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2 luglio, 2021

Tumore dello stomaco: cos’è e quali sono i rischi post-chirurgici

Il tumore dello stomaco, o adenocarcinoma gastrico, è tra i tumori più diffusi (in Italia è l’ottavo tumore per incidenza e il quinto per causa di morte) con quasi 15.000 nuove diagnosi ogni anno se guardiamo solamente al nostro Paese.

Sebbene non ci sia un’unica causa a spiegarne l’insorgenza, esso può sicuramente essere prevenuto tramite un’alimentazione ricca di frutta e verdura e povera di carni rosse o insaccati, uno stile di vita attivo e l'astensione dal fumo. Inoltre, si è appurata la relazione esistente tra la presenza di un determinato batterio, l’Helicobacter pylori, e lo sviluppo successivo della neoplasia, motivo per il quale in presenza di gastriti determinate da questo batterio è fondamentale eradicarlo in maniera definitiva tramite trattamento antibiotico, tanto “banale” quanto realmente decisivo nel far sì che non si sviluppi in seguito il tumore. Per fortuna negli ultimi decenni, anche grazie alla sempre migliore conservazione degli alimenti è andata diminuendo la presenza di Helicobacter e di conseguenza lo sviluppo, conseguente al batterio, di adenocarcinoma gastrico.

Sulla base dello stadio della malattia avremo il tumore in fase iniziale o avanzata e, come per molte altre neoplasie, anche in questo caso riuscire ad arrivare nella fase iniziale risulta essere importantissimo in termini di aspettativa di vita. Quando infatti esso è limitato alla sottomucosa dello stomaco e non presenta metastasi la sopravvivenza a cinque anni dall’insorgenza è del 90%, al contrario dei casi in cui si arriva a uno stadio avanzato facendo scendere questa percentuale sino al 25%. Purtroppo la sintomatologia, specialmente negli stadi iniziali, non ha grosse specificità (es. bruciore di stomaco, gonfiore, difficoltà di digestione, nausea o vomito) e potrebbe portare a ignorare la neoplasia scambiandola per ulcera peptica o gastrite. Proprio l’inefficacia del trattamento per queste patologie deve costituire un campanello d’allarme tale da portare a valutare tramite gastroscopia la severità della condizione.

Gli approcci terapeutici possono essere diversi in base alla tipologia e all’avanzamento del tumore. Senz’altro la chirurgia, per tumori precoci e localizzati all’interno dello stomaco, può anche rivelarsi risolutiva; al contrario in casi in cui la neoplasia fosse a uno stadio più avanzato la chirurgia deve essere abbinata alle cure chemioterapiche o dopo l’intervento (adiuvanti) o prima dell’intervento (neoadiuvanti) per far sì che si operi dopo aver ridotto il tumore. Se invece non è possibile procedere per via chirurgica si attueranno diversi protocolli farmacologici caso per caso.

Fortunatamente di recente si è rilevato possibile per gli adenocarcinomi gastrici metastatici, dunque a livello già avanzato e non operabili chirurgicamente (come, ad esempio, la tipologia associata al fenomeno dell’instabilità dei microsatelliti), agire a livello molecolare, tramite l’immunoterapia. La nuova opzione a base immunoterapica è una novità importante perché fornisce uno strumento in più per combattere la malattia quando è in stadi avanzati e/o in forme molto aggressive.

Sul fronte chirurgico, invece, i problemi che potrebbero svilupparsi sono altri e riguardano la fase post-operatoria. Infatti la gastrectomia praticata, in base all’estensione del tumore, può essere di due tipi: parziale e totale. Nel primo caso con l’intervento si va a eliminare solo la parte interessata dal tumore e alcune parti di altri tessuti e organi vicini, nel secondo caso invece si elimina per intero lo stomaco connettendo poi l’esofago (o lo stomaco residuo) direttamente al piccolo intestino. Dopo questo tipo di operazione 9 pazienti su 10 riscontrano difficoltà nella nutrizione, dicendosi spaventati di mangiare e sentirsi male: è quanto emerge  dallo studio promosso dalla Società Italiana di Nutrizione Clinica e Metabolismo (SINUC) in collaborazione con il Gruppo Italiano di Ricerca sul Cancro Gastrico (Gircg) che si è concentrato sulle oscillazioni glicemiche dei pazienti che hanno subito gastrectomia e che è stato presentato in occasione del 4° Seminario di Studi sulla Nutrizione nei Gastroresecati organizzato dall’Associazione “Vivere senza stomaco, si può” Onlus.

Già nel seminario dello scorso anno era stato fatto presente un dato preoccupante, ossia che solo un paziente su 3 sopravvive a 5 anni dalla diagnosi, per la mancanza di percorsi nutrizionali adeguati e di esperti di nutrizione clinica negli ospedali e sul territorio fin dalla diagnosi; lo studio presentato quest’anno,dunque, non fa che rafforzare il quadro delle difficoltà oggettive che una persona che ha subito gastrectomia deve sostenere per condurre una vita “normale” dopo l’intervento. Il passaggio del cibo nell’intestino tenue è troppo veloce e, a partire da pochi minuti dalla fine del pasto fino a tre ore dopo il pasto, si possono presentare dei sintomi molto vari come dolore e distensione addominale, nausea, vomito, diarrea, debolezza, vertigini, sudorazione e così via, dovuti appunto allo svuotamento repentino dello stomaco, la dumping syndrome.

Un altro disturbo possibile in questi soggetti è l’ipoglicemia reattiva isolata, che porta a sudorazione, debolezza, tremori e palpitazioni nel lasso di tempo che va dalla fine del pasto alle 2-3 ore successive.

La dumping syndrome e l’ipoglicemia reattiva isolata portano a sbalzi glicemici importanti che possono essere molto dannosi, avendone già osservato le conseguenze nei pazienti affetti da diabete che frequentemente sono soggetti a queste variazioni e che sappiamo essere in grado di portare a danneggiamenti dell’endotelio dei vasi, ma anche al coma glicemico e al ricovero.

Con la prima fase di osservazione condotta da questo studio, dunque, si è potuto dimostrare che l’89% del totale dei soggetti partecipanti che ha subito gastrectomia, riporta dopo i pasti sintomi compatibili con delle importanti oscillazioni glicemiche, quali debolezza, vertigini, sudorazione associate anche a dolore, nausea e vomito. Adesso è al via la seconda fase della sperimentazione in cui per due settimane, tramite appositi sensori sottocutanei, verranno continuamente monitorati i valori glicemici dei soggetti coinvolti.

Sicuramente però già sin d’ora possiamo dire che, per migliorare la qualità della vita di questi pazienti, per cercare di renderli meno spaventati dal momento del pasto e per consentirgli di sentirsi sicuri (tramite la certezza del monitoraggio), andrebbe prevista l’erogazione di sensori glicemici anche per chi ha subito gastrectomia, come avviene già per i diabetici, essendo gli sbalzi glicemici molto pericolosi per la salute ed essendoci la necessità di tenerli a bada.

Per adesso soltanto l’Emilia-Romagna eroga gratuitamente questi dispositivi, ma nel futuro mi auguro che anche le altre regioni d’Italia possano seguirne l’esempio affinché si possa rispondere al bisogno di questi pazienti.

Dr. Alfio Garrotto