326 Alfio Garrotto Articoli
29 dicembre, 2020

Covid-19, smart working e obesità

È bene tornare a parlare di obesità. All’inizio dell’estate, dalle pagine di questo blog, avevo già chiarito quali fossero pericoli di quella che è stata ormai da quasi un anno riconosciuta (all’unanimità in entrambe le Camere) una malattia cronica e, aggiungerei, molto insidiosa.

Negli ultimi mesi varie indagini si sono susseguite a sostegno e a conferma di come in un periodo come quello che stiamo vivendo essere obesi possa davvero risultare rischioso e possa mettere a serio rischio la salute. Innanzitutto, sempre di più, a causa dell’emergenza sanitaria scaturita dal Covid-19, si è fatto ampio ricorso come metodo di lavoro allo smart working per tutte quelle professioni che hanno la possibilità di essere svolte non in presenza. Questa scelta, compiuta giustamente e per evidenti motivi di contenimento del virus, ha come risvolto della medaglia un peggioramento delle condizioni di vita per le persone affette da obesità, secondo quanto emerge dai dati di una ricerca nazionale svolta dai Centri del SSN (Servizio Sanitario Nazionale). La Fondazione ADI dell’Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica ha infatti svolto, durante il periodo di lockdown, un’indagine per valutare l’impatto delle restrizioni sulle persone con sovrappeso/obesità. «Si tratta di uno studio multicentrico non-profit che ha coinvolto 1.300 pazienti seguiti dai Centri Obesità del SSN, di cui fa parte anche il Centro Obesità del Policlinico di Milano, ai quali è stato chiesto come si sia modificato il proprio stile di vita (alimentazione e attività fisica) durante la pandemia. I dati mostrano che […] circa il 50% ha avuto un aumento medio di 4 kg del peso corporeo raggiungendo valori superiori nelle persone che svolgevano attività lavorativa in smart working. Inoltre, nel 58% di questi pazienti si è avuta anche una importante riduzione dell’attività motoria»[1].

Dati preoccupanti se abbinati alla metanalisi pubblicata in agosto, recentemente illustrata in un articolo su Jama[2], con cui si è calcolato che le persone obese hanno un rischio più che doppio di ospedalizzazione per Covid-19 rispetto ai normopeso, e un 50% in più di probabilità di morire. Poiché ben il 13% della popolazione è affetto da questa patologia, l’obesità non può non essere presa in considerazione come fattore di rischio. Lo studio in questione è stato condotto dal nutrizionista Barry Popkin, dell’Università del North Carolina, che con i suoi collaboratori ha messo insieme ben 75 studi internazionali sul tema per analizzare a fondo il rapporto che intercorre tra Covid-19 e obesità. I risultati sono stati impressionanti: «un obeso avrebbe il 46% di probabilità in più di contrarre la malattia, il 113% in più (un rischio più che doppio) di essere ricoverato in caso di contagio, il 74% in più di finire in terapia intensiva, e il 48% in più di morire a causa di Covid 19».[3] Purtroppo ancora adesso molto spesso questa patologia viene minimizzata e non le viene data la giusta importanza, cosa ancor più grave se pensiamo appunto che proprio a causa della situazione emergenziale e del lockdown si sono acuite situazioni di obesità e di disturbi alimentari pregressi. Certo, ci sono state alcune strutture che si sono attrezzate per sopperire alla mancanza di un sostegno costante, come ad esempio il Policlinico di Milano che ha creato un team di specialisti attivando colloqui di counseling nutrizionale e di supporto psicologico motivazionale tramite contatti telefonici. Si è cercato così di garantire l’indispensabile continuità terapeutica, in considerazione del fatto che assumere comportamenti alimentari scorretti in momenti di fragilità emotiva è molto più “semplice”, mentre andando ad agire proprio sulla base emotiva, si può lavorare in direzione contraria rispetto all’abbattimento e alla disfunzionalità alimentare che possono derivare dall’isolamento e dall’immobilità forzata.

Sebbene il sopra citato studio di Barry Popkin sia stato condotto negli Stati Uniti, gli stessi risultati possono essere letti in chiave nostrana, tant’è vero che secondo l’ultimo Italian Obesity Barometer Report, conditto dall’Italian Barometer Diabetes Observatory Foundation in collaborazione con l’Istat, il nostro Paese conta l’11% di obesi tra la popolazione adulta e il 46% tra soprappeso e obesi. In una dichiarazione di Paolo Sbraccia, professore di Medicina Interna e direttore del Centro Medico dell’obesità dell’Università Tor Vergata di Roma, i motivi dell’aumentato rischio di ricoveri e decessi negli obesi affetti da Covid-19 sono molti: «il tessuto adiposo, come le cellule dei polmoni, esprime la famosa proteina Ace 2 a cui si lega il virus, e queste proteine possono facilmente staccarsi e raggiungere i polmoni, facilitando l’invasione di Sars-Cov-2. L’organismo degli obesi presenta poi uno stato di infiammazione cronica che facilita l’insorgenza della tempesta di citochine, che abbiamo imparato essere una delle complicazioni più gravi di questa malattia. L’obesità in sé, inoltre, crea problemi di respirazione e complica le procedure di ventilazione messe in pratica nelle terapie intensive, rendendo così più probabile un esito infausto. Ci sono meno certezze invece sulla possibilità che l’obesità renda anche più alto il rischio di infezione da Sars-Cov-2, anche se esistono indizi di un’alterazione del funzionamento del sistema immunitario legato all’obesità che potrebbero spiegare questa evenienza. E purtroppo, presagirebbero anche una minore efficacia dei vaccini nelle persone obese».

Del resto, secondo un terzo studio che qui voglio riportare, pubblicato sul “The Lancet”, proprio le malattie non trasmissibili si sono dimostrate le patologie più insidiose e pericolose che hanno portato a una mortalità tanto alta del Covid-19. Tutte quelle malattie, insomma, legate allo stile e alle condizioni di vita, come ad esempio obesità, dipendenza da fumo e dipendenza da alcol, sono un volano per la capacità del virus di essere letale. Per la nota rivista medica il mondo non sta affrontando solamente una pandemia, bensì una “sindemia”, ovvero la congiunzione di più emergenze sanitarie. «Molti fattori di rischio e malattie non trasmissibili studiati in questo rapporto sono associati a un aumento del rischio di forme gravi di Covid-19, o addirittura di morte, rendendo necessaria un’azione urgente per affrontare la sindemia di malattie croniche, disuguaglianze sociali e Covid-19, vale a dire l’interazione di diverse epidemie che esacerbano il carico sanitario delle popolazioni già colpite, e le rendono ancora più vulnerabili»[4].

Concludendo, credo che si renda sempre più necessario attivare protocolli di prevenzione che siano in grado di seguire i ragazzi dall’infanzia affinché si possa combattere la patologia sin dalla prima insorgenza, con una sinergia di professionalità che agiscano su più piani: cambiamento dello stile di vita, attività fisica, educazione alimentare, prescrizione (qualora servisse) di farmaci e un percorso personalizzato di psicoterapia. Quest’ultimo aspetto è molto importante visto che i pazienti affetti da obesità molto spesso provano vergogna per la loro patologia, inibendosi nel fare sport, nel presentarsi agli appuntamenti con lo specialista e a spogliarsi. In un contesto simile risulta chiaro, dunque, quanto sia decisivo che anche i medici agiscano in maniera cauta e misurata affinché il paziente non si senta giudicato e colpevolizzato per quella che non è una scelta, ma una patologia. Ancora troppo spesso lo si dimentica.