80 Alfio Garrotto Articoli
30 settembre, 2020

Due recenti studi sul tumore al pancreas

Il tumore al pancreas è, ad oggi, uno dei tumori più aggressivi e con minore probabilità di guarigione che conosciamo. Se pensate che soltanto 8 persone su 100, a cinque anni dalla diagnosi di questa patologia, restano in vita, potrete farvi un’idea indicativa di quanto esso sia davvero pericoloso e ancora non trattabile con efficacia a livello terapeutico. Essendo tra i tumori con maggiore mortalità, molti sono gli studi che vengono svolti per ricercarne non soltanto l’eziologia, ma anche per studiare la reazione (e la ricezione) a determinate cure da parte dei pazienti. Proprio nei mesi estivi, in particolare, sono usciti due studi promossi da ricercatori italiani che per motivi diversi sembrano gettare luce sulla patologia e fanno ben sperare per il futuro.

La prima di queste due ricerche, uscita il 3 giugno scorso sul Journal of Experimental Medicine[1] (JEM), è stata portata a termine da un team guidato dai ricercatori Teresa Manzo e Luigi Nezi, del Dipartimento di Oncologia Sperimentale dell’Istituto Europeo di Oncologia. Nell’Introduzione del lavoro gli autori hanno specificato come si è voluto indagare più a fondo l’immunoterapia visto che la sua introduzione ha rivoluzionato il trattamento di molti tipi di tumore. Se, però, per alcuni di essi spronare le cellule di tipo “T”, o linfociti T, per combattere il tumore tramite la loro riattivazione, ha portato ottimi frutti soprattutto nell’impedire alla malattia di progredire (le cellule T, infatti, riescono ad infiltrarsi nel tumore e ad attivarsi persistentemente), in altre tipologie come l’adenocarcinoma del dotto pancreatico i risultati di questa terapia sembravano essere molto limitati. Nonostante ciò, si è notato come, anche nell’esiguità del risultato positivo, laddove c’è un tasso di sopravvivenza sembra che esso sia correlato proprio con la capacità d’infiltrazione nel tumore di alcune delle cellule T, le CD8+. Si è dunque voluto indagare il meccanismo alla base delle funzioni di queste cellule per capire cosa può renderle persistenti affinché rendano più largamente efficacie l’immunoterapia anche in tumori come quello pancreatico. Teresa Manzo spiega in proposito: «Ciò che sappiano è che la disponibilità di nutrienti nel microambiente e lo stato metabolico cellulare determinano in gran parte il destino delle CD8+T. Per questo abbiamo pensato di studiare, sia in modelli preclinici che nei tumori pancreatici dell’uomo, l’interazione fra microambiente e CD8+T. Abbiamo dimostrato che la progressione tumorale crea nel microambiente pancreatico scarsità di glucosio al quale si accompagna un progressivo arricchimento di lipidi, una combinazione che il metabolismo proprio di queste cellule non riesce a trasformare nell’energia necessaria per funzionare e per vivere. Dunque, per ripristinare la loro capacità di risposta anticancro, le CD8+T devono sviluppare la flessibilità metabolica necessaria per adattarsi alla disponibilità di nutrienti del microambiente»[2]. È la scarsa flessibilità metabolica, dunque, che fa sì che queste cellule non riescano a sopravvivere trasformando in energia i lipidi. Nonostante ancora si debba capire come fare per stimolare la flessibilità metabolica, è molto importante questo risultato perché ha ristretto il campo di interesse, gettando luce sull’importanza che ha l’interazione delle cellule con il microambiente e indicando così in questo campo il target per continuare lo studio al fine di trovare delle strategie terapeutiche più efficaci anche in tumori molto aggressivi come quello del pancreas.

Il secondo studio, invece, pubblicato l’11 agosto sulla rivista Pancreatology[3], è stato condotto presso l’aoup (Azienda Ospedaliera-Universitaria Pisana), in collaborazione con l’Università di Pisa e l’irccs Neuromed di Pozzilli (is), sotto la guida di Luca Morelli, associato di Chirurgia generale dell’Università di Pisa e chirurgo esperto nel trattamento dei tumori del pancreas, e di Francesco Fornai, ordinario di Anatomia umana dell’Università di Pisa e responsabile dell’Unità operativa di Neurobiologia e dei disturbi del movimento dell’irccs.

Nell’indagine che è stata condotta da questo team si è individuata e studiata la presenza di alcune proteine, dette prioni, all’interno dei carcinomi rimossi durante un intervento chirurgico. Secondo i ricercatori, infatti, questa proteina potrebbe rivelarsi una pedina importante non solo nello sviluppo del tumore, ma anche e soprattutto nella sua aggressività: proprio tra quei tumori più avanzanti e aggressivi la proteina era presente in misura maggiore. I prioni (che sono poi quelle stesse proteine che nei bovini generano la “mucca pazza”) agiscono allo stesso modo del tumore del pancreas nel diffondersi attraverso le strutture nervose e proprio su questo punto in comune hanno indagato i ricercatori. I risultati della correlazione tra proteina e aggressività tumorale, sebbene preliminari, «sono estremamente incoraggianti e rappresentano un’importante novità per comprendere meglio le basi biologiche di questo tipo di tumore che è uno dei tumori maligni con più elevato tasso di mortalità per aggressività e tendenza a formare metastasi, cioè a diffondersi in altre parti del corpo. Ci potrebbero anche essere implicazioni sul piano clinico: la proteina prionica, infatti, sembrerebbe rappresentare per il tumore del pancreas un marker biologico di aggressività e potrebbe essere utilizzata non solo dal punto di vista diagnostico e prognostico, ma anche terapeutico. Per esempio, si potrebbe valutare se l’uso di specifici agenti che ne riducano la concentrazione, alterandone il metabolismo, si associ a una minore crescita tumorale e a una minore resistenza ai farmaci chemioterapici»[4]. Un passo in avanti, dunque, molto importante che potrebbe, portare la ricerca verso nuove strade terapeutiche, ma anche in fase prognostica a una tempestiva individuazione del tumore che, come sappiamo, è uno dei più insidiosi da diagnosticare.

Alla luce di questi studi, voglio concludere facendo un grande plauso ai nostri ricercatori e ribadire a gran voce l’importanza della ricerca scientifica come unico strumento per costruire su basi – appunto – scientifiche quei risultati imprescindibili affinché si tuteli sempre di più e sempre al meglio il diritto alla salute, di tutti e per tutti.