258 Alfio Garrotto Articoli
25 maggio, 2021

Covid-19 nei bambini: perché riescono a sconfiggerlo meglio e prima?

C’è un’ipotesi su cui virologi e immunologi si sono espressi a più riprese, ossia il fatto che i bambini siano in grado di sconfiggere più velocemente e meglio il Covid-19 avendo una risposta immunitaria tale da rendere di conseguenza la carica virale molto meno elevata. Con il progredire della pandemia e la chiusura/apertura delle scuole (questione socialmente di grande importanza), è utile cercare di dare delle risposte più precise su questo fenomeno e capire cosa si può imparare in più sul virus studiando la risposta immunologica dei più piccini, anche in vista della definizione di nuove strategie di immunizzazione che portino a riconsiderare le misure di controllo legate al contagio. L’ospedale pediatrico Bambino Gesù (Opbg) insieme all’Università di Padova e all’istituto zooprofilattico di Venezia hanno condotto un’indagine ospedaliera in merito, pubblicandone i risultati sulla rivista specializzata Cell Reports.[1]

L’indagine ha coinvolto 66 bambini di età compresa tra 1 e 15 anni, che si presentavano paucisintomatici (a inizio infezione), poi asintomatici e clinicamente guariti dopo una sola settimana e che si trovavano ricoverati (estate 2020) nel centro Covid del Bambin Gesù di Palidoro poiché i loro genitori o fratelli erano positivi. Non hanno invece preso parte i pazienti che presentavano un quadro severo (come, ad esempio, quei pazienti con MIS-C, ossia Multisystem inflammatory syndrome in children, una rara patologia infiammatoria che si sviluppa in alcuni bambini e adolescenti come conseguenza del Covid-19).

Dallo studio condotto è emerso che quei bimbi in grado di “neutralizzare” facilmente e velocemente il virus avevano un profilo immunologico «caratterizzato da una grande quantità di linfociti T e B specifici contro SARS-CoV-2, capaci di riprodursi velocemente una volta entrati in contatto con l’agente patogeno e di produrre un gran numero anticorpi neutralizzanti», facendo sì che nel giro di una settimana essi potessero avere «una bassissima carica virale (meno di 5 copie virali per microlitro di sangue), tale da annullare di fatto la loro capacità infettiva, dunque la possibilità di contagio, anche in presenza di un tampone ancora positivo»[2]. Tra i bambini si è notata, inoltre un’altra strana correlazione, ossia che quelli con il profilo immunologico più favorevole a contrastare il virus, con una quantità ingente di linfociti T e B, erano gli stessi piccoli pazienti che nel corso della loro storia clinica erano entrati più spesso a contatto con altri virus stagionali.

Quali possono essere le utili conclusioni, in ottica futura, dei dati raccolti da quest’indagine? Come queste preziose informazioni possono servirci nella lotta al Covid-19?

Innanzitutto, l’aver indentificato le precise caratteristiche del quadro immunologico più favorevole a neutralizzare il virus fa sì che potremmo essere in grado di inserire un criterio immunologico ed epidemiologico per il rientro dei bambini a scuola, avendo visto che in presenza di questi anticorpi neutralizzanti si sviluppa una scarsissima possibilità trasmissiva che dopo breve tempo decade del tutto. Quantizzare il numero di copie del virus farà sì che in un prossimo futuro non solo potremmo dire se un soggetto è positivo o meno, ma anche provarne a definire il numero di copie con cui è infettato per studiare delle misure restrittive individuali, personalizzate in base al quadro immunologico e virale. Il dottor Paolo Palma, responsabile del dipartimento di Immunologia clinica e di Vaccinologia del Bambin Gesù, che ha condotto l’indagine ha infatti spiegato che avere tali dati consentirà di facilitare la gestione del flusso di pazienti cronici ospedalieri che con il Covid-19 ha subito grossi rallentamenti.

Inoltre, l’indagine ha mostrato l’esistenza di una correlazione tra il numero di copie del virus a livello nasale e il tipo di infezione che poi il soggetto ha sviluppato: ciò ha reso possibile identificare il livello di carica virale e di conseguenza ha favorito la comprensione della capacità trasmissiva del virus, dimostrando che alcuni recettori che fanno da porta d’ingresso al virus, in età pediatrica, sono ridotti. Con ciò, ovviamente, non si vuol giungere alla conclusione di sottovalutare il Covid-19 pensando che in età pediatrica esso non sia efficace o che i bambini siano “naturalmente immuni”, perché sarebbe un errore marchiano e pericoloso. Semplicemente i bambini hanno mostrato una migliore tolleranza immunologica rispetto all’adulto, ma sono anche presenti dei casi con infiammazioni severe e proprio l’aspetto sintomatologico è come per gli adulti specchio del grado di infiammazione del paziente in causa. La sindrome multi-infiammatoria sistemica, di cui ho accennato poco sopra, che può svilupparsi nel bambino dopo l’incontro con il virus, ad esempio, è una sindrome molto grave che dimostra una diversa risposta infiammatoria, solitamente essa non si presenta, ed è molto rara, ma ci dimostra come il virus in alcuni casi possa essere molto pericoloso anche in età pediatrica, sebbene in generale la risposta immunologica dei bimbi sia molto buona e tale da non far scattare infiammazioni così gravi.

Infine, i risultati di questa indagine potranno portare a migliorie sul piano vaccinale e su quello terapico. Identificare il profilo immunologico specifico, infatti, potrebbe essere utile per misurare l’efficacia dei futuri studi sulla vaccinazione pediatrica e sul piano della terapia la conoscenza del singolo paziente e del suo quadro immunologico potrebbe aprire la strada a interventi mirati per chi è a rischio di presentare sintomi più gravi, intervenendo in anticipo e con farmaci specifici che possano aiutare a sconfiggere il virus più facilmente.

Un altro tassello, dunque, che si aggiunge in ambito scientifico per la comprensione del virus e dei suoi meccanismi e che ci consente di fare un passo in avanti nella strada per sconfiggerlo.