alfiogarrotto.it Rss https://www.alfiogarrotto.it/ Dr. Alfio Garrotto - Direttore del Reparto di Chirurgia Generale e di Chirurgia Bariatrica dell'Istituto Ortopedico del Mezzogiorno di Italia (IOMI) di Messina it-it Wed, 11 Dec 2019 10:42:30 +0000 Fri, 10 Oct 2014 00:00:00 +0000 http://blogs.law.harvard.edu/tech/rss Vida Feed 2.0 info@alfiogarrotto.it (Dr Alfio Garrotto) info@alfiogarrotto.it (Alfio Garrotto) Archivio https://www.alfiogarrotto.it/vida/foto/sfondo.jpg alfiogarrotto.it Rss https://www.alfiogarrotto.it/ Molecole immuno-oncologiche per combattere i tumori http://www.alfiogarrotto.it/post/476/1/molecole-immuno-oncologiche-per-combattere-i-tumori

Una nuova speranza nella lotta ai tumori arriva dall'esito dell'utilizzo di una combinazione delle molecole immuno-terapiche e rappresenta la nuova era contro il cancro. Il 52% dei pazienti colpiti da melanoma avanzato è vivo a cinque anni di distanza, il 60% dopo 30 mesi dall'insorgenza del carcinoma alle cellule renali e il 40% a due anni di tempo dalla scoperta del cancro al polmone.  Con l’associazione delle due molecole immuno-oncologiche le risposte sembrano essere maggiori e più durature. In particolare la combinazione nivolumab e ipilimumab ha dimostrato un’efficacia rilevante in uno studio di fase 3: aumenta la sopravvivenza globale a lungo termine, le risposte sono maggiori e più durature, con un buon profilo di tollerabilità e soprattutto una buona qualità di vita.

«La scelta di combinare le due molecole immunoterapiche, nivolumab e ipilimumab, si sta rivelando vincente – ha affermato il prof. Paolo Ascierto, Direttore Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto ‘Pascale’ di Napoli, nel corso di un media tutorial svoltosi nella capitale - Ognuna, infatti, sblocca un ‘freno’ della risposta immunitaria: ipilimumab agisce sul recettore CTLA-4 e nivolumab su PD-1. Utilizzandole insieme, possiamo moltiplicare l’azione sul sistema immunitario perché vengono liberati due ‘freni’ contemporaneamente. I risultati degli studi presentati al recente congresso della Società Europea di Oncologia Medica (ESMO) evidenziano quale è la strada da seguire. In particolare ipilimumab, stimolando tra l’altro le cellule T di memoria, contribuisce in maniera evidente ad aumentare il numero di pazienti che sopravvive nel lungo termine. In definitiva, la combinazione nivolumab e ipilimumab è la strategia immuno-oncologica più potente e con effetti duraturi nel tempo»[1]. La combinazione di terapie immuno-oncologiche si sta rivelando vincente anche nel tumore del polmone, uno dei più difficili da trattare. Basta ricordare come nel 2019, in Italia, sono state stimate 42.500 nuove diagnosi[2] (nel mondo sono 1.500.000 nel mondo). La chirurgia prima e  la chemioterapia e radioterapia poi, costituiscono un’arma efficace negli stadi iniziali. Una percentuale tra il  60 ed il 70% delle diagnosi avviene purtroppo però in fase avanzata: in questi casi, oltre alla chemioterapia, oggi vengono praticati trattamenti che permettono di controllare la malattia migliorando la sopravvivenza a lungo termine. In particolare, proprio la combinazione di molecole immuno-oncologiche, in grado di potenziare il sistema immunitario dei pazienti, sta dimostrando rilevanti risultati in pazienti che un tempo potevano contare solo sulla strada della chemioterapia.  Un altro studio, presentato all’ESMO, ha confermato l’efficacia di nivolumab e ipilimumab nei pazienti con metastasi cerebrali, in un sottogruppo a prognosi sfavorevole, in cui la sola monoterapia era apparsa insufficiente: la combinazione ha evidenziato un tasso di risposta obiettiva del 51% rispetto al 20% della monoterapia con nivolumab. Le metastasi cerebrali rappresentano la principale causa di morte delle persone con melanoma avanzato. Sarebbe opportuno che la combinazione venisse rimborsata anche in Italia, come accade in altri Paesi europei. Molto incoraggianti anche i risultati ottenuti nei casi di tumori al rene, uno di quelli in cui radioterapia e chemioterapia si sono dimostrate poco efficaci. «Sono 12.600 i nuovi casi attesi nel 2019 nel nostro Paese – ha ricordato il prof. Sergio Bracarda, Direttore Oncologia Medica dell’Azienda Ospedaliera Santa Maria di Terni -  il 25% dei pazienti è under 50, dieci anni fa questa percentuale non raggiungeva il 10%. L’incremento potrebbe essere dovuto alla diffusione di alcuni fattori di rischio come il fumo, il sovrappeso e l’obesità, a cui è riconducibile un quarto dei casi. Il carcinoma a cellule renali è il tipo di neoplasia a prevalenza più alta e costituisce circa l’80% dei casi totali in cui l’immunooncologia ha rappresentato una svolta nel trattamento dei pazienti colpiti dalla malattia avanzata. E la combinazione di nivolumab e ipilimumab, nello studio CheckMate-214 di fase 3, ha evidenziato in prima linea, nei pazienti a prognosi intermedia o sfavorevole, un netto miglioramento dei benefici clinici rispetto allo standard di cura (sunitinib), con una riduzione del rischio di morte del 34%. La sopravvivenza globale ha raggiunto il 60% a 30 mesi (rispetto al 47% con sunitinib) e la sopravvivenza libera da trattamento, a 18 mesi dalla sospensione, era pari al 19% con la combinazione (4% sunitinib)»[3]. Davvero stupefacenti anche i risultati ottenuti con i tumori ai polmoni. La sopravvivenza globale ottenuta con la duplice terapia immuno-oncologica è praticamente raddoppiata: il 40% dei pazienti è ancora vivo a due anni di distanza dall'insorgenza del tumore rispetto al 23% di sopravvivenza ottenuto con la chemioterapia[4]. Questo approccio sembra offrire dunque risposte significative e durature in termini di sopravvivenza e di qualità di vita.  Il vantaggio fornito dalla somministrazione dei farmaci immuno-oncologici è garantito soprattutto dall'alta tollerabilità rispetto ai trattamenti chemioterapici oltreché dall'efficacia nei confronti della malattia. «Alla luce delle terapie disponibili – ha aggiunto il prof. Cesare Gridelli, Direttore Dipartimento di Onco-Ematologia dell’Azienda Ospedaliera ‘Moscati’ di Avellino - nella maggioranza dei pazienti con malattia avanzata (80%), non trattabili in prima linea con terapie a bersaglio molecolare, attualmente solo il 30% potrebbe essere trattato con terapie chemo-free, mentre la combinazione immunoterapica consentirebbe di estendere il trattamento chemo-free ad una maggiore popolazione di pazienti».

Dr. Alfio Garrotto


[1] https://www.medinews.it/bin/10._cs_media_tutorial_11_ott0.docx

[2] I numeri del cancro in Italia 2019, AIOM – AIRTUM – Fondazione AIOM-PASSI-PASSI d’Argento-SIAPEC-IAP

[3] Tannir NM, Arén Frontera, Hammers HJ, et al. Thirty-month follow-up of the phase III CheckMate 214 trial of first-line nivolumab + ipilimumab (N+I) or sunitinib (S) in patients (pts) with advanced renal cell carcinoma (aRCC). J Clin Oncol. 2019;37 (suppl; abstr 547)

[4]  Abstract LBA7128 ‘Nivolumab (nivo) + low-dose ipilimumab (ipi) vs platinum-doublet chemotherapy (chemo) as first-line (1L) treatment (tx) for advanced non-small cell lung cancer (NSCLC): CheckMate-227 part 1 final analysis’. Annals of Oncology, Volume 30, Supplement 5, October 2019

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Wed, 11 Dec 2019 10:42:30 +0000 http://www.alfiogarrotto.it/post/476/1/molecole-immuno-oncologiche-per-combattere-i-tumori alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Obesità e cancro, un legame sempre più stretto http://www.alfiogarrotto.it/post/475/1/obesita-e-cancro-un-legame-sempre-piu-stretto

Arriva in occasione della giornata mondiale dell'obesità lo studio del Cancer Council of Vittoria secondo il quale gli adulti che aumentano gradualmente di peso hanno un rischio fino al 50% più alto di contrarre un cancro, rispetto a chi ha mantenuto un peso stabile durante l'età adulta. Sono stati seguiti 30.500 adulti anche per periodi molto lunghi fino ai 30 anni, in modo da poter esaminare l'indice di massa corporea durante l'età adulto e l'incidenza di tumori legali all'obesità. Secondo la ricerca chi ha raggiunto in modo graduale la soglia del sovrappeso con il passare dell'età ha un rischio maggiore del 30% di ammalarsi di tredici tipi di cancro. Il rischio sale al 50% per chi diventa obeso. Per essere definiti in sovrappeso l'indice di massa corporea deve superare il limite di 25 mentre di parla di obesità oltre la soglia di 30. I tumori tipici legati all'aumento di peso sono quelli che colpiscono la cistifelia, il fegato, la tiroide, il seno, l'esofago, le ovaie, il pancreas, il cardias gastrico. Altri possibili tumori sono quelli al mieloma multiplo o endometriale. Questo studio ha confermato precedenti evidenza che avevano scovato una correlazione tra cancro ed entità del peso corporeo.   Una delle forme più pericolose di grasso è quello viscerale che si forma attorno agli organi del corpo. E non è solo la perdita di peso che lo può ridurre, ma fondamentale diventa anche l'attività fisica: i ricercatori hanno espresso anche per l'alto impatto delle bevande zuccherate sull'aumento di peso. «Dopo il fumo e l'esposizione al sole, i più importanti fattori di rischio di cancro sono la dieta, l'attività fisica e le dimensioni corporee – ha spiegato Roger Milne[1], direttore di epidemiologia del Cancer Council - questi dati sono un forte richiamo all'importanza di mantenere un peso sano attraverso l'età adulta. Oltre a muoversi di più e a mantenere una dieta sana, incoraggiamo tutti a eliminare le bevande zuccherate. È anche importante conoscere le proprie misure dell'indice di massa corporea e sapere come mantenerlo a un livello stabile».

Anche nel nostro paese i numeri dell'obesità sono particolarmente allarmante. Nei mesi scorsi se ne è parlato diffusamente nel corso del 1° Forum nazionale Obesità di Matera nel corso del quale le società scientifiche dell’Italian Obesity Network hanno lanciato l’appello alla politica e al sistema sanitario nazionale affinché l’obesità venga identificata e trattata come patologia. I tavoli di lavoro del Forum hanno fatto emergere quanto sia necessario rafforzare, il lavoro tra politica e sanità per tutelare il bene comune, migliorare anche dal punto di vista urbanistico la qualità della vita, rendere omogenei e appropriati gli interventi sanitari su tutto il territorio nazionale e abbattere le barriere del pregiudizio sociale e culturale nei confronti delle persone obese. «I numeri dell’obesità nel nostro Paese hanno raggiunto livelli preoccupanti, parliamo di circa 5,4 milioni di italiani adulti obesi e oltre 23 milioni in eccesso di peso – ha dichiarato Giuseppe Fatati, presidente IO-Net[2] - Eppure l’Italia non ha ancora un piano strategico per affrontarla, la maggior parte degli interventi politici adottati fin’ora si sono sempre focalizzati sulla dieta, sull’esercizio e sulla prevenzione. I farmaci anti-obesità non vengono rimborsati dal sistema sanitario nazionale e il ricorso alla chirurgia bariatrica è disponibile per gli adulti con BMI superiore a 40, oppure superiore a 35, ma affetti da una o più patologie legate al sovrappeso, quando gli sforzi precedenti di perdita di peso non sono riusciti. Per affrontare la malattia è necessario investire sulla formazione, sull’ampliamento e sul coordinamento delle organizzazioni sanitarie del Paese affinché vengano offerti ai pazienti cure e trattamenti appropriati e omogenei su tutto il territorio.  Non tutte le strutture sanitarie sono ancora dotate di centri di dietetica. e nutrizione clinica, mentre tra quelle esistenti sono rari i casi di reale interdisciplinarità degli ambiti medici. Solo riconoscendo l’obesità come malattia possiamo rendere omogenea l’assistenza sanitaria e abbattere le barriere dei sensi di colpa, dei pregiudizi socio-culturali che fino ad oggi hanno guardato al problema solo dal punto di vista estetico e non clinico». Nei giorni scorsi la Fondazione ADI, Associazione Italiana di Dietetica e nutrizione clinica e l’Italian Obesity Network, IO-NET hanno sottoscritto alla Camera dei Deputati la “Carta dei diritti e dei doveri della persona con obesità”, insieme ad altri 13 firmatari tra società scientifiche, associazioni di pazienti e cittadini, fondazioni e CSR attive nella lotta all’obesità in Italia: Intergruppo parlamentare “Obesità e Diabete”- ANCI; Amici Obesi; CittadinanzAttiva; CSR Obesità; SIEDP; SIMG; SICOB; SIE; IBDO Foundation; FO.RI.SIE e OPEN Italia; ADI; SIO; IWA. È stato lanciato un vero e proprio appello di sensibilizzazione sul tema. Ecco il testo: «L’obesità è una malattia potenzialmente mortale, riduce l’aspettativa di vita di 10 anni, ha gravi implicazioni cliniche ed economiche, è causa di disagio sociale spesso tra bambini e gli adolescenti e favorisce episodi di bullismo. Eppure, l’Italia e l’Europa, sino ad oggi, hanno guardato altrove! Per questo si richiede un impegno sinergico da parte delle Istituzioni, delle Società Scientifiche, delle Associazioni di Pazienti e dei Media che tuteli la persona con obesità e ne riconosca i diritti di paziente affetto da patologia»[3].

