256 Alfio Garrotto Articoli
21 ottobre, 2020

Linee guida per il diabete autoimmune dell’adulto (LADA)

Secondo il report statistico ISTAT risalente al 20 luglio 2017 «sono oltre 3 milioni 200 mila in Italia le persone che dichiarano di essere affette da diabete, il 5,3% dell’intera popolazione (16,5% fra le persone di 65 anni e oltre)». La diffusione della malattia, inoltre, negli ultimi trent’anni «è quasi raddoppiata. Anche rispetto al 2000 i diabetici sono 1 milione in più e ciò è dovuto sia all’invecchiamento della popolazione che ad altri fattori, tra cui l’anticipazione delle diagnosi (che porta in evidenza casi prima sconosciuti) e l’aumento della sopravvivenza dei malati di diabete». Più avanti si legge, poi, che i casi sono destinati ad aumentare: «Il diabete è in aumento in tutto il mondo e rappresenta secondo l’Organizzazione mondiale della sanità un rilevante problema di salute pubblica, appartenendo a quel ristretto numero di patologie croniche divenute prioritarie nell’agenda dei decisori mondiali. I casi di diabete mellito sono nel 90% del tipo 2, che insorge quasi esclusivamente in età adulta e quindi destinati ad aumentare anche per il solo effetto dell’incremento della vita media»[1].

È noto che nell’immaginario collettivo le tipologie di diabete sono principalmente due, ben diverse tra di loro per diverse ragioni. Senza andare troppo nel tecnico, farò menzione in questa sede soltanto delle differenze sostanziali che intercorrono tra i due tipi in questione. Il diabete di tipo 1 si sviluppa prevalentemente in giovane età (tanto da essere conosciuto anche con il nome di “diabete giovanile”), ha una base immunitaria, non è in alcun modo legato con le abitudini alimentari ed è causato principalmente da un’insufficiente (o addirittura assente) produzione di insulina in quanto le cellule pancreatiche deputate a produrla non svolgono questo compito a dovere essendo danneggiate o distrutte. Il diabete di tipo 2, invece, oltre ad avere un’insorgenza molto meno precoce ed anzi la possibilità di svilupparlo cresce anche al crescere dell’età, è fondamentalmente causato da un fenomeno che si chiama resistenza insulinica. Quest’ultima consiste nell’incapacità delle cellule di utilizzare correttamente l’ormone, che però viene prodotto. Il pancreas, dunque, per compensare il mancato utilizzo di insulina è portato a produrne molta di più ed ecco spiegati i picchi di iperinsulinemia compensatoria frequenti nei soggetti di tipo 2. In questo caso, perciò, è importante anche lo stile di vita, l’alimentazione, e soprattutto il controllo dell’eccesso di peso in quanto il rilascio di un surplus di ormoni da parte del tessuto adiposo è in grado di inficiare l’azione dell’insulina. Ecco perché l’obesità è considerata il principale fattore di rischio per il diabete di tipo 2 e proprio un calo di peso associato ad attività fisica e corretta alimentazione sono in questi casi la prima terapia.

Una distinzione così netta, però, non tiene conto di un buon 10-15% dei pazienti a cui inizialmente viene diagnosticato un diabete di tipo 2 (poiché sviluppato in età adulta), ma che invece ha caratteristiche del tutto particolari che lo avvicinano di più a quello di tipo 1: si tratta del LADA (Latent Autoimmune Diabetes in Adults). Essendo dunque molto ostico e subdolo nella fase di diagnosi, negli ultimi anni si è cercato di studiare la forma LADA a fondo per cercare di capirne l’eziologia e stilare una serie di linee guida non solo per la diagnostica ma anche per il trattamento. Nel 2018 un primo grande passo è stato fatto grazie a un’indagine britannica[2] condotta su un ampio campione composto da circa 120mila persone i cui dati sono conservati nella UK Biobank (un database che segue circa 500mila anglosassoni), dalla quale si è capito come questa forma di diabete abbia una forte componente genetica. Nel 71% dei casi che soffrono di questa patologia si ritrovano la stessa specifica variante genetica. I pazienti in questione infatti non presentano valori di insulina quasi nella norma e una resistenza insulinica dei tessuti come accade nel tipo 2, bensì un vero e proprio deficit ormonale similmente a ciò che accade per il tipo 1.

La dottoressa Raffaella Buzzetti, coordinatrice del progetto NIRAD (Non InsulinRequiring Autoimmune Diabetes) e docente di Endocrinologia all’Università La Sapienza di Roma, spiega così: «Si tratta di una forma particolare di diabete che insorge in età adulta, ma riconosce una patogenesi autoimmune, simile al diabete tipo 1 a insorgenza giovanile, in quanto determinato dalla distruzione delle cellule pancreatiche che producono insulina da parte del proprio sistema immunitario»[3]. Per fortuna, a differenza del diabete di tipo 1, si può arrivare alla terapia insulinica molto più lentamente e da qualche settimana sono state pubblicate, anche grazie al progetto italiano Nirad (Non InsulinRequiring Autoimmune Diabetes) e a i dati che esso ha prodotto in ambito internazionale, le linee guida per la diagnosi e la terapia del LADA su Diabetes, che è l’organo ufficiale dell’American Diabetes Association.

Aver colmato una lacuna del genere è un risultato fondamentale perché getta luce su come affrontare il trattamento di questa particolare, ma diffusa, forma di diabete. In una nota ANSA sempre da dottoressa Buzzetti dichiara: «C’era necessità di fornire indicazioni precise circa la terapia. Riconoscere il LADA in un soggetto considerato affetto da diabete 2, può comportare un cambiamento anche sostanziale della terapia. Il trattamento prevede l’utilizzo di farmaci ipoglicemizzanti in grado di preservare la funzione delle cellule pancreatiche che producono insulina; sarà quindi necessario ricorrere alla terapia insulinica, il più precocemente possibile, qualora la funzione delle cellule beta pancreatiche risulti già compromessa»[4]. Essendo molte le classi di farmaci che un diabetologo può prendere in considerazione per la cura del diabete, è chiaro come l’arrivo delle linee guida sia stato importantissimo nel centrare, dopo precisa diagnosi, la terapia giusta che sia personalizzata in base al tipo di problema specifico del paziente. Ecco perché voglio concludere con le parole del Presidente della Società Italiana di Diabetologia, Francesco Purrello, il quale ha ribadito l’importanza di aiutare e finanziare la ricerca, individuando in questo «una delle missioni della nostra società scientifica» e «un orgoglio per la SID avere contribuito in modo rilevante alle conoscenze attuali su questo tipo di diabete»[5].