288 Alfio Garrotto Articoli
20 aprile, 2021

Ipercolesterolemia: cos’è e perché non sottovalutarla

Il colesterolo è una molecola lipidica necessaria per il corretto funzionamento dell’organismo, in quanto ha un ruolo importante nella sintesi di alcuni ormoni, oltre che della vitamina D, ed è un costituente delle membrane cellulari. Esso viene prodotto dal fegato e può generarsi in quantità maggiore anche in conseguenza al consumo di determinati cibi: gli alimenti con elevato contenuto di grasso animale (es. butto, salumi, formaggi) lo contengono, mentre alimenti come frutta, verdura e cereali ne sono privi. Il colesterolo viene trasportato tramite il sangue grazie alle lipoproteine (una classe particolare di particelle) che in base alla densità (inversamente proporzionale alla quantità di colesterolo presente) possono essere di due tipi:

  • lipoproteine a bassa densità, o LDL, trasportano il colesterolo sintetizzato dal fegato alle cellule del corpo;
  • lipoproteine ad alta densità, o HDL, rimuovono il colesterolo in eccesso nei tessuti per riportarlo al fegato, che dovrà provvedere a eliminarlo.

Le lipoproteine a bassa densità (LDL) sono quelle meglio note nel linguaggio comune come “colesterolo cattivo” poiché quando si presentano in quantità eccessiva hanno la tendenza a depositarsi sulla parete delle arterie portando così a un ispessimento della stessa e a un progressivo indurimento, ossia al processo di aterosclerosi che nel tempo, se non curato adeguatamente, può portare a sua volta alla formazione di ateromi (placche all’interno della parete arteriosa) che rendono difficoltoso il passaggio del flusso sanguigno e addirittura possono staccarsi e generare un’ostruzione, o trombo, in grado di provocare claudicatio intermittens, infarto cardiaco o ictus. Si può parlare dunque di ipercolesterolemia quando il valore di colesterolo totale raggiunge livelli che superano i 200mg/dl, di cui HDL inferiore a 50mg/dl e LDL superiore a 100mg/dl.

L’ipercolesterolemia, inoltre, insieme ad altri fattori di rischio quali ipertensione, obesità e tabagismo, è uno di quei fattori che con un cambio nello stile di vita può essere modificato. Già “semplicemente” con un’alimentazione sana si può ridurre la quantità di colesterolo nel sangue del 5-10%, diminuendo di conseguenza anche l’insorgenza delle suddette malattie cardiovascolari. È molto importante affrontare questo tema visto che, purtroppo, in assenza di un monitoraggio dei valori routinario (comuni analisi del sangue sono utilissime nel controllo del colesterolo) non è presente una chiara sintomatologia che può far correre ai ripari, anzi è spesso asintomatica, non dando affatto ‘disturbi diretti’, potendo portare le persone che ne sono affette a ignorare questo problema per lungo tempo. La concomitanza di malattie metaboliche (es. diabete) o comunque di problematiche legate a un aumento importante del peso (fino anche all’obesità) e a una vita molto sedentaria, sono campanelli d’allarme che devono spingere a un maggiore controllo poiché questi potrebbero essere soggetti più facilmente affetti da ipercolesterolemia.

Ci sono anche soggetti geneticamente predisposti, ossia chi ha una serie di mutazioni a carico del gene recettore deputato all’LDL e in questo caso si tratta di ipercolesterolemia ereditaria. Si avranno dunque, anche a partire dalla giovane età, livelli importanti di colesterolo totale (e in particolare di LDL) nel sangue ma non di trigliceridi. Nelle così dette forme omozigote le mutazioni portano a una forma molto grave sin dall’infanzia, con la formazione di placche all’interno della pelle (specialmente in alcuni punti come ginocchia, gomiti, natiche), arrivando a volori totali di colesterolo altissimi (tra 600 e 1200 mg/dl). Diversamente i soggetti eterozigoti hanno una forma più lieve che si sviluppa in genere dopo i 35 anni per gli uomini e dopo i 45 per le donne.

Diverse evidenze scientifiche e i numeri degli ultimi anni in continuo aumento hanno spinto gli specialisti europei a modificare le linee guida ESC/EAS (European Society of Cardiology/European Society of Atherosclerosis) per la gestione delle dislipidemie, abbassando ulteriormente i valori target che ho segnalato poco fa, facendoli arrivare a queste soglie di sicurezza: 116 mg/dL per pazienti a basso rischio cardiovascolare, 100 mg//dL per soggetti a rischio moderato, 70 mg/dL per i pazienti ad alto rischio e 55 mg/dL per quelli a rischio molto alto.

Anche in Italia la situazione va monitorata, in quanto secondo uno studio condotto dall’Osservatorio Epidemiologico Cardiovascolare (OEC)/Health Examination Survey (HES) sulla popolazione di età compresa fra 35 e 74 anni tra il 1998 e il 2012, il valore medio di colesterolo totale è sensibilmente aumentato sia negli uomini sia nelle donne, registrando anche un aumento in generale dell’incidenza del disturbo che è passato, per gli uomini, dal 20,8% al 34,3%, e per le donne dal 24,6% al 36,6%.

Per limitare i rischi dovuti alle pericolose conseguenze a livello cardiocircolatorio e cardiovascolare associati bisognerà dunque evitare il tabagismo, abbracciare uno stile di vita più attivo, mantenere sotto controllo l’alimentazione (e il peso), monitorare ipertensione e diabete. Laddove queste attenzioni non fossero sufficienti, in base a precise linee guida, si interviene con una terapia farmacologica tra queste (ricordando sempre che ciascuna terapia ha potenzialmente degli effetti indesiderati e che quindi va concordata caso per caso con il proprio specialista):

  • statine: per ridurre la produzione di colesterolo LDL e al contempo potenziare la capacità epatica di rimozione di quello in circolo;
  • sequestranti della bile acida: per far sì che legandosi al colesterolo presente nella bile acida dell’intestino esso venga espulso con le feci, di conseguenza abbassando i valori LDL;
  • niacina: per abbassare i livelli di colesterolo totale (ma in particolare LDL) e di trigliceridi, a favore della quota HDL;
  • fibrati: fondamentalmente usati per abbassare i trigliceridi, sembra riescano ad aumentare il colesterolo HDL (“buono”) a scapito del “cattivo”, ma non esistono ancora dati certi a tal proposito;
  • ezetimibe: per ridurre l’assorbimento del colesterolo che assumiamo dall’alimentazione.

L’interesse e la ricerca intorno ai disturbi lipidici, infine, ha portato ad approfondire gli studi per trovare nuovi trattamenti per chi ne soffre. Recentemente, sul Cardiology Journal[1], è stato pubblicato uno studio al riguardo circa alcune proteine simili all’angiopoietina (ANGPTL) per il trattamento dell’ipertrigliceridemia, che sembrano però essersi rivelate efficaci anche per la normalizzazione delle concentrazioni lipidiche plasmatiche nei pazienti con ipercolesterolemia familiare omozigote. Una nuova generazione di farmaci, dunque, che potrebbe portare buone notizie per chi è affetto da questo tipo di patologie.