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Tue, 3 Dec 2019 19:25:23 +0000 http://www.alfiogarrotto.it/post/475/1/obesita-e-cancro-un-legame-sempre-piu-stretto alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
67 milioni di diabetici in Europa entro il 2045: le raccomandazioni del Libro Verde dell’Egide http://www.alfiogarrotto.it/post/474/1/67-milioni-di-diabetici-in-europa-entro-il-2045-le-raccomandazioni-del-libro-verde-dell-egide

Entro il 2045 saranno quasi 67 milioni i malati di diabete in Europa. Un numero impressionante emerso a Roma nella conferenza stampa di presentazione del Libro Verde dell'Egide, il gruppo di esperti europei sulla gestione integrata del diabete. Nel 2017 il numero di diabetici in Europa era di 58 milioni: dunque si calcola un aumento nei prossimi 25 anni di ben nove milioni di nuovi pazienti alle prese con questa patologia, con un aumento di 6 miliardi della spesa sanitaria annua. Statistiche che potrebbero anche essere arrotondate per difetto visto che un paziente su due ancora non ha avuto la diagnosi della patologia e solo la metà è considerata sotto controllo. Il Libro Verde si rivolge non solo a medici e diabetici ma anche al mondo della politica per trovare soluzioni che frenino la crescita nella diffusione della malattia. L'Egide chiede un intervento unitario a livello comunitario ed anche un lavoro di rete per coinvolgere i vari operatori sanitari nel percorso di diagnosi e terapia, il paziente e la sua famiglia.

«Il modo migliore per affrontare il diabete, paradigma della malattia cronica, è la gestione integrata – ha spiegato in conferenza stampa Stefano Genovese[1], responsabile dell'Unita' di Diabetologia, Endocrinologia e Malattie Metaboliche del Centro Cardiologico Monzino IRCCS. - Per un problema come questo, in modo molto concreto, è stato necessario mettere insieme diverse realtà dagli ex ministri della Salute ai medici, fino ai pazienti. Ecco perché nasce Egide. Riteniamo come sia importante che l'Europa realizzi una direttiva strategica per tutto il continente. Una gestione integrata è utile per migliorare la qualità di vita dei pazienti e per il risparmio della spesa pubblica. Se l'applicassimo, infatti, avremmo meno ricoveri inappropriati e per complicanze. Grazie a una strategia di squadra, con tutti i soggetti coinvolti, possiamo far diventare il diabete una malattia meno dannosa. In Italia non viene rispettato uno dei principi cardine del Sistema Sanitario Nazionale che è l'equità di accesso alle cure, infatti i farmaci innovativi possono essere prescritti solo dagli specialisti diabetologi, mentre in altri Paesi europei come la Spagna sono a disposizione anche del medico di medicina generale». Sono cinque le raccomandazioni contenute nel libro verde:

  • la promozione dell'interessamento dei pazienti nella gestione della propria salute
  • l'identificazione, la mobilitazione ed il coinvolgimento degli attori principali del cambiamento della gestione integrata
  • lo sviluppo di modelli di finanziamento sui risultati della gestione integrata
  • la creazione di un percorso di gestione del diabete che metta il paziente al centro del processo fin dalla diagnosi
  • il sostegno ad una migliore gestione del diabete attraverso la gestione integrata

 

«È indispensabile affrontare questo problema facendo ricorso a nuovi strumenti di gestione dei pazienti – ha aggiunto Rossana Boldi, vicepresidente della Commissione Affari Sociali della Camera - sfruttando anche le nuove tecnologie, la telemedicina, nuovi approcci alla diagnosi ed alle nuove terapie, con il coinvolgimento del paziente, sempre al centro, e di chi gli sta accanto oltre a quello, non sempre cosi' scontato e organizzato, dei sistemi sanitari»

Il gruppo di Egide ha due copresidenti, John Bowis, ex ministro della Sanità del Regno Unito, ed ex membro del parlamento inglese ed eurodeputato e Mary Harney, ex ministro irlandese della Sanità e vicepremier. Tra gli altri componenti, l'ex ministro basco della Sanità Rafael Bengoa. L'Italia e' rappresentata da Stefano Genovese.

«Il Green paper – ha spiegato Bengoa - dice che dobbiamo muoverci velocemente verso una gestione integrata del diabete. Non possiamo fare assistenza primaria, secondaria e terziaria in un sistema frammentato come quello europeo. La malattia acuta non ha bisogno di assistenza integrata, ma la malattia cronica si».

Tra le malattie croniche il diabete è una di quelle con l'impatto più alto sui sistemi sanitari nazionali, coinvolgendo il 5,3% della popolazione, circa una persona su sei tra gli over 65, con una preoccupante tendenza in aumento. Soprattutto i rappresentanti delle professioni infermieristiche hanno sottolineato l'importanza di una gestione integrata tra i vari professionisti, cercando di mettere al centro il paziente facendolo sentire l'attore principale per leggere il suo tipo di bisogno assistenziale effettivo. Ed anche l'innovazione tecnologica può essere un ottimo aiuto. «L'innovazione digitale può rendere più forte l'integrazione dei percorsi di cura e le relazioni tra i diversi attori - sottolinea Cristina Masella, responsabile scientifico dell'Osservatorio innovazione digitale in sanita' del Politecnico di Milano.- L'Ict è oggi alla base di molti percorsi di cura dei diabetici: sono stati attuati percorsi di telemedicina in Italia e all'estero e sviluppate app a supporto del paziente per la gestione del suo percorso di cura».

Dr. Alfio Garrotto

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Tue, 15 Oct 2019 09:37:51 +0000 http://www.alfiogarrotto.it/post/474/1/67-milioni-di-diabetici-in-europa-entro-il-2045-le-raccomandazioni-del-libro-verde-dell-egide alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Sempre più giovani si ammalano di diabete http://www.alfiogarrotto.it/post/472/1/sempre-piu-giovani-si-ammalano-di-diabete

Il congresso dell'Associazione europea per lo studio del diabete (Easd) è sempre un momento imprescindibile per analizzare e approfondire questa patologia sempre più diffusa, anche tra i giovani purtroppo. Sono in aumento infatti i ragazzi che si ammalano di diabete di tipo 2 ed in questa fascia d'età si presenta anche in forma ancora più aggressiva e con un peggiore profilo metabolico: si verifica infatti una grave resistenza all'insulina, ed un rapido deterioramento della funzionalità delle cellule beta pancreatiche che è da tre a quattro volte più veloce rispetto a quanto osservato nell’adulto. Anche i tassi di fallimento terapeutico sono significativamente più alti nei giovani che negli adulti. Proprio durante il congresso è stato presentato uno studio dell'Università di Melbourne realizzato con un sistema di dati medici elettronici sulle cure primarie in Gran Bretagna. Sono state identificate 370.854 persone con diabete dal gennaio 2000: proprio da inizio secolo la proporzione di giovani con una diagnosi di tipo 2 è nettamente cresciuta. «La proporzione  - ha spiegato il ricercatore Sanjoy Ketan Paul dell'Universita' di Melbourne[1] - e' aumentata dal 2000 al 2017 ed i giovani diabetici hanno un maggiore carico di fattori di rischio cardiovascolari. Inoltre, il diabete 2 nei giovani si presenta con piu' aggressività. Per questo, sono necessarie strategie mirate per questa fascia di popolazione».  L’età media dei soggetti con nuova diagnosi di diabete da inizio secolo è 53 anni ma l’11%  appartiene alla fascia 18-40 anni e il 16% a quella 41-50. La percentuale dei giovani (fascia d’età 18-40) con diabete di tipo 2, nei 17 anni di osservazione dello studio è passata dal 9,5 al 12,5%. In  Gran Bretagna un nuovo caso su otto di diabete di tipo 2 è in una persona tra 18 e 40 anni, contro un nuovo caso su dieci nel 2000. Gli autori dello studio hanno estratto i dati relativi a misure antropometriche, cliniche e di laboratorio e alle comorbilità al momento della diagnosi di diabete di tipo 2. Sono andati poi a valutare nell’arco di un follow-up di sette anni, la comparsa di eventi cardiovascolari (CVD) e di mortalità per tutte le cause. I diabetici di  tipo 2 più giovani presentavano un indice di massa corporea (BMI) significativamente più elevato degli altri (in media 35 Kg/m2) e il 71% di loro era in condizione di obesità, presentando delle glicemie più elevate (l’emoglobina glicata media era dell' 8,6%) e più elevati livelli di LDL (il 71% ≥ 100 mg/dL) rispetto ai diabetici più anziani. Nel gruppo dei giovani inoltre uno su tre è risultato iperteso, il 2% presentava  CVD e il 4% malattia renale cronica. Ben uno su 4 è risultato d aumentato rischio cardiovascolare.

Negli Usa si registra dal 2010 ad oggi un aumento annuale del 2,3%  negli under 30, con l'inquietante previsione di vedere quadruplicati i casi entro il 2050. «Mancano dati italiani ufficiali – afferma il professor Francesco Purrello, presidente della Società Italiana di Diabetologia[2] - ma estrapolando il dato americano al nostro Paese, è possibile stimare che negli ultimi 10 anni la popolazione dei giovani con diabete di tipo 2 (una forma tipica dei loro padri o addirittura dei loro nonni) è raddoppiata, arrivando a interessare circa 150.000 soggetti. I dati scientifici finora prodotti dimostrano che in questa fascia di età il diabete è più aggressivo. L'insorgenza di questa condizione in giovane età si associa inoltre ad un aumentato rischio di complicanze croniche, sia macro che micro-vascolari, legate ad un periodo maggiore di esposizione agli elevati livelli di glicemia».  Obesità, storia familiare e stile di vita sedentario rappresentano le principali cause responsabili dell'insorgere della malattia. L'avvento così precoce del diabete in un ragazzo è accompagnato anche dalla presenza di un fenotipo patologico più aggressivo che si trascina dietro altre complicanze con effetti particolarmente negativi sulla qualità della vita ed effetti sfavorevoli sulle previsioni a lungo termine. Sul diabete giovanile inoltre sono ancora troppo pochi gli studi così come le possibili risposte terapeutiche. Certo, rimane fondamentale il cambiamento radicale dello stile di vita insieme alla somministrazione di metformina. Il problema serio però è che la maggior parte dei giovani colpiti da diabete di tipo 2 vedono la malattia progredire molto velocemente con il rischio di un fallimento della prima terapia con l'approdo dunque all'insulina.  Si tratta di giovani che dunque presenteranno complicanze anche gravi e che potrebbero, nei casi peggiori, portare al rischio di mortalità. Occorre dunque mettere in atto strategie di intervento più efficaci. «Le soluzioni che in genere si immaginano per il diabete di tipo 2 adulto, come per esempio la chirurgia bariatrica, non sono evidentemente proponibili per un ventenne – ha spiegato Agostino Consoli, professore di Endocrinologia all'Università degli Studi “Gabriele D'Annunzio” di Chieti e presidente eletto della società scientifica[3] - Questa popolazione rappresenta invece il target ideale delle nuove classi di farmaci, come gli inibitori del SGLT2 e gli analoghi del GLP-1, che oltre ad agire sulla glicemia promuovono anche un importante calo di peso. Si tratta di molecole che hanno già dimostrato un alto profilo di sicurezza nei pazienti più fragili come sono gli anziani, il che potrebbe rappresentare un buon viatico anche per l'uso tra i più giovani, visto che non sembrano alterare lo sviluppo muscolare od osseo dei ragazzi. E tuttavia, il fenomeno del diabete 2 a comparsa anticipata è relativamente recente, e questa fascia d'età risulta ancora poco esplorata, così che gli studi clinici sono ancora troppo pochi. Ma il problema non va trascurato: si tratta di pazienti giovani, destinati a diventare pazienti anziani».

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Thu, 10 Oct 2019 08:54:35 +0000 http://www.alfiogarrotto.it/post/472/1/sempre-piu-giovani-si-ammalano-di-diabete alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Un prelievo di sangue per prevenire i tumori http://www.alfiogarrotto.it/post/473/1/un-prelievo-di-sangue-per-prevenire-i-tumori

Potrebbe bastare un normale esame del sangue per scovare i primi segni della possibile insorgenza di un tumore, prima ancora che possa manifestarsi in tutta la sua gravità. Questo risultato sembra possibile grazie a Helixafe, un test genetico ideato in Italia, come pubblicato nello studio apparso su Cell Death & Disease[1] da un gruppo internazionale di esperti coordinato dai ricercatori di Bioscience Genomics. Protagonista di questa importante ricerca è stato un gruppo di ricercatori e clinici dell’Ospedale Universitario di Basilea (Svizzera), Roma Tor Vergata e Trieste, degli ospedali di Cremona e del Memorial Sloan Kettering Cancer Centre di New York (Stati Uniti), insieme al gruppo di ricerca di Bioscience Genomics. Lo studio si basa su un algoritmo brevettato proprio da Bioscience in grado, con il sequenziamento del Dna, di individuare quelle alterazioni che precedono lo sviluppo di un tumore in persone ancora sane e che non riscontrano alcun sintomo. Sono stati analizzati per un periodo variabile da uno a dieci anni, campioni di sangue raccolti in 114 individui sani. «Si tratta – ha detto  il professor Giuseppe Novelli[2], Rettore dell’Università “Tor Vergata” e responsabile dello studio -  di un primo importante passo nella strada verso una rapida applicazione clinica della genomica in oncologia. Ora sappiamo di avere a disposizione una solida tecnologia che permetterà il passaggio dal laboratorio alla pratica. Oltre a effettuare studi di questo tipo è essenziale anche assicurarsi che l’attuale e le nuove generazioni di medici abbiano a disposizione tutti gli strumenti necessari per comprendere l’immenso potenziale della genomica in ambito medico. Mentre progrediamo con nuovi studi, dobbiamo anche aumentare la loro consapevolezza». Helixafe si basa sull’analisi dei frammenti di DNA in circolo nel sangue, il cosiddetto DNA libero circolante.  La ricerca evidenzia come possano essere davvero alte le nuove potenzialità della genomica applicata all’oncologia.  Con nuovi investimenti si potrà espandere nel mondo questo approccio innovativo che possa permettere alle persone di intraprendere l'opportuna strada di prevenzione, nel caso il test individui segnali di possibile sviluppo di un tumore dal momento che gli attuali approcci diagnostici, infatti, consentono di individuare la malattia solo quando si è già sviluppata ed abbia una dimensione tangibile. Al contrario, l’approccio proposto da Bioscience Genomics permette invece di studiare la cosiddetta fase prodromica del tumore, cioè la fase totalmente asintomatica in cui il tumore non è ancora presente ma alcune cellule nell’organismo hanno iniziato ad accumulare alterazioni genomiche, manifestando un fenomeno associato allo sviluppo del cancro: l’instabilità genomica. Sono tanti, oramai, i farmaci ed i prodotti biologici che hanno un’efficacia chemio-preventiva e che quindi possono essere impiegati per soggetti ad alto rischio di tumore, condizione in cui può trovarsi chi ha evidenziato la fase prodromica del cancro. «Siamo entusiasti che il lavoro di validazione sia stato pubblicato su una rivista così importante – ha affermato Giuseppe Mucci, CEO di Bioscience Institute - a breve assoceremo a HELIXAFE, che monitora l’instabilità genetica, anche la valutazione dell’infiammazione cronica e dell’equilibrio batterico intestinale che sinergicamente contribuiscono allo sviluppo del tumore. Il nostro concetto di medicina si basa sull’analizzare, monitorare e combattere le condizioni fisiopatologiche che promuovono le malattie per migliorare la qualità della vita e ridurre l’impatto delle cure nelle persone che si ammalano».

