-19

Ho già parlato di diabete e nuovo coronavirus qualche tempo fa, ma mi accingo a tornare sull’argomento, in primo luogo vista la sua importanza e, secondariamente, poiché è in corso un nuovo studio condotto da 17 endocrinologi, anticipato da una lettera pubblicata sul New England Journal of Medicine. Il Covid-19, infatti, sembrerebbe che possa avere effetti negativi anche sul metabolismo (oltre che su organi e apparati di cui già sappiamo). Sebbene l’ipotesi sia ancora sotto vaglio scientifico, tramite l’apposita creazione un registro mondiale di casi, se fosse confermata dai dati, significherebbe che il Covid-19 può essere un fattore che contribuisce allo sviluppo o comunque al peggioramento del diabete.

Se, fino ad oggi, dunque, si parlava di diabete come fattore di rischio per la contrazione del virus, adesso potremmo affermare come vero anche il contrario, ossia che chi contrae il Covid-19 può avere dei peggioramenti del diabete (nel caso già lo abbia) o svilupparne addirittura una nuova forma. Il progetto che sta studiando questa ipotesi si chiama CoviDiab Registry Project[1] e nasce per iniziativa del King’s College London, ossia registro mondiale di nuovi casi di diabete in pazienti affetti da Covid-19. Sull’articolo di Wired che riporta lo studio leggiamo che «C’è già qualche caso registrato di persone con Covid-19 che hanno manifestato improvvisamente un diabete oppure hanno avuto complicanze. Fra le complicanze una particolare condizione chiamata chetoacidosi diabetica, con sintomi come vomito, poliuria, ipotensione e altro, e iperosmolarità, caratterizzata da grave iperglicemia e disidratazione. Ma ancora il legame fra le due patologie è ipotetico e non sappiamo con certezza se e quale sia il ruolo di Covid-19. Nella lettera, però, i ricercatori richiamano all’attenzione anche sul metabolismo e all’importanza di condividere i dati, all’interno della rete globale»[2].

Condividere i propri dati, infatti, sarebbe importante per avere il maggior numero possibile di informazioni necessarie per capire quali meccanismi si innescano contraendo il Covid-19 per poter così agire velocemente anche sul fronte metabolico e trovare delle terapie atte a rispondere all’eventuale insorgenza del diabete che, per quel che si è visto sin’ora, può essere sia di tipo 1 sia di tipo 2 (o addirittura una nuova forma, per cui ancora rimangono molti interrogativi). Solo avendo un numero sufficiente di dati sarà possibile dunque stabilire una veritiera incidenza di questi fenomeni metabolici, i quali deriverebbero da un recettore chiamato Ace2 al quale legandosi alcune cellule polmonari può poi passare negli altri tessuti, fino anche a intaccare organi chiave del metabolismo come le cellule beta del pancreas, i reni, il fegato e così via. Ecco perché – spiegano nella lettera gli specialisti – è «plausibile che il SARS-Cov-2 possa causare disfunzioni multiple e complesse del metabolismo del glucosio e complicare la fisiopatologia di diabeti già esistenti fino a generare nuovi meccanismi della malattia»[3].

Il diabete è una patologia cronica molto diffusa, solo in Italia i casi diagnosticati e seguiti riguardano ben 3 milioni di persone e se ne stima circa un altro milione tra i non diagnosticati, parliamo di più del 5% della popolazione. Ci sono anche «2,6 milioni di persone che hanno difficoltà a mantenere le glicemie nella norma, una condizione che nella maggior parte dei casi prelude allo sviluppo del diabete di tipo 2. Parliamo del 4,3% della popolazione. Nel 2030 si prevede che in Italia le persone diagnosticate con diabete saranno 5 milioni»[4]. Questi numeri ci parlano di una realtà molto ampia che ha bisogno di essere conosciuta e dibattuta, anche tramite la sensibilizzazione di una fetta sempre maggiore della popolazione. Ecco perché ho letto con piacere che, nonostante l’emergenza Covid-19 in atto, si è riusciti ad avere una grande eco per l’iniziativa annuale Diabets Marathon, che nasce proprio come evento di sensibilizzazione sulla patologia e di sostegno verso le persone affette e le loro famiglie, accompagnandoli in un percorso di vita che è senz’altro diverso dal “normale”.

