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29 marzo, 2021

Sindrome dell’intestino irritabile

Chiamata anche “sindrome del colon irritabile” o “colite spastica”, la sindrome dell’intestino irritabile è un disturbo cronico delle funzioni dell’apparato gastrointestinale ed è molto comune, colpisce infatti 1 italiano su 5 e, in particolare, la popolazione femminile nella fascia d’età compresa tra i venti e i cinquant’anni.

Cosa s’intende con l’aggettivo “irritabile”? S’intende la maggiore sensibilità rispetto alla norma delle terminazioni nervose che si trovano nella parete intestinale, terminazioni che si occupano di controllare la contrazione della muscolatura intestinale e di trasmettere al cervello le sensazioni dell’intestino. Essendo maggiormente sensibili esse, anche in condizioni di normale sollecitazione dell’intestino quali, ad esempio, essere sotto stress per qualcosa, terminare un pasto, avere le mestruazioni, possono rivelarsi come condizioni sufficienti per generare una risposta esagerata da parte delle terminazioni nervose che dunque portano all’insorgenza dei sintomi. Dunque dolori addominali, gonfiore, stitichezza (o al contrario diarrea) sono tra i più comuni e sono proprio dipesi da questa “attivazione” di nervi e muscoli dell’intestino. I disturbi in questione sono cronici, per alcuni periodi sono meno presenti, ma possono insorgere nuovamente e anche durare settimane (o mesi), diventando persistenti e impattando significativamente sulla qualità della vita.

Purtroppo le cause di questa “irritabilità” dell’intestino non sono accertate e, oltre a un’eccessiva sensibilità dei nervi intestinali, potrebbe anche dipendere dalla modalità di passaggio del cibo (che può essere troppo lenta o troppo veloce), ma anche dallo stress, dalla storia familiare (se si presentano altri casi in famiglia) o da alterazioni della flora batterica.

Una volta accertati i sintomi di cui ho parlato in precedenza, non esistendo delle analisi precise atte a diagnosticare con certezza il disturbo, si svolgono alcuni esami che portano all’esclusione di altre patologie con analoghi sintomi, quindi si procede con delle analisi del sangue per scongiurare la celiachia o comunque monitorare l’eventuale presenza di malattie infiammatorie croniche intestinali; e poi con l’esame delle feci, sempre per escludere ulteriori infezioni.

Solo nel caso in cui si sommino ai sintomi classici, altri sintomi come l’incontinenza fecale, l’anemia, la nausea, un inspiegabile dimagrimento repentino, la presenza di sangue nelle feci o la presenza di masse addominali, sarà invece necessario recarsi immediatamente da un medico specialista per approfondire con ulteriori analisi (quale ad esempio la colonscopia) per accertare che non si tratti di patologie più gravi.

Una volta accertato il disturbo, caso per caso, è necessario studiare la condizione del singolo paziente, poiché essendo le cause dell’insorgenza del disturbo non sempre le stesse e non accertate, bisognerà procedere per tentativi in base alla sintomatologia specifica. Sicuramente per prima cosa si dovrà procedere con l’adozione di una dieta e uno stile di vita più regolati. Per quanto riguarda l’alimentazione bisogna evitare:

  • i cibi confezionati;
  • di saltare i pasti o mangiare in modo disordinato;
  • di mangiare troppo velocemente;
  • più di tre caffè o tè al giorno;
  • le bevande alcoliche o bere molte bibite gassate;
  • i cibi ricchi di grassi o comunque troppo elaborati;
  • di consumare più di tre porzioni di frutta al giorno.

Per ogni specifico tipo di sintomatologia poi andranno evitati determinati cibi piuttosto che altri. Ad esempio, se chi soffre di diarrea dovrà ridurre i cibi ricchi di fibre, come cereali integrali, noci, nocciole e semi, chi invece soffre di stitichezza dovrà al contrario aumentare la quantità di fibre nell’alimentazione, cercando di assumerne almeno 400 gr al giorno tra frutta e verdura.

In ogni caso sarà bene tenere un diario alimentare, annotarsi di volta in volta quali sono i cibi o le bevande che peggiorano i sintomi avvertiti e cercare di condurre una vita più attiva, inserendo dell’attività fisica (qualora si conducano delle giornate molto sedentarie), provando a mettere in atto delle tecniche di rilassamento e, se consigliati dal proprio medico curante, provando ad assumere per un mese dei probiotici per monitorare eventuali miglioramenti in seguito a un’assunzione prolungata.

In ultima analisi bisogna ricordare che può esservi una stretta correlazione anche tra stress, ansia, fattori psicologici e la sindrome dell’intestino irritabile.

Lo stress è definito come ciò che crea un turbamento oggettivo o soggettivo dell’equilibrio tra corpo e mente (l’omeostasi) e spesso esiste a prescindere da manifestazioni visibili della sua presenza come, per esempio, attacchi di ansia o di panico. Alcune tipologie di stress fisico, come l’aver subito un intervento o aver avuto una malattia o un trauma, e di stress psicologico, come un lutto, una separazione, un abuso, la perdita del lavoro, ecc., determinano un aumento della sensibilità intestinale di cui parlavamo all’inizio dell’articolo e dunque molto spesso si associano all’insorgenza della sindrome dell’intestino irritabile. Il cervello, infatti, e vi sono sempre maggiori prove al riguardo, è profondamente connesso con l’intestino, e ciò ha un impatto non indifferente sulla nostra salute. Ecco perché avere un intestino sano non vuol dire soltanto prevenire l’insorgenza di malattie acute gravi, avere una pancia sgonfia o dimagrire per rimettersi in forma; significa anche cercare di curarsi dal punto di vista emotivo. Riconoscere e prendere di petto eventi stressanti è sicuramente importante per andare a fondo nella correlazione tra essi e la sindrome dell’intestino irritabile. Ciò non vuol dire però che tutti i pazienti con questa patologia abbiano necessariamente problemi di natura emotiva o psicologica, anzi, molti soggetti che presentano diversi sintomi non hanno alcuna evidenza di essere affetti da ansia, stress, depressione o altro, ma nonostante ciò, l’intervento di cause esterne e di agenti di stress, anche non necessariamente severi, possono ingenerare un cambiamento delle abitudini intestinali e portare all’acuirsi repentino dei sintomi avvertiti sino a quel momento.

Un disturbo tanto comune, dunque, quanto insidioso, che non va assolutamente sottovalutato, bensì affrontato e curato da uno specialista, prima che si giunga a un drastico peggioramento della qualità della vita di tutti i giorni, dovuto al ripresentarsi continuo degli episodi sintomatici a distanza temporale molto ravvicinata.

Dr. Alfio Garrotto