I ricercatori hanno confermato la validità del test con il confronto dei risultati dell’analisi di Bioscience Genomics, ottenuti dai campioni di sangue dei pazienti oncologici, con quelli dell’analisi dei tessuti ottenuta dalle biopsie di tumore degli stessi pazienti. Infine, la presenza e lo sviluppo delle alterazioni genetiche sono state valutate in parallelo al monitoraggio dello stato di salute per un periodo variabile tra 1 e 10 anni. In questo modo è stato possibile confrontare i risultati della biopsia liquida in individui che non hanno sviluppato alcun tumore, in individui che hanno sviluppato un tumore benigno e in individui che hanno sviluppato un tumore maligno.

Bioscience Genomics è così riuscita a realizzare un metodo rapido ed affidabile che passa attraverso un semplice prelievo di sangue in grado di far emergere le potenziali alterazioni genomiche in individui sani e asintomatici che non abbiano ancora sviluppato un tumore, con un limite di rilevazione della frequenza di varianti alleliche pari a solo lo 0,08%. Questi incoraggianti risultati potranno però essere confermati solo attraverso futuri studi prospettici di più grandi dimensioni in grado di validare l’utilità clinica di questo tipo di  approccio. «Siamo pronti a investire ancora di più nel campo della genomica e della medicina di precisione – ha aggiunto Mucci - ma allo stesso tempo vogliamo assicurarci che i medici siano pronti a recepire il nostro approccio altamente tecnologico. Per questo la formazione è essenziale. Prossimamente organizzeremo corsi di educazione continua in medicina (ECM) focalizzati sui test molecolari, sulla caratterizzazione genomica e sulla medicina di precisione. Sarebbe questo un obiettivo da condividere con le aziende farmaceutiche che tanto stanno investendo nello sviluppo di farmaci personalizzati e che per essere utilizzati hanno bisogno di un approccio biomolecolare come il nostro e quindi sono aperto a ogni collaborazione con il settore pharma per iniziative di educazione condivise».

Dr. Alfio Garrotto

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Tue, 8 Oct 2019 09:46:41 +0000 http://www.alfiogarrotto.it/post/473/1/un-prelievo-di-sangue-per-prevenire-i-tumori alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Nuova speranze per la cura del tumore al pancreas http://www.alfiogarrotto.it/post/471/1/nuova-speranze-per-la-cura-del-tumore-al-pancreas

C'è una nuova terapia che in modo mirato potrebbe in futuro curare alcuni tipi di tumori al pancreas. La speranza arriva da uno studio dell'Istituto Nazionale Tumori Regina Elena pubblicato sulla rivista Cancer Research[1]. La ricerca è riuscita ad identificare  a livello preclinico, una nuova terapia specifica per un sottogruppo di pazienti affetti da tumore del pancreas con marcata dipendenza dall'oncogene K-Ras. Lo studio è stato coordinato dal gruppo guidato da Luca Cardone, team leader dell'Unità di Immunologia e immunoterapia. Vediamo di comprendere meglio di cosa si tratta. La ricerca ha messo in luce come la decitabina, farmaco già in uso clinico per altre neoplasie, abbia una potente azione antitumorale mirata per tumori del pancreas con specifiche caratteristiche. I pazienti selezionati con screening molecolare ne potrebbero beneficiare grazie a un approccio di riposizionamento di farmaci.. Secondo la statistica, una percentuale compresa fra il 30% e il 50% dei casi di tumore al pancreas mostra una dipendenza molecolare da K-Ras in grado di rispondere potenzialmente alla decitabina. I pazienti selezionati con screening molecolare ne potrebbero beneficiare grazie ad un approccio di “riposizionamento” di farmaci, cioè nuove indicazioni terapeutiche per farmaci conosciuti, altrimenti detto “drug repurposing”.[2]

«Il nostro studio – spiega Luca Cardone, ricercatore IRE e autore della pubblicazione ha permesso di identificare e validare, a livello preclinico, una nuova terapia mirata per un sottogruppo di pazienti con tumore del pancreas  dipendente dall’oncogene K-Ras. Circa il 95% dei tumori pancreatici sono mutati geneticamente per il gene K-Ras ma è possibile distinguere due sottogruppi di pazienti, quelli che hanno una reale dipendenza molecolare da K-Ras  e quelli che pur avendo la mutazione genica, non ne sono più dipendenti.  Tale dipendenza si può misurare grazie a dei marcatori molecolari basati sull’espressione di centinaia di geni che abbiamo usato per interrogare, mediante algoritmi computazionali, banche dati relative agli effetti molecolari di farmaci già in uso clinico. Tale approccio ha consentito di identificare il farmaco decitabina, utilizzato per il trattamento di altre neoplasie, come un potenziale inibitore di questa caratteristica dipendenza molecolare e, quindi, delle funzioni dell’oncogene K-Ras»

Attraverso un approccio multidisciplinare, hanno fatto presente i ricercatori,  con l’utilizzo di modelli sperimentali e calcoli biocomputazionali, si dimostra come i tumori pancreatici con alta dipendenza molecolare per K-Ras abbiano un’alta sensibilità al trattamento con la decitabina, mentre i tumori indipendenti da K-ras siano quasi cento volte meno sensibili o completamente resistenti. Il farmaco si è dimostrato anche capace di arrestare la progressione metastatica della malattia in modelli sperimentali di tumori pancreatici K-RAS dipendenti. Infine hanno anche compreso il meccanismo molecolare alla base della vulnerabilità selettiva dei tumori con tale dipendenza.

 La ricerca è stata condotta in collaborazione con l'Anderson Cancer Center dell'Università del Texas, l'Istituto Telethon di genetica e Medician (Tigem) di Napoli e l'Università di Chieti.

Dr. Alfio Garrotto

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Wed, 25 Sep 2019 10:13:37 +0000 http://www.alfiogarrotto.it/post/471/1/nuova-speranze-per-la-cura-del-tumore-al-pancreas alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Malattia sconosciuta curata grazie ad una laureanda italiana: la bella storia di Marta Busso http://www.alfiogarrotto.it/post/470/1/malattia-sconosciuta-curata-grazie-ad-una-laureanda-italiana-la-bella-storia-di-marta-busso

Fino al suo arrivo in Italia sembrava un caso impossibile da curare. Poi un'infermiera di 22 anni originaria di Las Vegas, ha trovato in modo insperato le risposte che cercava al Regina Margherita di Torino, grazie a Marta Busso, una giovane laureanda.

La ragazza americana ha una malattia unica e mai diagnosticata: nonostante la processioni di esami e ricoveri in vari ospedali americani, nessun medico era riuscito a fare la giusta diagnosi. Una malattia contraddistinta da continue e inspiegabili crisi muscolari. Si tratta di una rarissima condizione genetica che determina un difetto della ossidazione degli acidi grassi nei muscoli. Ora la sua storia a lieto fine è stata raccontata nella prima puntata di Diagnosis, una nuova serie televisiva americana lanciata su Netflix, con il trailer anticipato dal New York Times. Si tratta di una serie che vuole mettere in luce i misteri della medicina. Qui però non si tratta di finzione. Il caso di Angel andava avanti da ben nove anni con questa serie di crisi muscolari apparentemente senza un perché. Il problema, piuttosto invalidante, si presentava ogni 4-6 mesi con gravi difficoltà di deambulazione, profonda astenia ed elevate concentrazioni ematiche di creatina-chinasi, una proteina che può portare ad una insufficienza renale acuta. Sintomi che nel loro complesso potevano mettere seriamente in pericolo la vita della ragazza. Determinante l'incontro con Marta Busso che stava terminando la sua tesi con Marco Spada, direttore di pediatria e del centro regionale per le malattie metaboliche ereditarie presso il Regina Margherita di Torino. Marta ha inviato al New York Times la sua ipotesi di diagnosi che non è passata inosservata all'interno della Scuola di Medicina della Yale University. Così Angel è stata ricoverata a Torino per iniziare le cure. «Un anno fa Angel giunge all'ospedale Regina Margherita – spiegano dall'ospedale[1] - in questa occasione il dottor Spada ed il suo collaboratore dottor Francesco Porta mettono in atto una specifica strategia diagnostica di tipo biochimico – genetico, che permette di individuare subito la causa della severa malattia muscolare della giovane infermiera americana. Si tratta di una rarissima condizione genetica (difetto di carnitina-palitoil tranferasi di tipo II, ovvero difetto di CPT2) che determina un difetto della ossidazione degli acidi grassi nel tessuto muscolare, causando problemi ai muscoli, al cuore e spesso al fegato. I pazienti affetti da questo disturbo congenito non riescono ad utilizzare gli acidi grassi come fonte energetica primaria per la funzione muscolare ed in situazioni di stress, infezioni e digiuno prolungato vanno incontro ad una disfunzione muscolare generalizzata molto severa ed a una disfunzione multi-organo che può essere fatale. Grazie a questa diagnosi la paziente ha potuto giovarsi fin da subito di una corretta terapia dietetica e farmacologica, che ha permesso di annullare o comunque di ridurre drasticamente in frequenza e gravità gli episodi di sofferenza muscolare. Questo ha cambiato la qualità di vita della giovane Angel e soprattutto ha inciso profondamente sulla prognosi globale. La troupe cinematografica di Netflix,  ha documentato tutte le fasi del processo diagnostico».

Particolarmente felice la grande protagonista di questa storia, Marta Busso, davvero soddisfatta per aver aiutato un'altra ragazza di qualche anno più giovane. 26 anni, originaria di Cuneo, si è laureata in medicina con 110 e lode. Attualmente sta proseguendo la specializzazione in pediatria a Friburgo.  «Mi pareva impossibile che negli Stati Uniti non fossero ancora riusciti a trovare una diagnosi – ha spiegato in una intervista al quotidiano “La Stampa”[2]Angel, grazie ad una raccolta fondi lanciata da una sua amica tramite una pagina Facebook, aveva raccolto circa 10 mila dollari ed era andata da un luminare di un’università californiana per capirne di più ma gli esami non avevano portato ad alcun risultato. Ho mandato la mia proposta pensando che la cosa finisse lì. «Una settimana dopo ho ricevuto una mail dal produttore di Netflix: volevano approfondire la mia idea e venire a Torino con Angel. Avevamo proposto loro di mandarci dei campione di sangue sui quali fare le analisi, ma avevano necessità di filmare tutto il processo. Si sono trattenuti una settimana.  I primi esami diagnostici sui metaboliti nel sangue erano risultati negativi, poi l’esame genetico ha rivelato una mutazione del dna della ragazza. Con Angel mi sento ancora oggi, di questa storia mi è rimasto soprattutto l’aspetto umano, oltre che professionale. Ho capito quante limitazioni doveva affrontare Angel rispetto a me. È stato bello poterla aiutare. Fortunatamente sta bene: ha ripreso a camminare, è tornata ad una vita normale, ha ripreso a fare yoga». In un'altra intervista a Cuneo24[3] è entrata ancora maggiormente nel dettaglio. Parole che fanno davvero essere ottimisti sul futuro della medicina se i medici di domani sono dotati di questa umanità, competenza e fiuto: «Sono una persona con i piedi per terra quindi continuerò la mia specializzazione in pediatria e far ricerche nel campo delle malattie metaboliche. Sono rimasta in contatto anche con il centro del Regina Margherita. Ho inviato la diagnosi quasi per scherzo di lì poi la produzione ci ha contattati per sapere se era possibile venire a Torino per gli accertamenti diagnostici. Spero che queste cose possano smuovere poteri più forti, che si cominci a investire su giovani, ricerca, sanità che sono aree molto carenti in Italia, non permettono a noi giovani di portar avanti le nostre passioni come vorremmo».

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Mon, 16 Sep 2019 19:11:37 +0000 http://www.alfiogarrotto.it/post/470/1/malattia-sconosciuta-curata-grazie-ad-una-laureanda-italiana-la-bella-storia-di-marta-busso alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Tumore al pancreas, 15enne americano scopre un metodo per la diagnosi precoce http://www.alfiogarrotto.it/post/469/1/tumore-al-pancreas-15enne-americano-scopre-un-metodo-per-la-diagnosi-precoce

Arriva da un 15enne americano una scoperta che potrebbe rivoluzionare la diagnosi precoce del tumore al pancreas. Il giovane ha infatti inventato un test in grado di rilevare la malattia con grande anticipo. La scoperta sarebbe importantissima se consideriamo che solo in Italia si registrano quasi 14000 nuovi casi ogni anno, nell'età compresa tra i 50 e gli 80 anni. La scoperta arriva da Jack Andraka, un promettente studente americano di Crownsville (Maryland)[1].

