444 Alfio Garrotto Articoli
17 giugno, 2021

Nuovi scenari per la lotta al tumore del colon

Torno a parlare dopo qualche mese del tumore del colon-retto perché, come sappiamo, è una patologia di grande attenzione per la ricerca essendo attualmente la terza causa di morte nel mondo per cancro.

Esso ha tra i principali fattori di rischio per la sua insorgenza, oltre all’età, al tipo di dieta (se poco varia e non equilibrata) e al fumo, anche alcuni errori casuali nel DNA che possono verificarsi durante la divisione cellulare. Alcune di esse, le più frequenti, sono infatti in grado di causare una crescita cellulare incontrollata delle cellule stesse. Ovviamente sono moltissimi i progressi fatti negli ultimi decenni per comprendere sia la biologia di questo tipo di tumore sia i trattamenti più efficaci, ma purtroppo le terapie attualmente a disposizione non sono ancora migliorate significativamente e, tra l’altro, la maggior parte dei pazienti affetti da questa patologia lo scopre quando sono già presenti metastasi epatiche.

Proprio l’insorgenza di metastasi è la causa principale per cui il tumore si rivela letale. Ma dalla ricerca sembrano arrivare buone notizie. Tre sono gli studi che menzionerò e che ritengo siano di grande rilievo per le prospettive future.

La prima ricerca è quella condotta dall’Istituto di genetica e biofisica “Adriano Buzzati Traverso” del Cnr di Napoli grazie alla quale sono stati identificati due marcatori che inducono le cellule staminali tumorali del colon a sviluppare metastasi. Andando a colpire tali fattori si potrebbe eliminare selettivamente la popolazione specifica delle cellule tumorali andando di fatto a tentare di bloccare il meccanismo metastatico. I risultati prodotti dallo studio, grazie alla Fondazione AIRC, sono stati pubblicati sulla rivista Theranostics[1].

Perché può rivelarsi decisiva l’individuazione di questi marcatori specifici?

Perché essa può portare a strutturare trattamenti validi e diversificati paziente per paziente. Ecco perché ci sono vari studi in atto in questi ultimi anni nello studio delle cellule staminali tumorali in quanto, essendo stato provato il peso che possono avere nel facilitare non solo l’ampliamento del tumore, ma anche l’insorgenza di metastasi, è diventato sempre più un ambito di ricerca da scandagliare. Senza contare che le cellule staminali tumorali si sono rivelate, nella maggior parte dei casi, molto resistenti al trattamento chemioterapico e dunque, non di rado, sono le prime responsabili delle recidive. Proprio a questo proposito, la dottoressa Enza Lonardo del Cnr-Igb di Napoli, ha dichiarato che lo studio in questione «ha identificato una sottopopolazione di cellule staminali tumorali caratterizzata dalla elevata espressione della molecola di adesione L1cam. La co-espressione di tale fattore con il recettore Cxcr4, noto per favorire la migrazione delle cellule tumorali in organi distanti, incrementa il potenziale tumorigenico delle cellule staminali tumorali, rendendole altamente resistenti al trattamento chemioterapico e favorendo l’insorgenza di metastasi, in particolare nel fegato»[2].

Identificando i meccanismi molecolari alla base dell’elevata co-espressione di cui parla la dottoressa Lonardo, si è notato che essi non erano presenti nelle cellule sane del colon, ma si attivano in quelle tumorali che risiedono in un ambiente povero di ossigeno e che registra la presenza di una determinata molecola (Nodal). La coesistenza di questi due fattori è promotrice dello sviluppo di una tipologia tumorale più aggressiva e più restia a rispondere positivamente alle terapie farmacologiche consuete. La scoperta di questi due marcatori potrà nel medio-lungo periodo a mettere a punto dei farmaci nuovi che possano in maniera diretta agire miratamente nella riduzione dei marcatori, ma anche indirettamente sulla composizione del microambiente tumorale incidendo su quantità di ossigeno e regolando la presenza della molecola Nodal. Agendo su questi aspetti si ridurrebbe di conseguenza l’aggressività tumorale e la sua capacità metastatica, rendendo il tumore più curabile e meno predisposto alla recidiva.

Le altre due ricerche condotte sul tumore del colon retto di cui vi voglio accennare sono invece state pubblicate sulla rivista Cancer Discovery[3] e sono il frutto degli studi rispettivamente del team dell’Istituto di Candiolo Irccs in collaborazione con il Wellcome Sanger Institute di Cambridge e con l’Istituto Tumori di Amsterdam e, l’altro, dello stesso team dell’Istituto di Candiolo Ircss ma in collaborazione con l’Università di Torino.

Lo studio condotto in collaborazione con Cambridge e l’istituto tumori di Amsterdam apre la strada ai pazienti con le minori probabilità di sopravvivenza svelando un “punto debole” del tumore che può essere bersagliato farmacologicamente: l’enzima Werner o Wrn, una molecola che “sciogliendosi” nel dna delle cellule tumorali, “rompe” la doppia elica e agevola la loro moltiplicazione. Bloccando il gene dell’enzima Wrn responsabile del processo di elicasi, i pazienti riescono a essere più ricettivi nelle terapie, estendendo ad esempio il trattamento con immunoterapia a questo tipo di tumore che in molti casi non ne traevano alcun beneficio. Il professor Alberto Bardelli, direttore del Laboratorio di Oncologia Molecolare dell’Irccs Candiolo ha dichiarato: «Abbiamo dimostrato su modelli tumorali che non rispondono agli immunoterapici che somministrando una doppia immunoterapia, la anti-Ctla-4 oltre alla classica anti-Pd-1, il tumore regredisce, con ricadute cliniche rilevanti in futuro»[4].

L’altro studio, sempre coordinato dal professor Alberto Bardelli, ma stavolta in collaborazione con l’Università di Torino, sempre su questa stessa lunghezza d’onda di trovare protocolli terapici più efficaci, sembra evidenziare la possibilità di estendere la validità dell’immunoterapia anche a quei pazienti che normalmente non rispondono alle cure tramite la combinazione di due farmaci immunoterapici che sono in fase di sperimentazione.

Molte novità, insomma, giungono dalla ricerca per la battaglia contro questo insidioso tipo di tumore. Nel prossimo futuro potremmo avere delle frecce in più al nostro arco per combatterlo.

Dr. Alfio Garrotto