158 Alfio Garrotto Articoli
13 agosto, 2021

E se ci fosse un vaccino per ogni tipo di Coronavirus?

Torno, dopo qualche tempo, a parlare della pandemia poiché proprio in questo periodo in cui le vaccinazioni sembrano macinare numeri incoraggianti e la bella stagione ci rende più speranzosi, è bene non abbassare la guardia, essere prudenti e mai come in questo delicato periodo affidarsi alla scienza e ai suoi progressi di studio e ricerca.

Abbiamo ormai imparato a conoscere il virus e sappiamo che, sebbene i vaccini siano lo strumento essenziale per uscire dalla pandemia, potrebbero comunque non essere sufficienti a mettere la parola “fine” in maniera definitiva. Abbiamo già avuto prova, infatti di quanto il virus con l’insorgere di nuove varianti (vedasi la diffusione della variante delta e lambda) trovi strade sempre più efficaci di diffusione e di permanenza laddove il soggetto colpito non abbia un sistema immunitario che lavori in maniera sufficientemente efficace.

La scienza dal canto suo si sta quindi muovendo con anticipo nel cercare di studiare nuove tipologie di vaccini che siano in grado di generare una risposta immunitaria contro ogni forma di coronavirus, così da poter prevenire nuove pandemie, ma anche ipotetici nuovi salti di specie (in particolare per quanto riguarda la famiglia dei betacoronavirus).

In un interessante articolo uscito sul numero di giugno di Le Scienze Roberta Villa, una delle maggiori divulgatrici ed esperte di comunicazione della scienza ed ex membro del National Immunization Technical Advisory, ha raccolto in una summa ragionata le attuali sperimentazioni più promettenti proprio tra quelle che stanno puntando alla creazione dei cosiddetti vaccini contro il pancoronavirus.

Già a maggio, in una nota AGI, era stata presentata una delle prime ricerche in questo ambito, ossia quella del team della Duke University guidato da Kevin Saunders. Il tipo di vaccino che stanno sperimentando ha mostrato, per adesso, una risposta immunitaria nelle scimmie ed è stato progettato per colpire tutte le diverse varianti di coronavirus compresi quelli che circolano tra i pipistrelli (batcov), i quali in caso di una mutazione potrebbero essere causa di nuove epidemie. Per quanto riguarda il funzionamento, basato su una nanoparticella che simula una sezione del virus, lo stesso Saunders ha fornito delucidazioni affermando che il vaccino che stanno sperimentando è costituito da una proteina e non da un mRNA e questo consente di includere solo una piccola parte del virus rispetto a quelli a mRNA. “Infine, il nostro vaccino”, conclude “mostra più copie di piccole parti del virus, consentendo un riconoscimento ottimale del sito vulnerabile del virus da parte delle cellule immunitarie”[1].

Un altro laboratorio che sta lavorando in questo senso è quello di zoonosi virali dell’Università di Cambridge e di DIOSynVax guidato da Johnathan Heeney. Proprio alla fine dell’estate, infatti, dovrebbero far entrare il proprio prototipo di vaccino pancoronavirus nella prima fase di sperimentazione su volontari umani, grazie al fatto che il laboratorio sin dall’inizio della pandemia, mentre tutti si concentravano solo sul virus isolato a Wuhan, si è invece orientato sullo studio degli antigeni (quelle parti di virus capaci di indurre una risposta immunitaria) cercando tramite essi di basare il nuovo vaccino sulle sequenze genetiche precise in grado di provocare risposta immunitaria. Le tecnologie più avanzate, del resto, consentono anche di isolare all’interno degli antigeni stessi, delle porzioni ancora più piccole (epitopi) che generano una risposta immunitaria protettiva per cercare quelli che sono condivisi da coronavirus differenti e che ne possono costituire, in qualche modo, il “minimo comun denominatore”.

In ultimo, vorrei menzionare uno studio tutto italiano intrapreso dal laboratorio di Humabs/Vir a Bellinzona con il quale si è messo a punto un anticorpo monoclonale (VIR7831) capace di neutralizzare diverse varianti di coronavirus (non solo SARS-CoV-2) poiché si focalizza solo su una piccola porzione della ormai nota proteina spike, ossia la porzione in grado di attaccarsi al recettore una volta nel nostro organismo, porzione comune a tutti i diversi tipi di coronavirus a noi noti. Questo prodotto italo-svizzero non è un vaccino, in quanto invece di generare, come gli altri, un’immunità attiva, fornisce un’immunità passiva dall’esterno. Se l’anticorpo in sé ha già trovato ampiamente riscontro nelle pagine autorevoli di Nature e può rappresentare il presupposto fondamentale per lo sviluppo di vaccini pancoronavirus, la somministrazione di VIR7831 è in fase sperimentativa e ancora non abbiamo dati pubblicati che possano farci sbilanciare. Sicuramente, comunque, si tratta di un ottimo punto di partenza e, anzi, proprio sugli anticorpi monoclonali si sta puntando molto nel mondo scientifico.

La ricerca, insomma, non si ferma e anzi continua a ritmi forsennati il suo lavoro di studio per essere in prima linea nella lotta non solo contro il Covid-19, ma anche contro ogni tipo di coronavirus. Se c’è una cosa che abbiamo imparato, è che bisogna essere previdenti e non farsi cogliere impreparati. Ogni tassello in più nella conoscenza di questi virus è un tassello in più a nostro favore per riuscire a sconfiggerli.