Tramite il suo test, nella fase sperimentale di laboratorio, è emerso un incredibile tasso di accuratezza che rasenta il 100%. A far scattare la molla motivazione a Jack è stato il dolore per la morte prematura di un amico. A quel punto si è reso conto che i metodi di diagnosi della malattia oltre ad essere piuttosto antiquati sono anche molto costosi. Il giovane si è messo quindi in moto isolando inizialmente una molecola come biomarcatore del tumore: di solito tale molecola compare agli inizi della malattia. Poi in un secondo momento ha individuato anticorpi sensibili a quella proteina, legandoli con una rete di nanotubi. «Così dopo aver trovato una valida proteina da individuare, ho spostato la mia attenzione sulla rilevazione di tale proteina, e quindi del cancro al pancreas. Ora, la mia illuminazione è arrivata in un luogo davvero insolito probabilmente il luogo più improbabile per l'innovazione: la mia classe di biologia alle superiori, che soffoca l'innovazione.  Avevo letto in un articolo di cose chiamate nanotubi di carbonio, che non sono altro che lunghi sottilissimi tubicini di carbonio dello spessore di un atomo pari a un cinquantesimo del diametro di un capello. E nonostante le minuscole dimensioni, hanno della proprietà incredibili. Sono delle specie di supereroi della scienza dei materiali. E mentre stavo leggendo questo articolo di nascosto sotto il mio banco durante l'ora di biologia, in teoria avrei dovuto prestare attenzione a questo altro tipo di molecole interessanti chiamate anticorpi. E sono davvero interessanti perché reagiscono solamente a una specifica proteina, ma non sono così interessanti come in nanotubi in carbonio. Allora, mentre ero in classe, mi venne in mente questo: avrei potuto combinare ciò di cui stavo leggendo, i nanotubi in carbonio, con quello a cui avrei dovuto prestare attenzione, ovvero gli anticorpi. Essenzialmente, potevo intrecciare un po' di questi anticorpi in un reticolo di nanotubi di carbonio così da avere una rete che reagisce solo a una proteina, e inoltre, considerate le proprietà dei nanotubi, avrebbe cambiato le sue proprietà elettriche basate sul quantitativo di proteina presente»[2]

Non potendo più proseguire da solo Andraka aveva a questo punto bisogno di un laboratorio idoneo dove sperimentare la ricerca. Per ottenerlo ha inviato la sua tesi a 200 ricercatori fino a quando non ha trovato la collaborazione del direttore di un laboratorio della John Hopkins School of Medicine. Non senza ostacoli e le feroci critiche di altri ricercatori, il ragazzo è riuscito a mettere a punto un piccolissimo dispositivo, una sonda con una minuscola asta di livello con carta da filtro che, se utilizzata con uno strumento in grado di misurare la resistenza elettrica, è in grado di rilevare precocemente il tumore. «Una delle parti migliori del sensore, è che ha un'accuratezza pressoché pari al 100% e può diagnosticare il cancro nei primissimi stadi quando si ha quasi il 100% di probabilità di sopravvivenza. E così, nei prossimi due o cinque anni questo sensore potrebbe potenzialmente portare le percentuali di sopravvivenza al cancro pancreatico da appena il 5,5 per cento a quasi il 100%, e così anche per il cancro alle ovaie o ai polmoni. Ma non si fermerà qui. Cambiando questo anticorpo, si può verificare una proteina diversa, ovvero una malattia diversa, in teoria qualsiasi malattia nel mondo intero. Significa poter diagnosticare dalle malattie cardiache alla malaria, dall'HIV, all'AIDS, così come qualsiasi tipo di cancro - qualsiasi cosa».

Si tratterebbe, come dicevamo, di una grande scoperta perché solitamente la malattia che colpisce il pancreas insorge in modo sordo senza farsi accorgere e poi esplode quando ormai la neoplasia è troppo estesa con sintomi a quel punto non ignorabili: perdita di peso e di appetito, dolore sordo alla schiena od alla parte superiore dell'addome, l'ittero, estrema debolezza, vomito frequente, nausea. «Forse un giorno potremo avere tutti quello zio extra, quella mamma, quel fratello, sorella, potremo tutti avere quel membro della famiglia in più da amare, e i nostri cuori si saranno liberati del peso di quella malattia che viene dal cancro al pancreas, alle ovaie o ai polmoni, e potenzialmente da qualsiasi malattia, perché grazie a internet tutto è possibile. Le teorie possono essere condivise, e non è necessario essere dei professori con lauree multiple per far sì che le vostre idee abbiano un valore. È uno spazio neutrale, dove l'aspetto che avete, l'età o il sesso non hanno importanza. Sono le vostre idee che contano. Per quanto mi riguarda, sta tutto nell'utilizzare Internet in un modo completamente nuovo e realizzare che offre molto di più che non pubblicare qualche sciocca immagine di noi stessi online. Potreste cambiare il mondo». 

Il tumore al pancreas si manifesta quando alcune cellule, specie quelle di tipo duttile, iniziano a moltiplicarsi in modo quasi impazzito e senza controllo. Tra le cause spesso si annovera il fumo (aumento di tre volte della possibilità di ammalarsi), il diabete di tipo 2, alcune rare malattie genetiche come la  sindrome di von Hippel-Lindau. Altre cause secondarie che non possono essere escluse sono gli eccessi di alcol e caffeina, l'esposizione a solventi industriali o agricoli legati al petrolio, l'obesità.

Dr. Alfio Garrotto

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Mon, 9 Sep 2019 18:50:38 +0000 http://www.alfiogarrotto.it/post/469/1/tumore-al-pancreas-15enne-americano-scopre-un-metodo-per-la-diagnosi-precoce alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Diabete e malattie cardio-metaboliche, arriva in aiuto un batterio intestinale http://www.alfiogarrotto.it/post/468/1/diabete-e-malattie-cardio-metaboliche-arriva-in-aiuto-un-batterio-intestinale

Arrivano da una interessante ricerca belga buone notizie per la gestione del diabete e delle altre patologie cardio-metaboliche. Le speranze arrivano da “Akkermansia muciniphila”, un tipo di batterio intestinale la cui efficacia è stata testata su individui obesi e con un diabete non curato in modo ottimale.

La ricerca è stata realizzata dal team di Patrice Cani dell'Università Cattolica di Lovanio, pubblicato sulla rivista Nature Medicine[1]. La terapia basata su questo specifico batterio intestinale potrebbe dunque funzionare su pazienti non solo diabetici ma anche in sovrappeso, con il fegato grasso o con il colesterolo alto, riducendo dunque anche i rischi cardiovascolari. L'ottimismo sull'efficacia di questa ricerca arriva da precedenti risultati sperimentali ottenuti trattando con questo batterio animali in sovrappeso, riscontrando non solo il loro dimagrimento ma anche un sostanziale miglioramento del quadro carciometabolico, l'aumento della sensibilità insulinica con conseguente riduzione dell'insulino-resistenza (ossia la mancata e adeguata risposta dell'organismo all'ormone regolatore dello zucchero, soprattutto nei casi di diabete di dipo 2), la riduzione del colesterolo nel sangue. «Dato che la somministrazione di A. muciniphila non è mai stata studiata nell’uomo – hanno scritto gli autori della ricerca -  abbiamo condotto uno studio pilota randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo in volontari sovrappeso ed obesi insulino-resistenti»[2]

Partendo dunque da questa buona prospettiva, i ricercatori hanno individuato 21 soggetti con problemi di obesità e diabete iniziando in alcuni di loro la somministrazione per tre mesi di dosi di Akkermansia muciniphila pastorizzato o vivo, mentre gli altri sono trattati con un placebo. Il batterio funziona solo se assunto in forma pastorizzata: infatti nei pazienti a cui era stato somministrato è emersa in modo marcato l'efficacia nella riduzione dell'insulino-resistenza, l'aumento della stessa sensibilità all'insulina e una lieve perdita di peso, circa 2,27 kg in soli tre mesi.   «Si tratta di uno studio molto interessante - commenta Francesco Purrello, presidente della Societa' Italiana di Diabetologia e ordinario all'Universita' di Catania - che ha una potenziale ricaduta clinica di enorme importanza. Sarebbe possibile per esempio con questa metodica cercare di arginare il rischio di soggetti obesi ed insulino-resistenti di progredire verso il diabete vero e proprio. Questi soggetti, definiti con pre-diabete, solo in Italia si stima che siano piu' di un milione. È noto da tempo  che la flora batterica intestinale ha una grande importanza nel regolare il metabolismo di zuccheri e grassi. In particolare, il batterio utilizzato in questo studio pilota aveva dimostrato di ridurre in modelli animali la leptina (ormone che regola l'appetito) ed altre proteine coinvolte nel metabolismo di grassi e zuccheri e nei processi infiammatori. Adesso queste evidenze sono state ottenute sull'uomo. Un passo avanti significativo, pubblicato su una rivista di grande prestigio scientifico".». Ovviamente questi primi risultati andranno confermati in ulteriore ricerche in cui saranno coinvolti un numero maggiore di pazienti per verificare gli effetti benefici anche a lungo termine, quindi oltre i tre mesi di terapia.

L'Akkermansia muciniphila,  è uno dei tanti cosiddetti probiotici, identificato e isolato per la prima volta addirittura nel 2004. Solo nel 2007 però i ricercatori hanno scoperto che il batterio rappresentava una delle specie prevalenti del nostro intestino e che la sua gran quantità poteva essere correlata ad una condizione di benessere generalizzato, paragonabile ad una dieta con poche calorie, andando ad incidere in modo positivo sui fattori di rischio cardio-metabolico. «La conclusione importante è che questo tipo di integratore è sicuro e affidabile -  ha commentato Ken Cadwell della NYU Langone Health di New York City e non coinvolto personalmente nello studio - mostra anche che vale la pena fare uno studio più ampio e più lungo, e sono curioso di vedere quali saranno gli esiti. A differenza dei batteri vivi, quelli pastorizzati in realtà non colonizzano l'intestino, infatti i ricercatori non hanno riscontrato alcun cambiamento nella composizione complessiva del microbioma dei volontari. Il potenziale vantaggio potrebbe essere che si può sospendere il trattamento se sembra non dare benefici, senza rischiare conseguenze impreviste dovute all’alterazione del microbioma».[3]

Giova ricordare come l’insulino-resistenza si manifesti quando le cellule non riescono più a rispondere  bene all’insulina. A quel punto il pancreas è costretto a produrre una maggiore quantità proprio di insulina per compensare la resistenza: è questo che può causare forme primordiali di diabete o comunque livelli di zucchero nel sangue più alti del normale. Non a caso le persone obese tendono ad avere livelli più bassi di Akkermansia muciniphila nel loro intestino e come confermato da uno studio del 2016, le diete per migliorare la resistenza all’insulina hanno maggiori effetti nelle persone che hanno più batteri. In una ricerca del 2007, il gruppo di ricerca di Patrice Cani aveva ipotizzato che la pastorizzazione potesse offrire al corpo un più facile accesso alle parti benefiche dei batteri, come le proteine ​​nella membrana del corpo, o potrebbe impedire alle cellule viventi di produrre sostanze che limitano i loro benefici per la salute. «Sebbene i batteri siano morti – aveva commentato Cani - la loro attività è molto forte. Questo può anche aumentare il profilo di sicurezza per gli approcci futuri»[4].

Serviranno probabilmente altri due anni prima che questi “batteri morti” siano disponibili per i pazienti. Non prima che questa sperimentazione clinica venga allargata e applicata per un periodo più vasto.

Dr. Alfio Garrotto

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Wed, 4 Sep 2019 19:16:53 +0000 http://www.alfiogarrotto.it/post/468/1/diabete-e-malattie-cardio-metaboliche-arriva-in-aiuto-un-batterio-intestinale alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Cisti pancreatiche, l’Intelligenza Artificiale per evitare interventi inutili http://www.alfiogarrotto.it/post/467/1/cisti-pancreatiche-l-intelligenza-artificiale-per-evitare-interventi-inutili

L'intelligenza artificiale non avrà solo applicazioni di svago ma potrebbe far fare alla medicina numerosi passi in avanti. Anche nella prevenzione e nella diagnosi di alcuni tumori, come quello al pancreas.

Sembra incoraggiante, a questo proposito, lo studio internazionale coordinato dai ricercatori del Johns Hopkins Kimmel Cancer Center, con un fondamentale contributo italiano del Centro di Ricerca ARC-Net dell'Università di Verona, dell'IRCCS San Raffaele di Milano, dell'Ospedale Sacro Cuore-Don Calabria e del Negrar. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Science Translational Medicine e la sua validità è stata verificata su 862 cisti pancreatiche rimosse in altrettanti pazienti. Lo studio si chiama CompCyst (comprehensive cyst analysis) ed è basato proprio sull'applicazione dell'intelligenza artificiale alla prevenzione di alcuni tipi di tumori al pancreas. Questo tipo di test sarebbe in grado di distinguere tra cisti benigne e maligne nel pancreas, evitando possibili ed inutili interventi di rimozione. Il campo di applicazione sarebbe piuttosto ampio visto che le cisti pancreatiche sono molto comuni e tendono a presentarsi con una certa frequenza: circa l'8% dei 70enni ne presenta infatti una. Ciò significa che ogni anno negli Stati Uniti vengono diagnosticate circa 800.000 casi di cisti pancreatica. Solo una piccola parte di esse però progredisce verso il cancro. Raramente però evolvono verso un vero e proprio tumore.

«Pensiamo che CompCyst abbia la capacità di ridurre sostanzialmente gli interventi chirurgici non necessari per le cisti pancreatiche – ha spiegato Bert Vogelstein[1], professore di oncologia a Clayton, condirettore del Ludwig Center presso il Johns Hopkins Kimmel Cancer Center e ricercatore dell'Howard Hughes Medical Institute - Nei prossimi cinque anni, speriamo di utilizzare CompCyst in molti più pazienti con cisti, in modo da determinare quando è necessario un intervento chirurgico e quando non lo è».

