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24 settembre, 2021

Celiachia: cos’è, sintomi, trattamento e novità dalla ricerca

Cos’è?

La celiachia, chiamata anche enteropatia da glutine, è un’infiammazione cronica dell’intestino tenue caratterizzata da un’alterazione, in persone geneticamente predisposte contro il glutine, della risposta immunitaria ad esso da parte dei linfociti T. Tra le popolazioni Europee, con particolare predisposizione nel Nord Europa, la prevalenza della celiachia si aggira intorno tra l’1% e il 3% (in Italia siamo circa allo 1% con un’incidenza sulle donne quasi doppia rispetto agli uomini).

 

Sintomatologia e diagnosi

A livello clinico la sintomatologia è variabilissima e si passa da sintomi più strettamente intestinali, come dolori addominali e diarrea profusa (seguita da un severo dimagrimento), ad altri assolutamente diversi, extra-intestinali, come la frequente insorgenza di anemia sideropenica (ossia l’anemia da carenza di ferro) che non riesce a ristabilirsi tramite la somministrazione del ferro per via orale, ma anche crampi, debolezza muscolare, formicolii, gonfiore alle caviglie, dolori ossei e altri sintomi che a prima vista sono più difficilmente leggibili e condivisi con altre patologie autoimmuni. Quando la celiachia si sviluppa dopo i primi anni di vita, evidenti sono anche il deficit della crescita (staturale e/o ponderale) e un diffuso ritardo nello sviluppo puberale, che nel caso di pazienti che non presentano altra sintomatologia risultano essere i preziosi campanelli d’allarme per l’individuazione della celiachia.

Importante è diagnosticarla tempestivamente poiché se non trattata è in grado di portare a complicanze anche pericolose, come l’insorgenza di linfoma intestinale, tumori della cavità orale, dell’esofago e dell’intestino tenue, ma anche alterazioni non tumorali dell’intestino tenue altrettanto gravi quali l’alterazione anatomica permanenti della sua struttura (tale da rendere il malassorbimento del glutine non più correggibile tramite la dieta gluten-free).

Differentemente alle allergie al grano, la celiachia non è indotta dal contatto epidermico con il glutine, ma soltanto dalla sua ingestione e può essere identificata con assoluta certezza tramite alcuni esami diagnostici da eseguire mentre il paziente sta portando a termine una dieta che comprende il glutine: da un lato la ricerca sierologica di auto-anticorpi specifici e, dall’altro, una biopsia della mucosa duodenale in corso alla duodenoscopia.

 

Trattamento

Attualmente l’unica strada terapeutica percorribile per il trattamento della celiachia è l’eliminazione dalla dieta di tutti i cibi contenenti glutine, quindi i derivati di grano, orzo e segale, che andranno sostituiti con riso, mais, patate, soia o tapioca. Tra gli alcolici la birra è da annoverarsi tra i grandi esclusi. Attenzione particolare, inoltre, bisogna avere con tutti gli alimenti industriali poiché tracce di glutine possono essere presenti in alcuni emulsionanti, addensanti, additivi e stabilizzanti, motivo per cui è sempre necessario, una volta cominciata la dieta priva di glutine, verificare le singole etichette dei cibi.

Persino i farmaci non sono esenti, per questi stessi motivi, da una possibile presenza di glutine: molte compresse e capsule contengono amido. È necessario, perciò, verificare anche le composizioni dei medicinali. Infine, per chi è al principio della sua dieta gluten-free, almeno nei mesi iniziali, è raccomandabile eliminare o almeno ridurre il più possibile il consumo di latte e latticini: l’intestino della persona celiaca, infatti, può registrare un importante deficit nella produzione di lattasi, enzima deputato alla digestione del lattosio.

Novità dalla ricerca

Proprio la mancanza di altre strade, oltre la dieta priva di glutine, nel trattamento della celiachia ha spinto la ricerca a impegnarsi in nuovi studi affinché si possa cercare di dare nuove possibilità di terapia per questa patologia.

Come detto in principio, nella celiachia si innesca un meccanismo di alterazione della risposta immunitaria dei linfociti T e c’è un enzima presente nell’intestino tenue, la transglutaminasi 2, che essendo coinvolto nella deammidazione dei residui di glutammina presenti nel glutine, è in grado con la sua azione di migliorare la stimolazione dei linfociti T e dunque concorrere alla formazione di lesioni della mucosa. Per questo motivo si è pensato di testare un farmaco che inibendo la transglutaminasi possa rivelarsi un potenziale trattamento per la celiachia.

Lo studio in questione è stato pubblicato a inizio luglio sul The New England Journal of Medicine[1] e ha visto coinvolti pazienti celiaci divisi in quattro gruppi di somministrazione: i primi 3 trattati con il farmaco da testare (ZED1227) somministrato in diversi dosaggi e il quarto con il placebo. La necessità di sviluppare questo test per il raggiungimento di un possibile trattamento aggiuntivo alla dieta senza glutine è giustificata da una doppia motivazione: da una parte perché si è riscontrata una difficoltà nell’esclusione totale del glutine e dall’altra perché una volta che la mucosa è stata intaccata, non avviene una completa guarigione nel 40% degli adulti celiaci che mantengono comunque un’alimentazione gluten-free. Sebbene dal trial clinico sia stato evidenziato che vi siano degli affetti avversi, essi sono gli stessi tra i gruppi che hanno assunto il farmaco e il gruppo placebo, dunque non è possibile ancora escludere con certezza che essi siano effetti indesiderati dati dal farmaco, in quanto potrebbero essere semplicemente collegati all’assunzione del glutine. Infatti, nonostante la somministrazione di ZED1227, che è un inibitore della transglutaminasi 2, non si può escludere che l’ingestione di glutine riesca comunque ad attivare i recettori che scatenano la reazione delle celluleT e che quindi poi portano a nausea, vomito e altri effetti avversi di questo tipo. Quello che però fa ben sperare è che quello con ZED1227 sia il primo trattamento “non-dietetico” che ha preliminarmente dimostrato la capacità di prevenire il danno della mucosa nelle persone celiache. Ora resta però da determinare se questo trattamento, e più in generale l’uso di inibitori di transglutaminasi 2, sarà efficace per i pazienti celiaci nella vita di tutti i giorni e con un’esposizione al glutine a lungo termine.

Sicuramente, concludendo, tale studio solleva la possibilità che si venga dimostrata l’efficacia di questo tipo di strategie terapeutiche che mirano direttamente ad agire sulle modificazioni degli antigeni autoprodotti nelle malattie autoimmuni in generale e non soltanto per la celiachia.

Dr. Alfio Garrotto