329 Alfio Garrotto Articoli
2 marzo, 2021

Vaccini anti-Covid? Si attende la seconda generazione

Su Scientific American[1] è uscito a fine gennaio un interessante articolo a cura di Zoe Cormier, prontamente rilanciato in Italia da Le Scienze[2]. Dico interessante perché, nel solco del precedente articolo che ho qui pubblicato, getta luce sulla costruzione di una sorta di seconda parte del discorso mostrando quali sono i vaccini anti-Covid più innovativi e promettenti tra quelli a oggi ancora in via di sviluppo e di test. Sappiamo infatti che, sebbene quelli approvati dalle autorità sanitarie siano soltanto tre (Pfitzer/BioNTech, Moderna e Oxford/AstraZeneca), sono molti di più quelli in via di sperimentazione e tra questi ce ne sono diversi che potrebbero essere promettenti in ottica futura non soltanto a livello di efficacia, ma anche a livello di produzione e distribuzione.

Sappiamo, inoltre, che i vaccini Pfizer/BioNTech e Moderna sfruttano entrambi una nuova tecnica genetica, ossia impiegano il così detto RNA messaggero, al contrario del vaccino di AstraZeneca che, invece, è da considerarsi più “tradizionale” in quanto utilizza un virus degli scimpanzé per far sì che venga somministrato un componente peculiare del SARS-CoV-2; ma questi non sono appunto gli unici vaccini su cui si sta lavorando. La ricerca non si è fermata, anzi: più di duecento sono ancora in via di sperimentazione e sviluppo affinché si riescano a trovare nuovi meccanismi d’azione per produrre una tipologia vaccinale che sia il più possibile efficace e anche più semplice nella distribuzione. È noto ormai come i vaccini di Pfitzer e Moderna siano infatti molto difficoltosi da trasportare e conservare, dovendo trovarsi sempre a una temperatura che non salga sopra determinate soglie (Pfizer -70° e Moderna -15°), cosa che rende necessaria la presenza di congelatori (per quello della Pfizer molto potenti e non “di dotazione”) molto costosi e non sempre disponibili soprattutto se si pensa ai Paesi in via di sviluppo o alle zone rurali e più povere del Sud America, dell’India, dell’Africa e così via.

È lecito dunque chiedersi come fare nel lungo periodo e soprattutto sbrigarsi portare a termine le sperimentazioni per quelli che sono chiamati vaccini “di seconda generazione”. Ma non pensate che nulla si stia facendo al riguardo, anzi come avverte Danny Altmann, immunologo di fama internazionale, «abbiamo l’imbarazzo della scelta! Una cosa di cui senz’altro la maggior parte della gente non si è resa conto è che, un po’ in sordina, negli ultimi 15 anni la scienza dei vaccini è progredita molto, sviluppando una serie di tecnologie incredibilmente raffinate»[3]. Proprio alla luce di questi enormi progressi e della mole ingente di vaccini che si stanno perfezionando e stanno affrontando le varie fasi di test, credo possa essere utile vedere più da vicino i tre indicati come i più promettenti per il prossimo futuro:

  • RNA ad auto-amplificazione (Imperial College di Londra)
  • Subunità della proteina (Novavax)
  • Nanoparticelle proteiche specificamente progettate (Institute for Protein Design, Università di Washington)

Il primo, sulla scia di quanto accade con i vaccini a mRNA, lavora inserendo del materiale genetico del virus direttamente nelle cellule umane per stimolarle a produrre la ormai nota proteina spike senza però somministrare il virus vero e proprio similmente per quanto accade con i vaccini di Pfizer e Moderna. Qual è dunque la particolarità di questa tipologia di vaccino in via di sperimentazione nell’Imperial College di Londra? Essa risiede nel fatto che il vaccino viene modificato in modo da far sì che le stesse cellule umane possa continuare in autonomia a generare la proteina spike, così da rendere necessaria una sola dose, senza bisogno del richiamo. A questo va aggiunto che il costo di produzione sarebbe molto basso, rendendolo così facilmente reperibile in grandissime quantità. Semplificando di molto, questo candidato potrebbe essere pensato come un fratello maggiore dei vaccini a mRNA attualmente prodotti, simile ma migliore per efficacia e fase produttiva.

Il secondo, studiato dai ricercatori della Novavax, una start-up del Maryland, si basa invece sulla somministrazione proprio della proteina spike (né del virus intero, né di materiale genetico). Avvalendosi dell’ingegneria genetica sono infatti riusciti a modificare le cellule di una falena (in grado di produrre ingenti quantitativi di proteina spike) all’interno di bioreattori. Anch’esso sarebbe un vaccino a basso costo di produzione, oltre che facilmente conservabile in normali frigoriferi, avendo bisogno di temperature comprese tra i 2° e gli 8°. «In questo approccio, il trucco è l’aggiunta di un agente adiuvante – un additivo che rafforza la risposta del sistema immunitario – ottenuto a partire dalla saponina, un composto derivato dalla corteccia di un albero sudamericano, Quillaja saponaria. “La tecnologia delle proteine ingegnerizzate è già stata provata e verificata in passato; semplicemente, per produrle ci vuole un po’ più di tempo che per l’RNA”, spiega Gregory Glen, a capo della sezione ricerca e sviluppo di Novavax»[4].

Il terzo e ultimo vaccino annoverato tra i più promettenti è quello di cui si stanno occupando i ricercatori dell’Institute for Protein Design (Università di Washington), i quali concentrandosi anch’essi sulle proteine derivate da SARS-CoV-2, non si sono focalizzati sull’intera proteina spike, bensì sul recettore che fa da “collante” con le cellule umane (RBD). Il vaccino in questione verrebbe dunque somministrato in nanoparticelle di tipo sferico, sulle quali vengono “legate” le proteine RBD, fabbricate per sintesi sulla superficie della nanoparticella. Stando a quanto sappiamo sinora con questo vaccino si potrebbe avere una risposta anticorpale molto maggiore di quella stimolata dagli attuali vaccini che usano l’intera proteina spike. Il biochimico che lo ha realizzato, Neil King si dice molto orgoglioso di questo lavoro che invece di modificare proteine già esistenti si occupa di crearne di nuove affinché possano agire esattamente come si vuole che agiscano. Per adesso è alla fase I della sperimentazione clinica, perciò c’è ancora da attendere per verificarne la reale efficacia.

Ho voluto sintetizzarvi le novità raccolte su Scientific American perché credo che possa dare speranza sapere quanto instancabilmente la ricerca si dà da fare per trovare una soluzione veramente definitiva che possa mettere la parola fine alla pandemia. E soprattutto non bisogna dimenticare che gli studi condotti dai ricercatori non sono mai un vuoto a perdere poiché tutto quello che si studia e si scopre andando avanti nella ricerca è solida base per sconfiggere le patologie future e farsi trovare pronti ad affrontare le sfide del domani.