Allo stato dell'arte è la diagnosi per immagini a far comprendere la natura benigna o maligna di un tumore, come ad esempio la tomografia.  Il limite odierno però è l'attendibilità del risultato finale: se il responso non è certo si tende per precauzione ad effettuale lo stesso la rimozione chirurgica anche se magari non ce ne sarebbe bisogno. CompCyst sembra invece essere piuttosto affidabile dopo essere testato su 862 cisti pancreatiche rimosse chirurgicamente e analizzate poi attraverso la biopsia. Il modello basato sull'intelligenza artificiale è stato infatti in grado di riconoscere le cisti benigne che invece non dovevano essere asportate. «L'intelligenza artificiale – ha spiegato in un'intervista all'ANSA Aldo Scarpa, direttore del Centro di ricerca ARC-Net dell'Università di Verona[2] - analizza le alterazioni molecolari e genetiche del tessuto o del fluido della cisti, unitamente alle informazioni cliniche ecografiche, radiologiche e anatomopatologiche che individuano una serie di parametri indicativi della natura della cisti stessa; ed è unicamente sulla base di tutti questi parametri che può stilare una indicazione diagnostica e, se necessario, terapeutica. Ma è ancora tutto in divenire, siamo all'inizio di questa era, anche se ci aspettiamo che l'intelligenza artificiale ci aiuterà moltissimo nel prossimo futuro nel decidere come comportarci con i pazienti».

Nel campione esaminato CompCyst avrebbe potuto evitare una percentuale altissima di interventi di rimozioni di cisti in realtà ingiustificati: dal 60% al 74% dei casi. L'utilizzo del test avrebbe evitato l'intervento chirurgico per oltre la metà dei pazienti sottoposti a rimozione di cisti, ritenuto in seguito non necessario perché le cisti non avrebbero causato il cancro.

«I test clinici e di imaging attualmente disponibili spesso non riescono a distinguere le cisti precancerose dalle cisti che hanno poco o nessun potenziale di diventare cancerogene, il che rende difficile determinare quali pazienti non richiederanno un follow-up, quali pazienti ne avranno invece bisogno a lungo termine e quali invece dovranno essere sottoposti all'asportazione chirurgica – ha detto Christopher Wolfgang[3], uno degli autori dello studio nonché docente di chirurgia, direttore di oncologia chirurgica presso il Johns Hopkins Kimmel Cancer Center e condirettore del Johns Hopkins Precision Medicine - di conseguenza, oggi tutte le persone a cui è stata diagnosticata una ciste sono seguite a lungo termine. I chirurghi devono seguire le linee guida sui pazienti in base ai rischi e ai benefici dell'intervento chirurgico con informazioni spesso limitate. Raramente queste cisti diventano un tumore ma spesso si arriva a questa conclusione dopo aver eseguito un intervento che magari non era necessario. Il test affronta direttamente questi problemi fondamentali nella gestione delle cisti pancreatiche».

Adesso si tratterà di studiare ulteriormente l'affidabilità di CompCyst su una più ampia casistica di cisti e di valutare con studi a lungo termine se il verdetto espresso da questo test sarà poi corretto o meno.

«Il nostro studio dimostra il potenziale ruolo di CompCyst come complemento ai criteri clinici e di imaging esistenti nella valutazione delle cisti pancreatiche – ha spiegato Anne Marie Lennon[4], MBB Ch., Ph.D., professore di medicina e direttore della clinica multidisciplinare specializzata in cisti pancreatiche  Johns Hopkins clinica - Potrebbe fornire un maggior grado di fiducia nei medici quando informano i pazienti che non richiedono un follow-up e che possono essere subito dimessi. Anche se dobbiamo ancora validare in modo prospettico il test, i nostri risultati sono entusiasmanti perché documentano un modo nuovo e più obiettivo di gestire i tanti pazienti con questo tipo di problema».

Dr. Alfio Garrotto

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Tue, 27 Aug 2019 17:00:24 +0000 http://www.alfiogarrotto.it/post/467/1/cisti-pancreatiche-l-intelligenza-artificiale-per-evitare-interventi-inutili alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Una molecola per sconfiggere il diabete di tipo 2: la bella storia di Francesca Sacco http://www.alfiogarrotto.it/post/465/1/una-molecola-per-sconfiggere-il-diabete-di-tipo-2-la-bella-storia-di-francesca-sacco

Arrivano da una giovane ricercatrice italiana del Dipartimento di Biologia dell'Università di Roma “Tor Vergata” importanti risultati di uno studio con il quale sarebbe possibile identificare i meccanismi molecolari responsabili della degenerazione funzionale del diabete di tipo 2 delle isole di  Langerhans, ossia i sensori del glucosio collocati all'interno del pancreas in grado con la produzione di insulina di regolare la concentrazione di glucosio nel sangue. I risultati ottenuti dalla 34enne Francesca Sacco, sono stati pubblicati sulla rinomata rivista internazionale “Cell Metabolism”. Per comprendere l'importanza di questa ricerca bisogna ricordare che il diabete di tipo 2 rappresenta la forma più diffusa di diabete, caratterizzato da un lato dalla progressiva perdita della funzionalità proprio delle isole di  Langerhans: diventano infatti non più idonee a produrre insulina. Allo stesso tempo si verifica un'insoddisfacente risposta degli organi periferici all'insulina, soprattutto fegato e muscoli. La giovane ricercatrice ha ricostruito i meccanismi molecolari che controllano la produzione di insulina proprio in relazione alla variazione di concentrazione di glucosio identificando la proteina GSK3, ritenuta la responsabile della degenerazione funzionale delle isole di  Langerhans. «La concentrazione di glucosio nel sangue, la glicemia, è regolata da un complesso circuito cellulare e molecolare coordinato dall’ormone insulina. - ha spiegato Francesca Sacco[1] - Attraverso la produzione di tale ormone le isole di Langerhans nel pancreas regolano la glicemia. L’insulina, a sua volta, stimola alcuni organi, come il fegato e i muscoli, a prelevare il glucosio dal sangue, limitando di conseguenza l’innalzamento della glicemia. Un qualsiasi difetto in questo complesso sistema di regolazione causa il diabete, una sindrome metabolica che affligge circa 350 milioni di persone nel mondo». Francesca Sacco, malgrado la sua giovane età, ha alle spalle un curriculum di tutto rispetto. Ha passato cinque anni nel laboratorio del Prof. Matthias Mann, dell’Istituto Max Planck di Biochimica a Monaco. Poi a settembre del 2017, è rientrata in Italia. all'Università di Roma “Tor Vergata”, grazie alla borsa di studio “L'Oréal Italia per le donne e la scienza”. Passano pochi mesi e Francesca diventa ricercatrice nel dipartimento di Biologia di “Tor Vergata” grazie al programma per Giovani Ricercatori  “Rita Levi Montalcini” del MIUR che permette la reintegrazione in una Università statale italiana di giovani scienziati che hanno lavorato all’estero presso una Università o Centro di Ricerca. Il cosiddetto rientro in Italia dei cervelli in fuga. Determinante il finanziamento dell'Associazione Italiana Ricerca sul Cancro (AIRC) Grant Startup che le ha permesso di condurre un gruppo di ricerca  proprio a “Tor Vergata” per lo studio della resistenza alla chemioterapia di leucemie mieloidi acute, utilizzando la tecnologia della proteomica. La sua ricerca sul diabete ha dimostrato che inibendo a livello farmacologico la proteina GSK3, nei topi veniva recuperata la produzione di insulina e dunque la piena funzionalità delle isole di Langerhans nei topi diabetici. Sembra dunque essersi così aperta un nuovo percorso nello sviluppo di strategie terapeutiche volte a combattere il diabete di tipo 2.  «Grazie alla collaborazione con il gruppo del Prof. Matthias Mann dell’Istituto Max Planck di Biochimica a Monaco (Germania) e all’utilizzo di un’avanzata tecnologia di cui l’Istituto dispone nel campo della ricerca proteomica, ovvero l’identificazione delle proteine rispetto alla loro  identità, quantità, struttura e alle loro funzioni biochimiche e cellulari -  prosegue Francesca Sacco – abbiamo scoperto che le alte concentrazioni di glucosio ematiche attivano la proteina GSK3, laddove questa non dovrebbe attivarsi, e che questa, a sua volta, blocca la produzione di insulina. La tecnologia che abbiamo utilizzato per l’indagine molecolare è chiamata “fosfoproteomica” e ci ha permesso di descrivere non solo le proteine presenti nel pancreas ma anche la loro attività». A far capire i meriti di questa giovane e combattiva ricercatrice c'è da aggiungere che in questi anni Francesca Sacco è riuscita a coniugare il suo lavoro al servizio della scienza con l'essere mamma e tutto quello che comporta. L'unico neo di questa bella storia è che nonostante i grandi successi ottenuti questa ricerca sul diabete per il momento sembra fermarsi qui per la mancanza di ulteriori finanziamenti. «Allo stato attuale non ho un finanziamento per continuare la ricerca sul diabete, ma combatto per trovare uno 'sponsor' – ha dichiarato Francesca all'AdnKronos[2]C'è tutta l'intenzione di continuare a perseguire questa strada, però, come al solito ci vogliono i soldi. Io, comunque, non mi arrendo. Con i finanziamenti futuri che speriamo di ottenere  il nostro lavoro proseguirà utilizzando isole pancreatiche umane di individui con diabete di tipo 2 e altri modelli animali di diabete, allo scopo di aprire la strada ai futuri sviluppi terapeutici basati sull'inibizione di GSK3» Una ricerca dunque che sembra davvero promettente per il futuro la cui importanza è stata riconosciuta all'Ansa[3] anche da Salvatore Piro, Segretario Nazionale della Società Italiana di Diabetologia. «Gli scienziati si sono serviti di una tecnica detta analisi proteomica e hanno individuato un nuovo bersaglio molecolare. La proteina GSK3 potrebbe dare informazioni essenziali per la comprensione di come si sviluppa il diabete. Inoltre, un'azione farmacologica mirata su questa proteina potrebbe ripristinare il danno indotto dal glucosio nei pazienti».

Dr. Alfio Garrotto

 
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Sun, 18 Aug 2019 22:34:10 +0000 http://www.alfiogarrotto.it/post/465/1/una-molecola-per-sconfiggere-il-diabete-di-tipo-2-la-bella-storia-di-francesca-sacco alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Mini Bypass Gastrico, la soluzione migliore per risolvere il diabete tipo II e altre patologie http://www.alfiogarrotto.it/post/464/1/mini-bypass-gastrico-la-soluzione-migliore-per-risolvere-il-diabete-tipo-ii-e-altre-patologie

Il Mini Bypass Gastrico consiste nell’isolamento della piccola curvatura dal resto dello stomaco con la creazione di un tubo gastrico che poi si abbocca ad un’ansa digiunale  a circa due metri dal Treitz, zona dove la porzione talora abnormemente assorbitiva sembra normalizzarsi . Alla fine si ricostruisce il tratto gastrointestinale senza asportare nulla,  la porzione cosiddetta esclusa ha una normale funzione secretiva  e di trasporto del normale flusso bilio-pancreatico. Inoltre l’anastomosi del moncone alimentare col digiuno garantisce un flusso alimentare normale senza aumenti pericolosi di pressione nello stomaco che nella sleeve portano al vomito o peggio ancora alla comparsa di pericolose fistole. Lo stomaco cosiddetto escluso produce la sua normale acidità all’arrivo del cibo e, finora, non si sono mai riscontrati nei pazienti operati comparsa di neoplasie, comunque facilmente esplorabili con la TAC Spirale. Per contro la “mancata visione”  del cibo nel tratto escluso comporta un assorbimento modicamente ridotto  e la mancata immissione in circolo di alcune sostanze neuro-ormonali responsabili dello stimolo sul pancreas ed altri organi con conseguente riduzione e scomparsa di numerosi sintomi della malattia metabolica.

Questo intervento alcuni lo chiamano Bypass gastrico monoanastomosi, come se il Mini Bypass Gastrico fosse una variante del primo. Questo non è vero per tanti motivi. Nel Bypass con ansa alla Roux (Y) in realtà dopo la confezione di un piccolo pouch gastrico si interpone circa a1,5mt di ansa digiunale che ha una funzione più di “condotto” che altro: la mancanza del flusso biliopancreatico in essa non consentono un adeguato assorbimento dei grassi e delle proteine, mentre i glucidi, molecole più semplici, vengono assorbiti determinando un costante stress alle cellule Beta pancreatiche che portano nel tempo alla comparsa del diabete se il paziente introduce costantemente micidiali bevande zuccherate.

Nel Mini By Pass Gastrico il cibo ingerito raggiunge il piccolo stomaco che in realtà è la piccola curvatura dove fin da neonati le sostanze alimentari passano e cominciano ad essere digerite, poi raggiunge il tenue dove, senza “tratti morti a tipo condotto idraulico” viene subito a contatto dei succhi bilico-pancreatici e quindi regolarmente assorbito.

A pensarci bene mai nessuno è morto di malassorbimento dopo una resezione intestinale per altre patologie, anzi nel tempo si assiste ad una ripresa dell’assorbimento con recupero del peso.

Ma soprattutto bisogna ricordare che il confezionamento di un MiniBypass Gastrico non è altro che la vecchia “Billroth II” intervento collaudato, certificato, con complicanze minime. Certo non è tutto oro quello che luccica, nel senso che bisogna talora imbattersi in qualche crisi ipoglicemica o con una sindrome da dumping con vomito. Tutto ciò è evitabile con alcuni accorgimenti alimentari. Il reflusso biliare è un’altra manifestazione nella quale può imbattersi il minibypassato, e su questo possiamo dire che la risoluzione si è attuata con una modifica nel confezionamento dell’anastomosi gastro enterica.

Se poi sul piatto della bilancia mettiamo la scomparsa del Diabete tipo II, dell’ipertensione arteriosa, delle apnee notturne, delle sofferenze cardiovascolari, del miglioramento della angiopatia periferica, della conduzione di una vita quasi del tutto normale, credo che fare un pensierino a tutto ciò sia d’obbligo.

