338 Alfio Garrotto Articoli
30 agosto, 2021

La chirurgia bariatrica può essere risolutiva?

Quando si parla di chirurgia bariatrica bisogna tenere presente che sono in essa annoverati degli interventi che possono rivelarsi fondamentali per i pazienti gravemente obesi, affinché possano curare non solo l’obesità, ma anche le malattie a essa associate come ad esempio il diabete di tipo 2 o altre patologie metaboliche.

A tal proposito, lo scorso aprile sono stati presentati al congresso dell’American Surgical Association (ASA) i risultati di un nuovo studio[1] che ha messo a confronto un campione di adulti obesi affetti da diabete di tipo 2 e sottoposti a chirurgia bariatrica a un campione di pazienti a cui è stata assegnata una terapia medica, confrontando i dati in termini di qualità della vita.

La ricerca, portata avanti in prima battuta dal professor Ali Aminian, associato di chirurgia e direttore del Bariatric and Metabolic Institute della Cleveland Clinic, ha evidenziato che gli effetti a lungo termine (su base annuale fino a 5 anni) sono nettamente in favore di chi si è sottoposto all’intervento di chirurgia bariatrica, registrando una migliore percezione di generale salute e benessere, una migliore qualità della vita e un migliore rapporto tra energia/affaticamento. Stessa cosa non si può dire di coloro ai quali è stata assegnata la sola terapia medica intensiva, che invece non hanno registrato alcun significativo incremento della qualità della propria vita. Va segnalato, però, che sotto il profilo psicologico e sociale non sono state osservate differenze significative tra i due gruppi, il che fa pensare che se al miglioramento della salute fisica auto-riportata non corrisponde un miglioramento della sfera psico-sociale, essa resta un aspetto sul quale bisogna iniziare a porre una maggiore e più profonda attenzione, poiché non si giunge a miglioramenti significativi in questo ambito solo a partire dal miglioramento fisico.

Nella ricerca summenzionata le tipologie di intervento bariatrico a cui sono stati sottoposti i pazienti che compongono il campione sono le due attualmente più praticate, ossia la gastrectomia a manica (sleeve gastrectomy) e il bypass gastrico (bypass Roux-en-Y). Entrambe le tipologie rientrano nella categoria degli interventi mini-invasivi da svolgersi in laparoscopia ed entrambi inducono a una perdita di peso in conseguenza di un ridotto senso di fame e di un aumento del senso di sazietà.

Per quanto riguarda la gastrectomia a manica si tratta di una resezione verticale che viene operata lungo la grande curvatura (una parte significativa dello stomaco), ottenendo uno stomaco residuo di massimo 150ml. Si preserva l’innervazione vagale e la regione del piloro.

Per quanto concerne, invece, di bypass gastrico, intervento ormai praticato dalla fine degli anni ‘60 del secolo scorso, esso consiste nella creazione di una sorta di piccola tasca gastrica collegata direttamente all’intestino tenue, che non comunicando con il resto dello stomaco lo esclude (duodeno compreso) dal transito alimentare.

Attenzione, però, entrambe queste pratiche in primo luogo non sono adatte a tutti i pazienti affetti da obesità, dunque non vanno viste come rapide scorciatoie per “risolvere un problema” ma piuttosto come mezzo per tentare di ottenere un risultato, e in secondo luogo non sono sufficienti, da sole, a risolvere l’obesità. È bene precisare questi aspetti perché risulterebbe sbagliato approcciarsi con sufficienza a questo tipo di interventi, che lo ricordo ancora una volta, vanno valutati con lo specialista e affrontati con tutte le cautele del caso, senza sottovalutarne la preparazione pre-operatoria, le possibili controindicazioni e la procedura da seguire nelle settimane (anche mesi) successivi all’intervento.

In particolare cercare di ottimizzare la fase preoperatoria attraverso alcune azioni chiave, quali la sospensione del fumo o il controllo glicemico o ipertensivo o ancora un calo di peso ponderale programmato (circa del 10%), può essere d’aiuto sia nell’esecuzione dell’intervento stesso sia nella delicata fase post-operatoria diminuendo le possibilità di insorgenza di controindicazioni e aumentando le possibilità di un mantenimento di lungo corso della perdita di peso.

Inoltre, una volta svolto l’intervento, bisognerà seguire con estrema cura il protocollo di “svezzamento” fino a quando lo stomaco non sarà cicatrizzato completamente e pronto per ricevere cibi solidi. Nella prime ore dopo l’intervento si procederà con l’ingestione di soli liquidi chiari, poi in una prima fase di dieta liquida si potranno bere bevande a base di acqua come tisane, tè, brodi a temperatura ambiente e succhi di frutta limpidi. Solo in un secondo momento si potrà passare a una diete semiliquida a base di cibi frullati o omogeneizzati. Di solito questa fase si completa a circa un mese dall’intervento, periodo dopo il quale, piano piano, si inizieranno a reinserire i cibi solidi.

È fondamentale che il paziente si abitui all’idea di seguire un tipo di condotta alimentare lungo tutto l’arco della sua vita, eliminando determinati alimenti (e bibite), imparando a dedicare almeno 20/30 minuti ai pasti principali tramite la lenta masticazione di piccole quantità di cibo per volta (la voracità nel consumare i pasti deve essere assolutamente abbandonata), facendo 5 pasti giornalieri (3 principali e 2 spuntini) e bevendo a circa 30 minuti di distanza dai pasti principali. Solo tramite il miglioramento dello stile di vita e del comportamento alimentare, infatti, si potranno registrare dei risultati positivi a medio e lungo termine: in questo un grande ruolo è rivestito dalle visite scadenzate di follow up nutrizionale volte a educare il paziente ed evitare che ricada in comportamenti alimentari errati capaci di far recuperare parte del peso perso e far registrare problemi secondari.

Infine, anche la sedentarietà e lo stress dovuti a momenti di particolare impatto emotivo potrebbero essere fattori di rischio per la ricaduta di comportamenti alimentari errati che portano al consumo di cibo da parte del paziente su base emotiva, ed è dunque sempre consigliabile affiancare al sostegno nutrizionale quello psicologico e promuovere uno stile di vita attivo che comprenda nella routine giornaliera l’attività fisica come buona prassi.