Pensate che l’iniziativa, inizialmente programmata nelle città della Romagna tra fine marzo e metà aprile, si è svolta in via telematica con una lunghissima diretta dall’8 al 14 giugno coinvolgendo moltissime persone, non soltanto in Italia ma in giro per il mondo. «“Il Covid ci ha diviso ma Diabetes Marathon ci ha unito", questo uno dei commenti sulla pagina Facebook di Diabetes Marathon che in questi ultimi dieci giorni è stata frequentata da migliaia di persone. 38.956 visualizzazioni delle dirette, 3.318 like ai post, 648 commenti e 949 condivisioni, questi sono alcuni dei numeri che raccontano lo sforzo degli organizzatori per far passare un messaggio di importanza vitale: il diabete non aspetta e per una persona con diabete ogni giorno è una potenziale emergenza e serve l’aiuto di tutti per realizzare un mondo in cui il diabete non abbia più il potere di decidere della vita di nessuno»[5].

Da quando sono Direttore dello IOMI di Messina (2013) ad oggi sono stati operati con successo più di 2.500 pazienti affetti da obesità grave e sindrome metabolica, di cui più del 60% di questi affetti da gravi patologie associate tra cui anche il diabete (in questo caso di tipo 2). È importante, soprattutto quando il diabete si somma ad altre patologie, essere tempestivi e costanti nelle cure ed è necessario seguire attivamente i nuovi studi in corso, ancor di più nella situazione attuale in cui ci siamo trovati impreparati di fronte a un virus, come quello del Covid-19, che, continuando a studiarlo, mostra di avere molte più implicazioni di quante se ne immaginavano in principio.

Dr. Alfio Garrotto

[3] «Thus, it is plausible that SARS-Cov-2 could cause multiple co-existing alterations of glucose metabolism that can complicate the pathophysiology of pre-existing diabetes or lead to new mechanisms of disease. There are, in fact, precedents for a viral etiology for ketosis-prone diabetes.», vd. http://covidiab.e-dendrite.com/introduction.html

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Wed, 24 Jun 2020 09:52:38 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/490/novita-su-diabete-e-covid-19 alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
La Camera approva all’unanimità: l’obesità è malattia cronica https://www.alfiogarrotto.it/post/488/la-camera-approva-all-unanimita-l-obesita-e-malattia-cronica

L’emergenza sanitaria a cui abbiamo assistito in questi mesi, che ancora non può dirsi conclusa, e che ha mietuto tante vittime sia in Italia sia negli altri Paesi colpiti in tutto il mondo, ha reso evidente ulteriormente un dato che spero ormai sia noto anche al di fuori dell’ambiente medico: l’obesità è un fattore di rischio in più per moltissime patologie e che può comportare grandi complicanze che non intervengono nel caso di persone normopeso. Le persone obese, con un indice di massa corporea superiore a 40, «sono più fragili di fronte ai virus, e più in generale, di fronte alle infezioni respiratorie. Questa suscettibilità potrebbe essere la congiunzione di fattori meccanici e ormonali generati dal sovrappeso come la modifica della meccanica ventilatoria o dei cambiamenti del sistema immunitario, secondo uno studio realizzato dal servizio di pneumologia dell’ospedale Foch, a Suresnes, (comune dell’area parigina). Dalla ricerca, effettuata nel 2009, durante l’epidemia dell’influenza A H1N1 (la così detta “influenza suina”, n.d.a.), era emersa la presenza di un numero elevato di soggetti obesi tra i casi severi di questa influenza»[1].

L’obesità, spesso sottovalutata come patologia, deve essere invece presa con la necessaria serietà da chi ne è afflitto e non è un caso se nel novembre scorso è stata approvata con la totale unanimità la mozione presentata alla Camera dei Deputati che proponeva il riconoscimento dell’obesità come malattia cronica. L’approvazione unanime dimostra come ci sia stata la volontà da parte di tutte le forze politiche verso l’impegno nell’edificazione di un piano nazionale di intervento operativo (già a partire dagli obesi minorenni, che sono anche la maggior parte dei casi). L’obesità è fonte di elevati costi sociali (oltre che economici e clinici) e quindi con questa mozione si è voluto anche dare l’avvio a una campagna di sensibilizzazione e di lotta allo stigma sociale che deriva da questa patologia e che come conseguenza presenta gravi criticità sociali. «Discriminazione, isolamento, atti di bullismo: queste sono solo alcune delle situazioni con cui una persona con obesità è costretta a convivere e da cui non può sfuggire essendo l’obesità la malattia più visibile fra tutte. Lo stigma basato sul peso, ovvero la disapprovazione sociale che si traduce in atteggiamenti negativi espressi sotto forma di stereotipi, pregiudizi e discriminazione verso alcuni individui a causa del loro peso, rappresenta un problema sociale molto diffuso e in aumento»[2].

