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17 novembre, 2021

L’obesità a un punto di svolta? Novità da Cambridge

Un recente studio portato avanti dai ricercatori dell’Università di Cambridge e pubblicato a inizio novembre su PLOS Biology [1] potrebbe rivelarsi significativo nell’avanzamento della ricerca circa la strutturazione di una terapia da poter intraprendere efficacemente a beneficio delle persone affette da obesità, ponendo l’accento sul potenziale ruolo della genetica nel modo in cui il corpo gestisce e immagazzina il peso.

 

La scoperta riguarda, appunto, alcuni geni che sembrerebbero associabili all’obesità umana rivelando così quelli che potrebbero dimostrarsi nuovi meccanismi da innescare in modo mirato affinché si giunga a una terapia specifica per la perdita di peso. Nell’abstract della ricerca viene precisato che sebbene gli studi genetici sugli individui con obesità e l’analisi di varianti genetiche rare possano identificare nuovi geni associati alla patologia, resta comunque una grande sfida tentare di stabilire una relazione funzionale tra questi geni candidati e l’adiposità. La ricerca infatti ha portato alla scoperta di un ingente numero di rare varianti del gene omozigote mediante il sequenziamento dell’esoma (quella parte di genoma in grado di esprimere per una proteina, ossia quella fetta “codificante” di tutto il genoma) di bambini gravemente obesi, compresi quelli provenienti da famiglie consanguinee. Valutando la funzione di questi geni ne sono stati identificati quattro, precedentemente non connessi all’obesità umana, in grado, invece, di regolare l’adiposità. In particolare, la proteina transmembrana dachsous sembrerebbe essere a monte della serie a catena di attività collegate alla così detta “via dell’ippopotamo”, ossia quel processo che regola la dimensione degli organi moderando la crescita cellulare.

Se fosse possibile, dunque, modificare selettivamente questi geni, si potrebbe pensare di contrastare in modo mirato la causa generatrice della malattia, che ricordiamolo sempre, colpisce l’enorme numero di oltre 600 milioni di persone nel mondo.

 

 

Lo studio

Lo studio è stato condotto cercando i “geni dell’obesità” nelle mosche grasse (o moscerini della frutta) andando ad attivare la loro attività e vedendo come ciò influiva nel calo di peso degli insetti.

Lo studio è stato condotto proprio su tale specie animale perché in una particolare sequenza genomica ci sarebbero delle congruenze, sia con l’uomo che con l’ippopotamo, con cui l’uomo condivide ben il 75% del corredo genomico, oltre ad essere una specie animale che – al pari dell’uomo – sviluppa problemi cardiaci e di aumento di peso se allevati con diete ricche di zuccheri o di grassi.

Dopo aver messo a confronto diversi e ampi set di sequenze genetiche di persone con obesità grave precoce, ci si è concentrati su piccoli cambiamenti genetici presenti in due copie di geni, utilizzando la tecnica di interferenza dell’RNA per provocare una progressiva diminuzione dell’attività di ogni gene e studiando conseguentemente se tale diminuzione aveva un effetto sui livelli di trigliceridi (molecola principale di accumulo di grasso nei moscerini analizzati).

Riducendo l’attività dei geni collegati alla via dell’ippopotamo sono significativamente aumentati i trigliceridi, rendendo evidente che l’interferenza – tramite rimozione di collegamenti nel percorso genico – aveva la capacità di alterare il livello di trigliceridi.

Cosa comporta questa scoperta in termini terapici per l’obesità nell’uomo?

Porta ad avere le informazioni potenziali per l’identificazione di quei geni che, se mutati, sono in grado di condurre all’obesità anche per l’uomo. Se infatti, eliminando nel cervello dei moscerini “l’allert” genetico opportuno essi tendono a ingrassare, lo studio apre una speranza per tutti i trattamenti dell’obesità in quanto si potrebbe cominciare a sviluppare una classe di farmaci appositi che potenziando questi geni specifici induca nel soggetto affetto una riduzione dell’adipe.

Uno sviluppo futuro di questa ricerca, che mira a dimostrare come alcuni soggetti siano geneticamente predisposti ad accumulare più grasso del normale, potrebbe inoltre iniziare a coinvolgere attivamente un gruppo di persone con obesità intensificando la ricerca nell’ottica di trovare un piano di dimagrimento calibrato e specifico in base al dna del paziente in questione.

Dr. Alfio Garrotto

[1] https://journals.plos.org/plosbiology/article?id=10.1371/journal.pbio.3001255