292 Alfio Garrotto Articoli
9 aprile, 2021

Giornata nazionale del fiocchetto lilla: fondamentale sensibilizzare sui DCA

Tre anni fa, nella Gazzetta Ufficiale n. 140 del 19/06/2018, è stata ufficialmente istituita la Giornata nazionale del fiocchetto lilla dedicata ai disturbi del comportamento alimentare, che da quel momento in poi si svolge ogni anno in data 15 marzo. «In tale giornata le amministrazioni pubbliche, anche in coordinamento con tutti gli enti e gli organismi interessati, promuovono l’attenzione e l’informazione sul tema dei disturbi del comportamento alimentare, nell’ambito delle rispettive competenze e attraverso idonee iniziative di comunicazione e sensibilizzazione»[1].

Voglio dunque spendere qualche parola in più su queste patologie che spesso si portano dietro un grande carico di stigma sociale e vengono banalizzate o sottovalutate anche da chi è molto vicino alla persona che ne soffre, non rendendosi conto di essere di fronte a qualcosa di molto delicato e che va immediatamente trattato. Occupandomi di chirurgia metabolica ho avuto modo di avere a che fare molte volte con persone affette da DCA (o ex DCA) e proprio per questo ritengo che sia importantissimo portare avanti campagne di sensibilizzazione circa questi argomenti per diverse ragioni. Innanzitutto, per difendere i diritti del paziente, continuamente sottoposto a giudizi e pregiudizi derivanti da informazioni non corrette. In secondo luogo, per far sì che l’argomento prenda piede nell’opinione pubblica portando anche chi non è direttamente coinvolto a interessarsi alla questione. E, infine, per accrescere – sia individualmente sia a livello collettivo (e istituzionale) – la consapevolezza che i DCA stanno assumendo il carattere di epidemia sociale e dunque cercare di dare vita a una rete di solidarietà che combatta il disagio relazionale di chi ne è affetto, per non farlo sentire abbandonato e incompreso.

I disturbi del comportamento alimentare sono malattie estremamente complesse poiché hanno alla base una condizione di disagio psicologico che spinge chi ne soffre a vivere tutto ciò che ruota attorno al cibo con un’attenzione ossessiva e a cercare di controllare il proprio corpo in maniera patologica. Come si legge, infatti, nella definizione riportata nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5): «I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione sono caratterizzati da un persistente disturbo dell’alimentazione o di comportamenti collegati con l’alimentazione che determinano un alterato consumo o assorbimento di cibo e che danneggiano significativamente la salute fisica o il funzionamento psicosociale». Non è, dunque, una questione soltanto meramente di “peso”, talvolta infatti anche persone normopeso possono essere affette da tali patologie e anzi troppo spesso nell’opinione pubblica vengono operate distinzioni tra i diversi disturbi dell’alimentazione, come se esistessero disturbi di “serie A” e disturbi di “serie B”. Al contrario, tutti, dalla bulimia all’anoressia, dal binge eating ai così detti EDNOS (disturbi dell’alimentazione non altrimenti specificati), sono in grado allo stesso modo di compromettere la salute degli organi e degli apparati e portare, alle estreme conseguenze, anche alla morte. Per quei disturbi che generano un aumento di peso non controllato, infatti, avremo come potenziali conseguenze il diabete, l’ipercolesterolemia, l’ipertensione arteriosa, l’insorgenza di malattie coronariche e il conseguente drastico abbassamento dell’aspettativa di vita. Ma allo stesso modo, per quei disturbi che comportano, invece, la perdita di peso, si incorrerà in altrettanto gravi conseguenze, come l’insorgenza di ulcere intestinali, di danni permanenti ai tessuti dell’apparato digerente, disidratazione, danneggiamento di denti e gengive, danni anche severi al cuore, al fegato e ai reni, difficoltà di concentrazione e di memorizzazione connesse a disturbi del sistema nervoso, danni al sistema osseo, con accresciuta probabilità di fratture e di osteoporosi, oltre che il blocco della crescita, se in fase evolutiva.

Credo sia evidente, a questo punto, l’importanza a sensibilizzare più persone possibili circa questi temi, proprio per poter agire, come dicevo in principio, prima che la situazione si aggravi irreversibilmente. Inoltre, purtroppo, il periodo che stiamo vivendo, con la pandemia in atto e i momenti di confinamento forzato, costituiscono un terreno fertile per l’insorgenza dei DCA nei soggetti a rischio. Uno studio condotto congiuntamente dall’Università di Padova, dall’Università di Losanna e dalla Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste, ha rivelato proprio l’aumento di disturbi da fame emotiva e alimentazione incontrollata durante la Fase 1 e la Fase 2 del lockdown del 2020. Pubblicata sulla rivista «Appetite», e rilanciato da «Le Scienze», la ricerca si è focalizzata sull’analisi degli indici di fame emotiva, cioè quella tendenza ad alimentarsi per colmare un vuoto emotivo o in preda allo stresso o a emozioni negative, e alla frequenza di eventuali abbuffate compulsive, ossia episodi in cui si perde il controllo di quello che si mangia assumendo in tempi brevissimi quantità di cibo molto elevate.

Dal campione di 365 persone tra i 18 e i 74 anni, provenienti da tutta Italia e senza precedenti clinici di disturbi del comportamento alimentare, è emerso «un elevato livello di ansia e depressione, insieme a fattori come una peggiore qualità della vita e delle relazioni sociali, hanno portato a maggiore fame emotiva, mentre alti livelli di stress si sono risolti in episodi di abbuffate compulsive. Il nostro studio ha messo in evidenza anche un elemento di vulnerabilità che viene spesso ignorato: l’alessitimia, ossia la difficoltà di alcuni individui nell’identificare i propri sentimenti e nel distinguere tra sensazioni emotive e fisiche. Persone con alti livelli di alessitimia hanno mostrato maggiori probabilità di incorrere in episodi di fame emotiva. Infine, è stato osservato che i comportamenti alimentari disfunzionali sono stati più frequenti durante la Fase 1 rispetto alla Fase 2, mostrando che introdurre alcune deroghe nelle regole di quarantena può aiutare le persone a reagire con un minore malessere emotivo»[2], ha affermato la dott.ssa Marilena Aiello della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste.

Il fatto che tali risultati siano stati riscontrati su persone sane è molto indicativo. In primis ci fa riflettere su quanto la pandemia possa essere stata (ed è ancora) impattante per le persone che, al contrario, hanno già manifestato comportamenti alimentari disregolati essendo affetti da DCA e, in secondo luogo, l’incidenza non trascurabile degli effetti negativi sulla salute mentale e sul comportamento alimentare di persone sane ma sottoposte a periodi di forte stress emotivo, ci dice che, se da un lato le misure restrittive sono assolutamente necessarie per il contenimento dei contagi, altrettanto necessario è prevedere un supporto psicologico per quelle persone più vulnerabili che non possono e non devono essere lasciate sole.