La legge italiana, a oggi, riconosce l’invalidità, e i conseguenti diritti che ne derivano, solo ai casi più gravi di obesità, ma con questo voto si è resa chiara la volontà di estendere a tutti i casi di obesità cronica l’assistenza sanitaria. Si prevede, quindi, a maggior ragione dopo aver potuto constatare con la pandemia di Covid come – anche in questo caso – l’obesità fosse un fattore di rischio tale da generare una maggiore possibilità di forme respiratorie severe, un periodo all’insegna di proposte legislative che incrementino le tutele e le agevolazioni per gli obesi e i loro familiari[3]. Tra i possibili aiuti economici potrebbe esserci il diritto alla pensione di invalidità (nei soggetti riconosciuti totalmente inabili al lavoro), all’indennità di accompagnamento o all’assegno di invalidità, ma anche alle agevolazioni sanitarie previste per gli invalidi. Senza contare che i genitori dei minori obesi potranno accedere così a diverse agevolazioni, come ad esempio sconti sull’acquisto di medicinali, ausili sanitari, visite mediche e assistenza sanitaria.

Proprio la questione dell’obesità tra i minori è di importanza capitale, perché come invocavano a gran voce nella rivista Pediatria, nel numero di settembre/ottobre 2017: «Trattare l’obesità prima della comparsa di comorbilità può impedire l’escalation di problemi clinici e psicosociali. […] Il riconoscimento dell’obesità infantile come malattia cronica potrà favorire lo sviluppo di nuovi interventi e politiche sanitarie per prevenirla e trattarla sia a livello sociale che individuale ed incoraggiare famiglie e medici ad affrontarla con impegno»[4]. Ecco spiegato perché questo passo è così importante anche nell’ottica della salvaguardia dei minori e delle loro famiglie.

Purtroppo, però, nonostante i passi in avanti fatti con l’approvazione della mozione parlamentare non ci si deve arrestare nel percorrere questa strada. Le statistiche, infatti, ci dicono che il problema è costituito anche dagli stessi obesi, i quali per ben il 40% non ritengono di soffrire di una malattia cronica. Senza contare che vari studi sia internazionali come l’ACTION Study (Awareness, Care, and Treatment In Obesity MaNagement, ossia una ricerca sul fenomeno a 360°), sia nazionali come quello condotto da IDBO (Italian Barometer Obesity Report) nel 2019, ci rivelano che negli ultimi anni il problema si fa sempre più cogente. Proprio quest’ultimo studio rivela che in Italia «sono in eccesso di peso oltre 24 milioni e 700mila persone: il 46% degli adulti (18 anni e più, 1 adulto su 2) e il 24,2% tra bambini e adolescenti (6-17 anni, 1 giovane su 4)»[5] e che, secondo le parole del vice presidente di IBDO Paolo Sbraccia: «L’obesità deve essere considerata come una malattia cronica, a patogenesi multifattoriale, che necessita di cure e attenzioni adeguate. La gestione terapeutica è complessa e richiede un approccio multidimensionale. Le principali linee guida dell’obesità indicano che il primo passo della terapia è rappresentato dalla modificazione degli stili di vita attraverso l’intervento nutrizionale, l’incremento dell’attività fisica strutturata e le modifiche comportamentali. Tuttavia, quando questa prima strategia risulta insufficiente o del tutto inefficace è possibile ricorrere alla terapia farmacologica e in alcuni casi alla chirurgia bariatrica. […] I dati italiani rivelano la necessità di implementare le conoscenze sull’obesità di medici, governi, persone con obesità e opinione pubblica in generale. In secondo luogo, bisogna sfidare la percezione errata che l’obesità sia sotto il controllo dell’individuo e i medici devono promuovere conversazioni utili sulla perdita di peso. Infine, è necessario migliorare la formazione degli operatori sanitari per quanto riguarda la gestione clinica dell’obesità sottolineando l’importanza di un approccio multidisciplinare»[6].