Infine e soprattutto la risoluzione del diabete di tipo II ci ha portato a scopo di ricerca a proporre un Mini Bypass Gastrico (con le dovute modifiche legate al tratto bypassato di digiuno e del tubulo gastrico, quasi ad assumerlo ad una Billroth II senza resezione gastrica) a pazienti  diabetici che hanno un BMI compreso tra 30 e 35.

Dr. Alfio Garrotto

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Mon, 12 Aug 2019 16:33:09 +0000 http://www.alfiogarrotto.it/post/464/1/mini-bypass-gastrico-la-soluzione-migliore-per-risolvere-il-diabete-tipo-ii-e-altre-patologie alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Il legame tra Diabete e Dna al centro della ricerca scientifica http://www.alfiogarrotto.it/post/463/1/il-legame-tra-diabete-e-dna-al-centro-della-ricerca-scientifica

Sappiamo ancora troppo poco sul legame tra diabete e Dna. Due recenti ricerche internazionali mirano a dare un contributo di conoscenza e passi in avanti della medicina. Sul diabete di tipo 1 non sappiamo moltissimo se non che si tratta di una condizione autoimmune in grado di causare la distruzione delle cellule beta, ossia quelle cellule del pancreas responsabili della produzione di insulina. Cosa però accada concretamente nel sistema immunitario è ancora tutto da scoprire. Per cercare di fare passi in avanti nel percorso di ricerca arriva in soccorso uno studio apparso su Cell[1] e realizzato dagli scienziati della Johns Hopkins University School of Medicine: ha messo in luce l'esistenza di una varietà ibrida e non troppo conosciuta di globulo bianco con due distinti tipi di cellule immunitarie. Questo potrebbe essere legato con l'annientamento delle cellule beta del pancreas e con la mancata produzione di insulina, ossia il fattore scatenante del diabete di tipo 1 che insorge in genere durante l'infanzia. Si tratta della cellula che può essere considerata un incrocio tra i linfociti T ed i linfociti B, ossia rispettivamente i “killer” delle cellule estranee ed i produttori di anticorpi. Una popolazione mista di cellule in grado dunque di fare entrambi i compiti che normalmente richiederebbero l'intervento coordinato dei due tipi di cellule. Secondo i ricercatori questo potrebbe spiegare il motivo per cui in alcuni pazienti l'insulina venga frequentemente recepita come antigene e quindi come sostanza pericolosa ed estranea, causando la distruzione delle cellule che si occupano della sua produzione.

Il diabete di tipo 2 invece è sicuramente anche favorito dallo stile di vita e dalle condizioni ambientali come obesità, inquinamento, alimentazione non adeguata: tutti fattori che possono far sviluppare alla persona fenomeni di resistenza all'insulina, con una bassa sensibilità delle cellule a quella che dovrebbe essere l'azione dell'ormone insulina. C'è però la componente biologica e quindi genetica che è ancora molto da indagare e che potrebbe condurci ai motivi che porta la malattia a svilupparsi in età adulta. Un interessante studio, apparso sulla rivista Nature[2], è stato realizzato dai ricercatori dell'Università del Michigan: ha identificato quattro rare varianti genetiche che favorirebbero lo sviluppo del diabete di tipo 2. Di questo studio intanto colpisce la vastità del campione utilizzato, ben 46.000 persone così divise: 25.000 sane e 21.000 con il diabete di tipo 2. Una popolazione rappresentativa delle varie parti del mondo: Europa, America, Africa, Asia. Proprio quest'ultimo aspetto è da rimarcare dal momento che i precedenti studi avevano il limite di aver preso in considerazione soprattutto persone di origine europea, causando una possibile problematica sulla generalizzazione dei risultati della ricerca. Un campione molto più ampio e variegato come questo invece è in grado di fornire risultati scientifici decisamente più affidabili.

«Abbiamo ottenuto uno scenario aggiornato del ruolo che alcune rare varianti del Dna hanno nel diabete – dichiara Jason Flannick[3], ricercatore presso l’Harvard Medical School e della Division of Genetics and Genomics del Boston Children's Hospital, primo autore dello studio - Queste potrebbero potenzialmente rappresentare una risorsa preziosa per lo sviluppo di farmaci in misura maggiore di quanto si pensasse. Possiamo fornire prove della loro associazione con la malattia su molti geni che potrebbero diventare il target di nuovi farmaci o che possono essere studiati per comprendere i processi fondamentali alla base della patologia»

Dott. Alfio Garrotto

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Mon, 5 Aug 2019 16:36:50 +0000 http://www.alfiogarrotto.it/post/463/1/il-legame-tra-diabete-e-dna-al-centro-della-ricerca-scientifica alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Turismo sanitario, meridionali in fuga verso gli ospedali del Nord http://www.alfiogarrotto.it/post/462/1/turismo-sanitario-meridionali-in-fuga-verso-gli-ospedali-del-nord

Sempre più meridionali preferiscono lasciare la loro terra per andare a curarsi negli ospedali del Nord, mostrando dunque notevole diffidenza per la sanità della loro regione. Questo il quadro che emerge dall’IPS, l’Indice di Performance Sanitaria realizzato, per il terzo anno consecutivo, dall’Istituto Demoskopika[1] sulla base di otto indicatori: soddisfazione sui servizi sanitari, mobilità attiva, mobilità passiva, risultato d’esercizio, disagio economico delle famiglie, spese legali per liti da contenzioso e da sentenze sfavorevoli, democrazia sanitaria e speranza di vita. L'indice medio di “fuga” dei meridionali raggiunge il 10,7%, che misura, in una determinata regione, la percentuale dei residenti ricoverati presso strutture sanitarie di altre regioni sul totale dei ricoveri sia intra che extra regionali. Il Sud si colloca in fondo per attrattività sanitaria dopo le realtà regionali del Centro con un indice di fuga pari all’8,8% e del Nord (6,8%). Nel 2017, la migrazione sanitaria regioni meridionali si assesta a circa 319 mila ricoveri. Lo studio di Demoskopika ha generato una classifica parziale che vede il Molise in cima alla classifica della “diffidenza” con un indice di mobilità passiva pari al 28,1%; sul versante opposto, ci sono i lombardi, i più fiduciosi verso il loro sistema sanitario. La Lombardia, infatti, con appena il 4,7%, registra il rapporto minore di ricoveri fuori regione dei residenti sul totale dei ricoveri totalizzando il massimo del punteggio (111,0 punti). Proprio la Lombardia sembra essere la regione più attrattiva generando ben 165 mila ricoveri ed un credito al netto dei debiti, stando al dato relativo all’acconto di riparto per il 2019, pari a 692 milioni di euro. La Calabria è invece la regione più penalizzata, a fronte di poco meno di 55 mila ricoveri fuori regione, ha maturato un debito pari a oltre 274 milioni di euro.

Un quadro del “turismo sanitario” piuttosto variegato dove alcune regioni guadagnano in credibilità e bilanci ed altre invece sembrano messe piuttosto malino.  «La nostra indagine annuale – dichiara il presidente di Demoskopika, Raffaele Rioconferma la persistente disparità tra l’offerta sanitaria presente al Nord rispetto a quella erogata nel Mezzogiorno. Un divario che, ostacolando il diritto alla libertà di scelta del luogo in cui curarsi, genera un circuito imposto di ricoveri che alimentano costantemente la migrazione sanitaria. Un fenomeno che oltre rendere la vita impossibile a chi è costretto a curarsi fuori dal proprio sistema sanitario regionale, lo condanna a una preoccupante “schiavitù sanitaria” dai connotati irreversibili e devastanti. È del tutto evidente che per il Mezzogiorno, la riorganizzazione del sistema sanitario rappresenti, in assoluto, l’emergenza principale per affrontare la quale non sono più sufficienti provvedimenti spot ma una vera e propria terapia shock». Analizzando gli ultimi dati disponibili relativi al 2017, è il Molise, con 130,4 punti, a mantenere la prima posizione della graduatoria parziale relativa alla mobilità attiva, l’indice di “attrazione” che indica la percentuale, in una determinata regione, dei ricoveri di pazienti residenti in altre regioni sul totale dei ricoveri registrati nella regione stessa: nel Molise  è pari al 28,7%. Sul fronte opposto, si colloca la Sardegna con un rapporto tra i ricoveri in regione dei non residenti sul totale dei ricoveri erogati pari all’1,5%. In valori assoluti, sono cinque le regioni che attraggono il maggior numero di pazienti non residenti: Lombardia (165 mila ricoveri extraregionali), Emilia Romagna (108 mila ricoveri extraregionali), Lazio (79 mila ricoveri extraregionali), Toscana (66 mila ricoveri extraregionali) e Veneto (60 mila ricoveri extraregionali). Il tema della migrazione sanitaria sembra essere correlato a quello della povertà. Nel 2017 quasi 1,6 milioni di famiglie italiane hanno dichiarato di non avere i soldi, in alcuni periodi dell’anno, per poter affrontare le spese necessarie alle cure. Non sorprende che siano tutte le regioni del Sud Italia a finire nell’area del disagio economico, proprio a causa della mancata disponibilità economica per fronteggiare la cura delle varie malattie insorte. Un vero e proprio dramma sociale se consideriamo che la sanità dovrebbe essere un diritto primario della persona. Sono soprattutto le famiglie in Calabria con una quota del 14,9%, quantificabile in circa 120 mila nuclei familiari, ad esprimere questo tipo di disagio. A seguire la Sicilia con una quota del 14,2% pari a ben 283 mila famiglie, la Campania (10,3%), Basilicata (9,2%) e Puglia (9,1%) coinvolgendo nel processo di impoverimento rispettivamente 223 mila, 22 mila e 146 nuclei familiari. Anche in questo caso ai vertici della classifica troviamo le regioni del Nord: Emilia Romagna, Liguria e Trentino Alto Adige dove appena il 2% di nuclei familiari si trovano in condizioni di disagio economico, con il coinvolgimento rispettivamente di 39 mila, 16 mila e 9 mila nuclei familiari. Sempre secondo l'indagine di Demoskopika, sono tutte del Sud, infine, le regioni che contraddistinguono l’area dell’inefficienza sanitaria, dei sistemi sanitari etichettati come “malati” nel ranking: Abruzzo ( 96,4 punti), Sardegna (95,8 punti), Sicilia (93,8 punti), Campania (91,6 punti) e, in coda, il sistema sanitario della Calabria con 89,1 punti.

Dr. Alfio Garrotto

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Mon, 5 Aug 2019 09:08:51 +0000 http://www.alfiogarrotto.it/post/462/1/turismo-sanitario-meridionali-in-fuga-verso-gli-ospedali-del-nord alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Perdere il 70% del peso in eccesso: i vantaggi del Mini Bypass Gastrico http://www.alfiogarrotto.it/post/461/1/perdere-il-70-del-peso-in-eccesso-i-vantaggi-del-mini-bypass-gastrico

Sono davvero tanti i vantaggi del ricorso al Mini Bypass Gastrico. A cominciare dal ricovero che in media non supera i tre giorni e non si ha apposizione di sondino nasogastrico ma solo un drenaggio che viene rimosso dopo le prime 48 ore . La ripresa della normale dieta avviene dopo circa una settimana dalla dimissione. il paziente torna a controllo dopo una settimana e poi a un mese. Quasi sempre non si prescrivono sostanze integrative nell’immediato e, se il paziente comprende il proprio organismo, nemmeno in seguito da caso a caso si ha necessità di questo. Nella donna, tenendo conto che la normale vita non viene alterata, anche nel caso di gravidanza, basta attenersi alle normali condotte terapeutiche. Sempre nella donna in presenza di una perdita costante di ferro con le mestruazioni, in caso di non perfetta integrazione con gli alimenti,  riusciamo a intervenire compensando con la terapia marziale.

Il dimagrimento per il 70% si ha entro i 6-7mesi. Le complicanze al momento sono rarissime (meno dell’1% nella mia casistica) ed i controlli si effettuano dopo il primo normale periodo postoperatorio a tre, sei mesi e  poi una volta l’anno. Il Mini Bypass Gastrico porta a questi risultati grazie all'azione gastroresettiva che determina una minor quantità di alimenti introdotti ed a un'azione malassorbitiva decisamente più marcata rispetto all'intervento tradizionale.

«Il Mini Bypass gastrico – scrive nel suo sito ufficiale la Società Italiana di Chirurgia dell'Obesità e delle malattie metaboliche[1] -  è un intervento chirurgico introdotto da un chirurgo statunitense, Robert Rutledge, nel 1997, allo scopo di semplificare e possibilmente diminuire i rischi del bypass gastrico classico, con una reversibilità o conversione ad altra metodica più semplice. Successivamente molti centri di chirurgia bariatrica in Europa e nel mondo hanno adottato questa tecnica per la sua maggiore semplicità, per i ridotti tempi operatori, per il miglioramento della qualità della vita, per gli ottimi risultati sia in termini di calo ponderale che in termini di risoluzione del diabete e delle comorbidità. Per tale motivo in letteratura sono riportati numerose pubblicazioni con risultati a medio e lungo termine. I risultati in termini di calo ponderale della maggiori casistiche (Rutledge, Lee, Caballero) si rivelano eccellenti a 5 anni. Il %EWL si attesta intorno al 75% a 5 anni. Lee ha riportato dei risultati in termini di calo ponderale anche a 10 anni (70% EWL).  Lee, inoltre, paragonando il calo ponderale ottenuto in pazienti operati di bypass gastrico classico con BMI iniziale di 40.5 e mini bypass gastrico con BMI iniziale di 41.1, riporta a 5 anni BMI rispettivamente di 29.2 per il bypass classico e di 27.7 per il mini bypass, con un maggiore calo ponderale quindi nel gruppo di pazienti operati di mini bypass gastrico. La remissione del diabete si attesta intorno all’85% dei casi in alcune importanti casistiche (Kim, Caballero). La risoluzione della sindrome metabolica viene riportata intorno all’80% dei casi (Lee)». Il mio obiettivo è quello di estendere le indicazioni del trattamento chirurgico ai pazienti che ancora non hanno le “stimmate ” della malattia metabolica e proporre un’ immagine di una chirurgia non distruttiva o ricostruttiva bensì preventiva , chissà se nel tempo generazione dopo generazione la mutazione genetica che in alcune persone fa assorbire anche l’aria si smussi fino alla quasi normalità! Le potenzialità di questa tecnica le ho portate e mostrate anche al pubblico nazionale di Canale 5 nella trasmissione “Pomeriggio5” con Barbara D'Urso. In quell'occasione una paziente di nome Simona si è sottoposta ad un intervento di Mini Bypass gastrico per perdere circa 70 kg. Ci possono essere delle differenze tra un paziente e l'altro a seconda di come la pelle si ritrae, ma in questo tipo di casi  alla fine del percorso di dimagrimento occorrerà rivolgersi anche alla chirurgia plastica. L'operazione di Mini Bypass Gastrico alla quale si è sottoposta Simona dura solitamente 45 minuti e viene in genere effettuata in laparoscopia, con un ricovero di 2-3 giorni prima delle dimissioni. La paziente è stata poi sottoposta ad una dieta semiliquida di circa una settimana poi sostituita da un'alimentazione completamente libera sia sui cibi, sia sulle quantità da assumere. Attraverso questo intervento, come in questo caso, è possibile perdere circa il 70% del peso in eccesso. Bisogna ricordare come  molti centri di chirurgia bariatrica in Europa e nel mondo abbiano adottato questa tecnica per la sua maggiore semplicità, per i ridotti tempi operatori, per il miglioramento della qualità della vita, per gli ottimi risultati sia in termini di calo ponderale che in termini di risoluzione del diabete e delle comorbidità. Per tale motivo in letteratura sono riportati numerose pubblicazioni con risultati a medio e lungo termine.

