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23 febbraio, 2021

HIV/AIDS: bisogna continuare a parlarne

Come ogni anno a partire dal 1988, il primo giorno del mese di Dicembre è stata celebrata la Giornata mondiale contro l’Aids. Una patologia molto seria sulla quale non devono spegnersi i riflettori, e a maggior ragione in un periodo di emergenza sanitaria come quello corrente, essendo il Covid-19 una patologia che, come sappiamo, può avere un effetto negativo su chi già è affetto da cancro, malattie croniche pregresse, e anche Aids, soprattutto in quei Paesi più poveri e nei quali è più difficile accedere alla sanità. Proprio per questi motivi il tema portante della giornata 2020 contro l’Aids è stato: “Solidarietà globale, responsabilità condivisa”, volendo richiamare l’attenzione su questa malattia e su come essa debba essere un problema di tutti e necessiti di una solidarietà diffusa globalmente e non localmente.

Ad oggi, nel mondo, sono circa 38 milioni le persone affette dal virus dell’Hiv e, nonostante la malattia sia stata identificata nel 1984, sono oltre 35 milioni i decessi che essa ha procurato finora, configurandosi dunque come una delle più distruttive della storia[1]. Ovviamente, da allora, sono stati fatti enormi passi in avanti dalla ricerca scientifica, soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni ’90 con l’avvento delle terapie antiretrovirali (Haart) che hanno causato un immediato crollo di diagnosi della malattia e un abbassamento drastico della mortalità dando la possibilità di poter sperare in un’aspettativa di vita paragonabile a quella media generale. Le terapie, dunque, sebbene non siano ancora in grado di debellare la patologia (non esiste un vaccino per questo virus), sono però capaci di bloccarne la duplicazione prevenendo i danni che esso causa nei suoi stadi avanzati. Inoltre, riducendo la quantità di virus nell’organismo, riducono anche il rischio che possa essere trasmesso in quanto, nei casi in cui la terapia attecchisca efficacemente, la quantità di virus nell’organismo è a tal punto ridotta da abbattere del tutto il rischio di trasmissione. Tali progressi a livello di ricerca scientifica hanno concorso anche alla conoscenza più profonda della patologia, del suo modo di azione e di trasmissione, consentendo di smentire tanti pregiudizi e falsi miti. Purtroppo, però, ancora oggi sono moltissimi i luoghi comuni che rimangono saldi nella coscienza collettiva quando si parla di Hiv/Aids, generando così una forte componente di stigma sociale verso le persone che vi sono affette, componente che è in grado di sfociare in vere e proprie gravissime forme di discriminazione sociale.

Voglio proprio per questo sfatare alcune delle più frequenti fake news al riguardo.

  • L’Hiv NON si trasmette tramite la saliva. Il virus si può trasmettere solo e soltanto attraverso i seguenti liquidi biologici: sangue, sperma, secrezioni vaginali, latte materno. L’infezione avviene quando uno di questi liquidi di una persona con Hiv e con carica virale rilevabile, circola nel sangue di una persona ricevente e sana tramite ferite o lesioni delle mucose. L’Hiv si trasmette pertanto o per trasmissione ematica o per trasmissione sessuale o per trasmissione verticale (dalla madre al feto durante la gravidanza o dalla madre al nuovo nato durante il parto e/o con l’allattamento)[2]. Un bacio, insomma, non è sufficiente per trasmettere il virus e neanche lacrime, sudore, urine o punture di zanzare lo sono.
  • I comportamenti sociali quotidiani non sono fonte di rischio. Stringere la mano, condividere il cibo, abbracciare, utilizzare vestiti e avere comportamenti del tutto normali e quotidiani con persone affette da Hiv NON costituisce un comportamento a rischio per una persona sana. Non è assolutamente pericoloso essere stato a contatto diretto con una persona affetta da questa malattia, neppure se ha starnutito o tossito davanti a noi: questo virus non si trasmette in questo modo! Gli unici utensili di tutti i giorni a rischio sono quelli che possono essere entrati in diretto contatto con il sangue come, per esempio, un rasoio o uno spazzolino da denti.
  • Il virus colpisce solo gli esseri umani. Sono circolate nel tempo molte bufale circa la diffusione tramite carne infetta, tramite punture di insetto, tramite animali domestici e così via. Si tratta di fake news. Il virus si trasmette solo da un essere umano infetto a un altro.
  • L’Aids e l’Hiv non sono la stessa cosa. L’Aids è la malattia da immunodeficienza acquisita ed è causata dal virus Hiv (Human immunodeficiency virus), che colpisce il sistema immunitario il quale a mano a mano non è più in grado di contrastare l’insorgenza di infezioni e malattie (di diversa entità) causate da altri virus, batteri o funghi. Chi è stato contagiato dal virus Hiv, non necessariamente però ha l’Aids, in questo caso si parla di sieropositività. In questa fase sono presenti gli anticorpi anti-Hiv, ma non si sono ancora riscontrate le infezioni opportunistiche. Il soggetto sieropositivo può vivere per anni senza sintomi di nessun tipo e accorgersi del contagio solo nel momento in cui si manifesta una malattia opportunistica. Ecco perché il test della ricerca degli anticorpi anti-Hiv è l’unica via per scoprire l’eventuale infezione. Se essa è rilevata in una fase precoce, tramite la tempestiva introduzione delle terapie antiretrovirali, l’Aids può anche non sopraggiungere mai arrivando ad avere un’aspettativa di vita che si avvicina a quella generale e migliorandone drasticamente la qualità.

 

Sfatati questi falsi miti, passiamo a qualche buona notizia. Sebbene nel 2019 circa 1,7 milioni di persone sono state infettate dall’Hiv, secondo quanto riportato dal rapporto dell’UNAIDS (il Programma delle Nazioni Unite per l’AIDS/HIV), emerge anche che l’accesso alle cure è aumentato enormemente, passando dalle 685 000 persone affette da Hiv con accesso alla cura antivirale nel 2000, alle circa 20,9 milioni di persone nel 2017. Questo ha fatto sì che venisse ridotta la possibilità di trasmissione in maniera drastica, soprattutto nel frequente caso di passaggio della malattia tra madre e feto. La sfida odierna, dunque, è quella di garantire che «i 17,1 milioni di persone bisognose di cure, tra cui 1,2 milioni di bambini, possano accedere ai medicinali»[3], mettendo così la prevenzione dell’Hiv come punto prioritario nella programmazione della sanità pubblica in particolare laddove i casi sono in aumento.

Cerchiamo di non far passare in secondo piano la lotta al virus dell’Hiv e di sensibilizzare le giovani generazioni sull’argomento. Accedendo alla sfera sessuale anche in età molto precoce è bene che i ragazzi siano pienamente coscienti delle precauzioni da adottare, siano educati a una cultura della prevenzione adottando tutte le misure per vivere la sessualità in modo sicuro. Da un’indagine condotta da Durex e Skuola.net su un campione di oltre 15.000 ragazzi (11-24 anni) è emerso che soltanto uno su due utilizza abitualmente il preservativo. «Il 67% si vergogna ad acquistarli, principalmente a causa di un approccio al tema sempre più precoce e meno consapevole (il 73% afferma di aver avuto il primo rapporto tra i 14 e i 17 anni)»[4], che unitamente alla vergogna di parlare in famiglia dell’argomento (meno del 60% del campione ne parla con i genitori), rende ancora più urgente la strutturazione per i ragazzi di capillari corsi di educazione sessuale che li rendano consapevoli nel loro approccio alla sessualità.

Dr. Alfio Garrotto