È importante ribadire, in conclusione, che il miglioramento della vita delle persone con obesità passa necessariamente anche attraverso la promozione della cultura della prevenzione, della difesa dei pazienti, del loro supporto, del miglioramento dell’accesso alle cure e della gestione clinica della malattia. Averla dichiarata malattia cronica costituisce senz’altro il primo, imprescindibile, passo per far sì che non sia più una malattia trascurata, come è stato fino a poco fa, e che le venga data la giusta rilevanza affinché si possa diminuire in concreto la portata del fenomeno.

Dr. Alfio Garrotto

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Tue, 23 Jun 2020 08:25:13 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/488/la-camera-approva-all-unanimita-l-obesita-e-malattia-cronica alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Covid-19, nessuna certezza sull’efficacia delle terapie: esperti a confronto https://www.alfiogarrotto.it/post/489/covid-19-nessuna-certezza-sull-efficacia-delle-terapie-esperti-a-confronto

I maggiori esperti italiani si sono riuniti lo scorso 29 aprile in videoconferenza per uno scambio di idee sulla tematica delle terapie adottate finora contro il Covid-19 e per valutare la possibilità di stilare un consensus paper da aggiornare progressivamente. Un obiettivo ambizioso specie in questi mesi in cui ricercatori e medici  si sono spesso fin troppo divisi, attaccandosi gli uni con gli altri. Ecco quindi che diventa fondamentale fare un sunto delle esperienze comuni, di catalogazione dei farmaci utilizzati e della loro efficacia, dei protocolli seguiti, senza dimenticare le sperimentazioni in corso e la validazione dei test in uso. Il webinar, dal titolo “Consensus conference”, è stato organizzato da Officina Motore Sanità[1].  «Oggi contro il COVID-19 – ha detto Francesco Menichetti, Ordinario di Malattie Infettive all' Università di Pisa, Presidente GISA (Gruppo Italiano per la Stewardship Antimicrobica) e Direttore U.O.C. Malattie Infettive, AOUP - Ospedale Cisanello - non esiste una terapia che abbia mostrato sicura efficacia. Il livello di evidenza prodotto dalle numerose pubblicazioni è infatti modesto trattandosi per lo più di esperienze preliminari, raccolte casistiche e studi non controllati. Questo impone che qualunque iniziativa terapeutica si intenda adottare per ogni singolo paziente (es: idrossiclorochina, azitromicina, lopinavir-titonavir, eparina, tocilizumab baricitinib, altri monoclonali, steroidi, plasmaterapia) debba rigorosamente avvenire arruolandoli in studi prospettici, randomizzati e controllati, perché i soli in grado di produrre la necessaria evidenza. Tra la concitata volontà di soccorrere i pazienti COVID-19, specie quelli più gravi ed il rispetto della mission della scienza di produrre evidenze, non deve esistere alcuna antinomia, ma una chiara volontà comune di fare il meglio, abbandonando inutili e sterili protagonismi, e contribuendo agli studi che il CTS dell’AIFA, con l'ausilio del CE dello Spallanzani, hanno validato».

Tra i medici più stimati in Italia e spesso intervistato in tv c'è senz'altro Matteo Bassetti, direttore Unità Operativa Clinica Malattie Infettive dell'Ospedale Policlinico San Martino di Genova. Spesso controcorrente ha avuto il merito di dissociarsi dalla vulgata terroristica che ad un certo punto sembrava aver preso campo. Nel corso del webinar si è soffermato in particolare sull'efficacia dell'idrossiclorichina, conosciuta soprattutto come antimalarico facente parte della famiglia dei farmaci antireumatici e utilizzata anche per trattare l'artrite reumatoide ed il lupus eritematoso sistemico. «Sicuramente ora rispetto alla fase iniziale sul suo utilizzo siamo più scettici, perché i dati non sono entusiasmanti. Sulle ali dell'entusiasmo nato da alcuni studi francesi abbiamo somministrato a tutti questo farmaco però francamente io oggi mi sento più riluttante sull'utilizzo su tutti di questo farmaco, se non all'interno di protocolli clinici ben delineati e/o progetti di ricerca. Ad esempio, stiamo iniziando uno studio per conto dell'OMS e quindi potremo vedere, se ci sarà o meno un beneficio nell’usare questo farmaco. Abbiamo proposto alla Regione Liguria, che ha accettato, un’esenzione per tutti i soggetti affetti da Covid 19 che devono tornare in ospedale. In fase di follow-up questi pazienti dovranno recarsi più volte in ospedale per tutta una serie di accertamenti e noi abbiamo proposto che per 1anno i pazienti liguri non paghino il ticket, anche perché il pacchetto di esami arriverebbe a costare centinaia di euro e sarebbe importante che questa esenzione fosse attuata in tutta Italia».