Dott. Alfio Garrotto

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Mon, 22 Jul 2019 16:47:41 +0000 http://www.alfiogarrotto.it/post/461/1/perdere-il-70-del-peso-in-eccesso-i-vantaggi-del-mini-bypass-gastrico alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Malattia metabolica ed obesità: una nuova prospettiva per ritrovare l’equilibrio perfetto http://www.alfiogarrotto.it/post/460/1/malattia-metabolica-ed-obesita-una-nuova-prospettiva-per-ritrovare-l-equilibrio-perfetto

L'obesità rappresenta uno dei principali problemi di salute pubblica a livello mondiale, sia perché la sua incidenza è in costante e preoccupante aumento non solo nei Paesi occidentali, ma anche in quelli a bassomedio reddito, sia perché è un importante fattore di rischio per varie malattie croniche, quali diabete mellito di tipo 2, malattie cardiovascolari e tumori. Esistono diversi centri di riferimento e diverse tecniche in tutta Italia che si occupano di chirurgia dell’obesità. Sono davvero eccezionali i risultati che abbiamo ottenuti nel reparto di chiurgia dello IOMI Franco Scalabrino di Ganzirri (Messina). Il trattamento della malattia metabolica è stata il nostro obiettivo principale per cui nel 2012 abbiamo creato l'Obesity Center con 20 posti letto altamente specializzato, che si  avvale  della collaborazione di una terapia semintensiva per il post operatorio complesso, dei reparti di anestesia, cardiologia,radiologia,fisioterapia e riabilitazione già presenti in struttura  e di un servizio dietologico e psicologico.

Nella patogenesi dell'obesità entrano in campo numerosi fattori.  Tenuto conto che non si può modificare la mappatura genetica di una persona, che rappresenta secondo noi il fattore più importante, certamente si può agire, sempre che “natura consenta”, su alcuni fattori che svolgano un ruolo primario e che possano essere “circoscrivibili” in un organo o parte di esso. Tuttavia in questo caso, proprio per la multifattorialità della malattia metabolica, agire solo su una componente patogenetica non consente ottenere risultati completi e duraturi. Ad esempio una dieta ben eseguita riduce certamente il livello glicemico in questi pazienti ma non impedisce il progredire della retinopatia o della microangiopatia diabetica. Ridurre in maniera “forzata” l’introduzione di cibo con mezzi chirurgici (bendaggio, sleeve gastrectomy) comporta successi incostanti nel tempo con ripresa del peso e della malattia. Di contro  trattamenti più drastici come ad esempio la derivazione bilio-digestiva per la grave sintomatologia malassorbitiva non consentono una vita accettabile:  un paziente gravemente obeso ma in discrete condizioni di salute mi disse una volta “meglio morire obesi e salutivi che magri e malati!”.

Tutto questo ci deve fare meditare e rivedere tutto sotto una nuova prospettiva che deve tenere conto della componente genetica-costituzionale e psico-ambientale della malattia. Questi fattori, ripeto, comportano da un lato l’alterazione nel nostro organismo dei livelli di alcune sostanze neuroormonali in gran parte prodotte nella parete anteriore dello stomaco che innescano una alterazione dell’appetito, dall’altro attraverso altre secretine prodotte nel duodeno e nel tratto iniziale del digiuno, ad un assorbimento alterato ed alla comparsa del diabete (tipo II).

L’intervento chirurgico va proposto con l'intento il più curativo possibile  limitando al massimo la sua componente distruttiva: deve essere il più radicale e duraturo possibile e deve agire su questi meccanismi in maniera equilibrata.

La componente restrittiva sarà perfettamente bilanciata con la componente malassorbitiva solo dopo una corretta valutazione del paziente determinando l’impatto (di volta in volta diverso per ogni paziente) dei fattori eziopatogenetici appena citati.

Ne scaturisce la quasi personalizzazione dell’intervento chirurgico pur agendo, come detto, in modo sia restrittivo che assorbitivo.

È palesemente evidente che un paziente veramente affetto da tale patologia non può praticare un intervento solamente restrittivo come un bendaggio gastrico od una sleeve gasterctomy, che inesorabilmente portano ad una ripresa del peso e delle patologie annesse!

Il Mini Bypass Gastrico, se fatto con le premesse appena descritte, riesce a trovare un equilibro talora perfetto  consentendo una vita normalissima ed  una alimentazione altrettanto normalissima. 

Dr. Alfio Garrotto

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Mon, 15 Jul 2019 16:52:41 +0000 http://www.alfiogarrotto.it/post/460/1/malattia-metabolica-ed-obesita-una-nuova-prospettiva-per-ritrovare-l-equilibrio-perfetto alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Epidemia di obesità, cosa può fare la chirurgia bariatrica http://www.alfiogarrotto.it/post/459/1/epidemia-di-obesita-cosa-puo-fare-la-chirurgia-bariatrica

Accorciamento della vita media, sviluppo di malattie croniche invalidanti come diabete, cardiopatie, ipertensione, pneumopatie, ictus con una evidente riduzione delle qualità lavorative e sociali dell'individuo. Queste le conseguenze più gravi dell'obesità, una piaga sempre più diffusa nel nostro Paese. Lo ha confermato il recente rapporto Istat realizzato per l'Italian Obesity Barometer Report e presentato nel primo Italian Obesity summit – Changing Obesity meeting, organizzato dall’Italian Barometer Diabetes Observatory (IBDO)[1]. Secondo questo studio, in Italia sarebbero obese ben 25 milioni di persone, addirittura un adulto su due ed un bambino su quattro hanno a che fare con problemi di sovrappeso e legati all'obesità. I casi si presentano con maggior frequenza nel Sud Italia, soprattutto tra bambini e adolescenti. Più di un terzo di loro non pratica né sport né altre attività fisiche.  Le donne sembrano mostrare un tasso di obesità inferiore rispetto agli uomini (il 9,4% contro l’11,8%) e al Sud il 32% dei bambini e il 26% degli adolescenti sono troppo grassi.

Si riscontra un divario anche tra zone rurali e centri urbani: la percentuale più elevata di persone con obesità, pari al 12 per cento (12%), si rileva nei piccoli centri sotto i 2 mila abitanti, mentre nei centri dell’area metropolitana tale quota scende all’8,8 per cento. Tuttavia, dal 2001 al 2017, gli incrementi più elevati nelle prevalenze dell’obesità si sono osservati proprio nei centri delle aree metropolitane (da 6,8 per cento a 8,8 per cento) e nelle loro periferie (da 8,2 per cento a 10,9 per cento).

Dati che sembrano aggravare il preoccupante quadro già emerso anche nel rapporto Osservasalute 2016[2], basato sui risultati dell’Indagine Multiscopo dell’Istat “Aspetti della vita quotidiana” in cui emergeva come, in Italia, nel 2015, più di un terzo della popolazione adulta (35,3%) fosse in sovrappeso, mentre una persona su dieci risultava obesa (9,8%). Complessivamente, il 45,1% dei soggetti da 18 anni in avanti era  in eccesso ponderale. Anche in questo studio si rimarcava il gap Nord-Sud in cui le Regioni meridionali presentano la prevalenza più alta di persone maggiorenni obese (Molise 14,1%, Abruzzo 12,7% e Puglia 12,3%) e in sovrappeso (Basilicata 39,9%, Campania 39,3% e Sicilia 38,7%) rispetto a quelle settentrionali (obese: Bolzano 7,8% e Lombardia 8,7%; sovrappeso: Trento 27,1% e Valle d’Aosta 30,4%).  La diffusione globale del fenomeno ha indotto nel 2014 l''Organizzazione Mondiale della Sanità a riconoscere un'epidemia di obesità. Oltre alle gravi problematiche più note, il follow up di 30 anni della popolazione, ha dimostrato inoltre che l’obesità è un importante fattore di aumento del rischio di morte improvvisa.   L'obesità è considerata come una vera e propria malattia e come tale deve essere trattata.  La risoluzione deve perciò tenere conto della sua etiopatogenesi multifattoriale, ossia della componente genetica, di quella ambientale e alimentare, di quella neurormonale.    Al momento un trattamento elettivo della malattia nella sua forma grave è per ora relegato alla chirurgia.   La  mia personale esperienza  ha portato all' esecuzione quasi costante di un intervento che tenga conto sia della componente restrittiva che di quella assorbitiva, di volta in volta combinati in proporzione variabile in modo da avere risultati ottimali sia nei pazienti con BMI elevati (anche oltre 70) che in quelli con valori bordeline attorno a 35.

Dott. Alfio Garrotto

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Mon, 8 Jul 2019 17:38:49 +0000 http://www.alfiogarrotto.it/post/459/1/epidemia-di-obesita-cosa-puo-fare-la-chirurgia-bariatrica alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
La tecnica laparoscopica nella patologia oncologica addominale http://www.alfiogarrotto.it/post/458/1/la-tecnica-laparoscopica-nella-patologia-oncologica-addominale

La laparoscopia o chirurgia mininivasiva è un approccio chirurgico diverso da quello tradizionale cioè laparotomico in cui viene fatta una incisione sulla parete addominale, in quanto utilizza  delle piccole incisioni per eseguire un intervento chirurgico.

La tecnica laparoscopica, utilizzando strumenti appositi e telecamere ad alta definizione ,che consentono una visione superiore a quella dell’occhio umano,  riduce i rischi correlati alla chirurgia classica e offre numerosi benefici al paziente.

Negli ultimi 5 anni la tecnica laparoscopica è diventata la mia prima scelta nel trattamento della patologia neoplastica addominale , cioè nei tumori dell’esofago , dello stomaco, dell’intestino , del colon- retto e del pancreas. Proprio di quest'ultimo, nel 2017[1] sono stati stimati circa 13.700 nuovi casi in Italia,  pari al 4 per cento di tutti i tumori di nuova diagnosi tra maschi e femmine. Per molto tempo si è registrata una maggior prevalenza di questo tumore negli uomini, dovuta probabilmente all'alta presenza di fumatori rispetto alle donne, essendo il fumo un fattore di rischio significativo (il rischio aumenta di un terzo rispetto a chi non fuma). Oggi però le donne fumano quanto e forse più degli uomini e per questo nelle donne di più di 70 anni il carcinoma pancreatico è tra i cinque tumori più frequenti (al quarto posto, con il 5 per cento dei casi). Particolarmente a rischio sono le persone che si trovano nella fascia d'età tra i 50 e gli 80 anni, mentre il tumore al pancreas è molto raro sotto i 40 anni. Altri fattori di rischio sono il diabete di tipo 2, cioè quella forma non dipendente dall'insulina e che tende a manifestarsi dopo i 45 anni. e alcune malattie genetiche rare come la sindrome di von Hippel-Lindau. Altre possibili abitudini rischiose possono essere consumi eccessivi di alcol e caffè ed anche alcune esposizioni a solventi di uso industriale, agricolo ed a derivati del petrolio. Sembra esserci anche un chiaro nesso con l'obesità, soprattutto se il grasso è stratificato sull'addome e quando si manifestano resistenza all'insulina e intolleranza al glucosio. Un fattore di rischio aggiuntivo è la presenza in famiglia di casi di tumore alla mammella, al colon ed al pancreas, probabilmente per la presenza di mutazioni genetiche ereditarie che potrebbero avere un ruolo determinante nello sviluppo della patologia. Come noto, anche l'alimentazione può aumentare le possibilità di ammalarsi di questa neoplasia specie con esagerazioni nel consumo di grassi e proteine animali.  Il 70% dei tumori al pancreas si sviluppano nella testa dell'organo conu na origine nei dotti che trasportano gli enzimi della digestione. Poi ci sono i tumori neuroendocrini che prendono avvio dalle cellule delle isole di Langerhans, ossia quelle strutture del pancreas deputate alla secrezione di ormoni.

L’approccio chirurgico laparoscopico è in grado di offrire al paziente un trattamento non solo meno invasivo , quindi più rispettoso dell’integrità fisica e della qualità di vita della persona ma anche di garantire risultati clinici ottimali con contenimento dei costi.