Molto interessanti sono state anche le testimonianze mediche sull'impatto del Covid-19 per gli ospedali, sulla rivoluzione organizzativa e su tutte quelle procedure di sicurezza che sono state messe in atto. Come ha spiegato Andrea Crisanti, direttore del laboratorio di microbiologia e virologia, presso l'Università Azienda Ospedaliera di Padova. «Con l’imminente arrivo del Covid-19, la prima cosa che abbiamo fatto è stato mettere a punto un test diagnostico con l’azienda e quando ci sono stati i primi casi abbiamo messo subito in sicurezza l’ospedale di Padova, perchè se fosse diventato un focolaio di contagio avremmo messo a rischio tutto il Veneto. La messa in sicurezza dell’ospedale è avvenuta a diversi livelli: personale sanitario, pazienti che arrivavano al pronto soccorso per qualsiasi causa e quelli che arrivavano con una sintomatologia clinica che faceva pensare fossero affetti da Covid-19. Abbiamo fatto il test a tutti i pazienti che sono passati dal pronto soccorso per vedere se fossero anche affetti da Covid-19 perché ci siamo subito resi conto che c’era una percentuale alta di pazienti asintomatici»

Dalla conferenza virtuale di questi e di altri grandi medici è comunque emerso come non esistano certezze sull’efficacia dei trattamenti messi fin qui in atto e che quindi sia necessario un atteggiamento di prudenza nei confronti delle varie scelte terapeutiche. Diventa quindi fondamentale promuovere la partecipazione di studi clinici sulle opzioni terapeutiche giudicate ammissibili dall’AIFA e autorizzate dal Ministero della Salute. Sperimentazione e prudenza devono andare di pari passo, soprattutto a tutela dei pazienti.

Dr. Alfio Garrotto

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Thu, 11 Jun 2020 08:35:45 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/489/covid-19-nessuna-certezza-sull-efficacia-delle-terapie-esperti-a-confronto alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
A Patrizia Mondello il "2020 Conquer Cancer Annual Meeting Merit Award" https://www.alfiogarrotto.it/post/487/a-patrizia-mondello-il-2020-conquer-cancer-annual-meeting-merit-award

Va a Patrizia Mondello il "2020 Conquer Cancer Annual Meeting Merit Award"[1]. Ricercatrice presso l'università di Messina  e Advanced Oncology Fellow presso il Memorial Sloan Kettering Cancer Center (MSKCC) di New York, Mondello ha ottenuto questo prestigioso riconoscimento dopo aver  presentato il risultato delle sue ricerche sul microambiente immunologico all'American Society of Clinical Oncology Annual Meeting (ASCO), congresso mondiale di Oncologia. Il suo studio verte sul linfoma follicolare, tumore spesso che si muove in sordina ma che in alcuni casi può essere molto aggressivo. «La dott.ssa Mondello – spiegano dall'università messinese -  ha scoperto che i linfociti T CD4+ localizzati all’interno dei follicoli linfonodali hanno un importante ruolo prognostico. Tali cellule sono coinvolte nella sorveglianza immunologica contro i tumori e la loro assenza si associa ad un elevato rischio di progressione o recidiva di malattia, e conseguente ridotta sopravvivenza. Con la collaborazione della Mayo Clinic, la Dr.ssa Mondello ha ideato uno modello prognostico chiamato “BioFLIPI” (che integra fattori biologici e clinici) che meglio identifica i pazienti con malattia aggressiva e aiuta pertanto le scelte terapeutiche. Questo modello permette infatti di selezionare i pazienti che richiedono chemoterapia rispetto a quelli che invece possono semplicemente essere osservati. Inoltre, la Dr.ssa Mondello ha studiato l’impatto del profilo genomico tumorale sul microambiente immunologico e ha scoperto che i linfociti T CD4+ e l’espressione genetica tumorale sono fattori prognostici indipendenti nel linfoma follicolare di nuova diagnosi, suggerendo pertanto che entrambi debbano essere considerati per una valutazione prognostica ottimale». Il modello di rischio BioFLIPI, studiato nei trials clinici, potrebbe portare, in caso di validazione, ad una ottimale e ulteriore identificazione delle categorie di rischio dei pazienti con linfoma follicolare con l'indubbio vantaggio di evitare la tossicità della chemioterapia per quei pazienti dove questo tipo di trattamento non risulta necessario. Gli studi di Patrizia Mondello si sono focalizzati sull'analisi della biologia e del targeting molecolari dei linfomi B. Tre i filoni principali della sua ricerca: signaling intracellulare, epigenetica e immuno-oncologia. «La Dr.ssa Mondello – aggiungono dall'Università di Messina -  ha ampiamente investigato la cooperazione oncogenica tra signaling pathways, inclusi MYC, PI3K, BCL2 e NF-kB, e sviluppato nuove strategie terapeutiche per bloccare la proliferazione incontrollata tumorale. I suoi lavori hanno prodotto il razionale preclinico per 4 nuove terapie target per i linfomi diffusi a grandi cellule B. Di queste, fimepinostat, un doppio inibitore di HDAC/PI3K, è stato approvato dall’FDA, mentre gli altri 3 trials clinici sono ongoing all’ MSKCC. La dott.ssa ha, inoltre, studiato estesamente i programmi epigenetici aberranti dei linfomi B e sviluppato terapie mirate di riattivazione genomica. In particolare, ha studiato la caratterizzazione molecolare associata alla mutazione di CREBBP, uno dei geni più frequentemente mutati nei linfomi B, e dimostrato come l’inibizione selettiva di HDAC3 possa riattivare i segnali transcrizionali aberranti, portando alla soppressione della crescita tumorale e riattivazione dell’immunosorveglianza». Ogni anno  il Conquer Cancer[2] destina fondi dedicati per la ricerca medica in questo tipo di aree e gruppi: carcinoma mammario, carcinoma endometriale, carcinoma gastrointestinale, oncologia geriatrica, carcinoma genito-urinario, carcinoma polmonare, osteosarcoma, melanoma,sviluppo precoce di farmaci, biologia del carcinoma della testa e del collo, terapie dello sviluppo,carcinoma polmonare femminile. Cono comunque incoraggiate le presentazioni di abstract relativi anche ad altri tipi di ricerche. Può essere utile a questo punto vedere quali sono le linee guida seguite dall'American Society of Clinical Oncology (ASCO) che continua ad essere all'avanguardia nelle politiche e iniziative che aiuteranno gli oncologi a fornire cure e scelte migliori ai pazienti. Tali iniziative si concentrano sul valore delle cure oncologiche, delle cure palliative, delle problematiche della forza lavoro, delle disparità sanitarie, della prevenzione e della sopravvivenza e della diversità in oncologia. ASCO è impegnata nella promozione della scienza della prevenzione[3] e nell'integrazione di strategie di prevenzione basate sull'evidenza nella pratica oncologica. Gli obiettivi di prevenzione sono quelli di promozione della ricerca clinica, comportamentale e relazionale, nonché l'educazione e la formazione nella prevenzione e nel monitoraggio oncologico. ASCO si impegna anche per quelle persone che ce l'hanno fatta con servizi di sorveglianza a lungo termine, valutazione del rischio e prevenzione.  Centrale anche la funzione informativa ai pazienti sui collegamenti tra tumori e obesità[4], inattività e cattiva alimentazione. Inoltre, la Società fornisce materiali educativi per i pazienti riguardo al ruolo della gestione del peso e dei comportamenti di stile di vita sani.

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Mon, 4 May 2020 09:58:35 +0000 https://www.alfiogarrotto.it/post/487/a-patrizia-mondello-il-2020-conquer-cancer-annual-meeting-merit-award alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)