I benefici della chirurgia laparoscopica rispetto alla chirurgia open, per quanto concerne il trattamento delle patologie oncologiche addominali , possono essere così sintetizzati:

  • Minore degenza ospedaliera
  • Minor dolore post-operatorio,per cui diminuisce la necessità di analgesici per il controllo del dolore post-operatorio
  • Ridotto rischio di infezioni sia intra che post-operatorie
  • Minor sanguinamento con riduzione significativa delle perdite ematiche intraoperatorie
  • Ridotta necessità di trasfusioni
  • Riduzione dell’ileo paralitico post- operatorio e una più rapida canalizzazione e diminuzione delle complicanze respiratorie e della trombosi venosa profonda;
  • Miglior decorso post-operatorio, il paziente si mobilizza precocemente ,con meno dolore alla deambulazione , e può riprendere più velocemente la sua vita sociale e lavorativa
  • Riduzione della frequenza di Laparocele
  • Migliore risultato estetico

 

Infine nei follow up eseguiti sui nostri pazienti non abbiamo osservato alcuna differenza tra laparoscopia e chirurgia a cielo aperto, sia in termini di sopravvivenza che di recidiva di malattia neoplastica.

Alfio Garrotto

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Mon, 1 Jul 2019 17:28:10 +0000 http://www.alfiogarrotto.it/post/458/1/la-tecnica-laparoscopica-nella-patologia-oncologica-addominale alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Sindrome metabolica: migliorare la qualità di vita con il mini bypass gastrico http://www.alfiogarrotto.it/post/446/1/sindrome-metabolica-migliorare-la-qualita-di-vita-con-il-mini-bypass-gastrico

Per 20 anni mi sono occupato di chirurgia d'urgenza. Svolgendo questa attività mi sono reso conto che soprattutto al Sud c'era almeno un 60% di popolazione che soffriva di problemi legati alla sindrome metabolica. Quasi per caso Mi sono accorto che i pazienti sottoposti ad un intervento di Bilroth 2 per l'ulcera, avevano avuto sensibili miglioramenti nella loro condizione di diabetici. È nata così in questo modo la mia curiosità per il campo del diabete e delle cardiopatie. Partivo da un quesito di fondo: perché c'erano pazienti che pur mangiando pochissimo crescevano di peso in modo abnorme? Compresi ben presto che si trattava di un problema genetico ed ereditario. Certo non avrei potuto modificare il loro Dna ma avrei potuto cercare di migliorare la loro condizione di vita. Questo tipo di problematiche sembrano, inoltre, particolarmente diffuse nel Sud Italia infatti me ne accorsi di persona quando lavoravo a Torino: quasi tutti i pazienti cardiopatici, obesi o scompensati arrivavano dal meridione. Mi sono perciò cominciato a interessare di chirurgia metabolica

La sindrome metabolica, o sindrome da insilino-resistenza, non e’ una singola patologia, ma un insieme di fattori di rischio che aumentano fortemente le probabilità di sviluppare malattie cardio-vascolari, cerebrali (ictus) e diabete ed e’ fortemente correlata a una condizione di sovrappeso o obesità. L’ OMS ha dichiarato nel 2014 l’obesità come ‘’epidemia’’, ma la qualità o la quantità di cibo non è la questione chiave di queste problematiche. Nella sindrome metabolica sono coinvolti un gruppo di ormoni, una massa di soldati che si muove ogni volta che mangiamo e che scatenano un vero e proprio bombardamento nell’organismo che porta all'aumento eccessivo del grasso viscerale. Inoltre nei soggetti malati le secretine intestinali producono una risposta ormonale esagerata, il pancreas viene stimolato e come primo effetto si genera iperinsulinemia e successivamente il diabete di tipo 2.

Bisogna perciò comprendere che diabete di tipo 2 ed obesità non sono malattie in quanto tali ma sono un sintomo della stessa malattia, che può portare in alcuni casi alla cardiopatia, in altri all'ipertensione, inquadrati tutti all'interno della sindrome metabolica.

Dal 2009 a oggi il 90% dei pazienti da me visitati per sindrome metabolica sono stati sottoposti a intervento di mini bypass gastrico (dell’amico Dr. Robert Rutledge) i pazienti operati sono stati circa 3000. Ho scelto questa tecnica perché permette di avere ottimi risultati, infatti tutti i pazienti migliorano in modo eccellente la qualità di vita, hanno un calo ponderale perdendo dal 80% al 100 % del sovrappeso, e hanno una eccellente remissione delle comorbilità, infatti la sindrome delle apnee notturne grave regredisce in circa il 99% dei casi, l’ipertensione nel 72% dei casi, il diabete di tipo 2 nel 85-90% dei casi, l’ipertrigliceridemia nel 92% dei casi

Ovviamente diventa fondamentale conoscere approfonditamente la storia del paziente, la sua alimentazione e lo stile di vita, cosi’ dopo una corretta valutazione del paziente e dei suoi fattori eziopatogenetici posso personalizzare e ottimizzare l’intervento di mini bypass gastrico per ottenere per ognuno di loro un risultato ottimale

La mortalità di questo tipo di pazienti, senza un intervento mirato, raggiunge vette del 50 o 60%. Mentre con il mini bypass gastrico, secondo alcuni studi dei miei colleghi giapponesi, la vita si allunga di oltre 10 anni, l'organismo reagisce ed aumenta le difese organiche nel tempo, si riduce la possibilità di ammalarsi di un tumore di origine alimentare.

Quando si migliora la condizione dei pazienti con sindrome metabolica si ha una notevole diminuzione della spesa sanitaria, infatti diminuisce drasticamente la prescrizione di farmaci, di visite specialistiche cardiologiche, ortopediche pneumologiche ecc.

Alfio Garrotto

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Sat, 22 Jun 2019 18:12:04 +0000 http://www.alfiogarrotto.it/post/446/1/sindrome-metabolica-migliorare-la-qualita-di-vita-con-il-mini-bypass-gastrico alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Alfio Garrotto, una vita spesa per la medicina di qualità http://www.alfiogarrotto.it/post/457/1/alfio-garrotto-una-vita-spesa-per-la-medicina-di-qualita

Oggi voglio parlarvi un po' di me. Vi starete probabilmente chiedendo chi sia il dott. Alfio Garrotto?

Mi sono laureato con il massimo dei voti nel novembre 1981 in Medicina e Chirurgia all'Università di Catania: una grande soddisfazione a cui si è aggiunto il diritto alla pubblicazione della tesi “Superossido dismutasi e neoplasie” che includeva anche un particolare studio sui radicali liberi.

Dopo l'abilitazione mi sono specializzato, sempre a Catania e confermando il massimo dei voti, in Chirurgia d’urgenza e Pronto Soccorso e successivamente in Endocrinochirurgia.

Le mie prime esperienze le ho vissute subito dopo la laurea come medico interno presso l’istituto di I Patologia Chirurgica dell’Università di Catania. Ho conseguito subito dopo la laurea un perfezionamento in senologia presso l’università di Parigi nord (Prof. Tricoire). Successivamente ho lavorato come assistente di chirurgia ospedaliera di ruolo presso l’Ospedale di Lentini (SR), poi come aiuto corresponsabile ospedaliero nella stessa struttura dopo un regolare concorso pubblico. Successivamente mi sono trasferito presso l’Azienda Ospedaliera OVEII di Catania dove ho prestato servizio nel reparto di Chirurgia d’urgenza in qualità di aiuto producendo una notevole casistica operatoria d’urgenza e di elezione nella Chirurgia oncologica e bariatrica. Fondamentali anche le mie esperienze nel Nord Italia: sono stato assistente medico in Chirurgia presso gli ospedali di Arona (NO) e Giaveno (TO).

Da quel momento mi occuperò sempre più frequentemente proprio di chirurgia metabolica praticando quasi tutte le metodiche e soprattutto grazie ai grandi risultati ottenuti col mini bypass gastrico applicato nella sua forma standard fin dal 2000, nel giugno 2008 sono stato nominato responsabile della Chirurgia Generale della Clinica Valsalva di Catania, accreditata dal Sistema Sanitario Nazionale. Quattro anni più tardi lasciai questo incarico per assumere la responsabilità del reparto di Chirurgia Generale presso l’Istituto IOMI di Messina Ganzirri dove ho creato il servizio di Chirurgia Bariatrica con all'attivo un' intensa casistica, dal 2012 a tutt’oggi infatti sono stati operati più di 2500 pazienti obesi .

Durante l’attività ospedaliera ho frequentato a titolo personale l’Istituto Goustave Roussy Villejuif, partecipando a numerosi training di sala operatoria. Ho anche conseguito il perfezionamento presso l’Institut de Recherche contre les Cancers de l’Appariel Digestif (IRCAD) di Strasburgo nel corso avanzato di chirurgia colorettale laparoscopica.

Nell’anno 2005 ho conseguito il Master universitario di II livello in Chirurgia dell’Obesità presso l’Università di Genova. Sono inoltre socio della Società Italiana di Chirurgia dell’Obesità (SICOB) e della International Federazion for the Surgery of Obesity (IFSO).

Tra le esperienze che voglio ricordare c'è indubbiamente il congresso "Chirurgia dell'obesità: dal gene alla chirurgia" da me organizzato nel maggio 2015 a Taormina con la partecipazione di importanti ospiti nazionali e internazionali, tra cui spicco’ la prestigiosa presenza del Dr. Robert Rutledge. Nella presentazione del congresso l'allora sottosegretario alla salute sottolineò il fatto che per la prima volta un consistente numero di pazienti fuori regione venisse a operarsi nella struttura da me diretta .

La mia casistica operatoria comprende numerosi interventi sia in elezione che di urgenza come primo operatore sia in ambito ospedaliero che presso strutture private dove ho prestato consulenza, occupandomi soprattutto di chirurgia oncologica e bariatrica. Riguardo proprio alla chirurgia bariatrica, ho eseguito interventi sia a carattere restrittivo che bypassanti e misti. La tecnica chirurgica da me preferita è l’intervento di minibypass gastrico che, con alcune personali modifiche ,è adattabile a gran parte degli obesi, oltretutto riesce ad essere il meno invasivo, reversibile, con complicanze minime e con una degenza postoperatoria di sole 48-72 ore.

Questa tecnica la eseguo attualmente come metodica prevalente dopo un accurato e profondo studio del paziente. Sono migliaia i pazienti da me trattati con questa specifica tecnica, con una mortalità dello 0,07 %

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Sat, 22 Jun 2019 07:59:21 +0000 http://www.alfiogarrotto.it/post/457/1/alfio-garrotto-una-vita-spesa-per-la-medicina-di-qualita alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Incontro con gli operati di Mini by Pass dal dott Alfio Garrotto http://www.alfiogarrotto.it/post/456/1/incontro-con-gli-operati-di-mini-by-pass-dal-dott-alfio-garrotto



Incontro con gli operati di Mini by Pass dal dott Alfio Garrotto. Un motivo in più per scambiarsi consigli, opinioni e soprattutto per affrontare la propria rinascita e il post operatorio.

Se non riesci a visualizzarlo correttamente vai al video dell'intervista al dottor Alfio Garrotto

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Wed, 19 Jun 2019 17:38:40 +0000 http://www.alfiogarrotto.it/post/456/1/incontro-con-gli-operati-di-mini-by-pass-dal-dott-alfio-garrotto alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)
Taormina. Magrì: I medici Mauro Passalacqua e Alfio Garrotto due esempi di buona sanità http://www.alfiogarrotto.it/post/449/1/taormina-magri-i-medici-mauro-passalacqua-e-alfio-garrotto-due-esempi-di-buona-sanita

Taormina. Da Alessandro Magrì, riceviamo e pubblichiamo: “Caro direttore, chi è che scrive è Alessandro Magrì. Alcuni giorni fa sono stato sottoposto ad intervento di mini by pass gastrico presso una struttura ospedaliera di Messina. L intervento è stato eseguito dal medico Alfio Garrotto e dalla sua èquipe. In qualità di paziente e di Suo affezionato lettore, con la presente vorrei dire le mie considerazioni riguardo gli aspetti professionali e umani del personale medico ed infermieristico che si è occupato di me durante il periodo di degenza. In un periodo in cui l’opinione pubblica tende a sottolineare soprattutto gli aspetti negativi della Sanità, io vorrei spezzare una lancia in favore di coloro che riportano in alto gli standard qualitativi delle professioni sanitarie. Sono stato piacevolmente colpito della capacità professionali tecniche chirurgiche di alto livello, dalla facile accessibilità nei rapporti con il personale medico, dalla disponibilità costante nel fornire spiegazioni e nel preoccuparsi del mio stato di salute. In particolare sottolineo i miei più sentiti ringraziamenti al medico Alfio Garrotto per le sue doti umane, che fanno di un medico un medico bravo e una persona speciale. Altrettanti ringraziamenti vorrei porre al personale medico ed in particolare alla dottoressa Astuto, al dottor Massimo Solari e al capo anestesista dottor Chillemi, che hanno effettuato egregiamente il loro lavoro e hanno coadiuvato in maniera impeccabile quello del dottor Alfio Garrotto. Altrettanti ringraziamenti vorrei porre al personale infermieristico ed in particolare alla caposala Angela. Hanno tenuto alto il nome della loro poca considerata categoria. Un ringraziamento particolare va ad Arianna, segretaria del dottor Alfio Garrotto per la sua squisita gentilezza. La sensibilità, la solarità e l’empatia da parte del personale addetto all’assistenza rendono la degenza ed i problemi legati ad essa più leggeri e sopportabili. Affidarsi con fiducia a chi si deve occupare della nostra salute rende tutto meno doloroso, meno preoccupante e l’evoluzione in positivo più probabile. Sentirsi una persona e non un numero è molto importante e determinante. Un ringraziamento particolare va al dottor Mauro Passalacqua, medico di altissimo spessore. Sono certo che in futuro verranno curati ancora questi aspetti, che fanno la differenza e permettono di mettere sempre più in risalto il concetto di salute, espressione di benessere fisico, psichico e spirituale di ogni individuo. Grazie ancora. Alessandro Magrì”.

Articolo originale su vaitaormina.com

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Wed, 5 Jun 2019 18:24:44 +0000 http://www.alfiogarrotto.it/post/449/1/taormina-magri-i-medici-mauro-passalacqua-e-alfio-garrotto-due-esempi-di-buona-sanita alfio743@gmail.com (Alfio Garrotto)