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23 luglio, 2020

Salute e smart working

Una delle tante conseguenze del Covid-19 è stata quella di aver cambiato per moltissimi lavoratori la metodologia di lavoro, che ove possibile si è tramutata nella sua variante da remoto, il così detto smart working. Per andare ad affrontare le conseguenze, a livello di salute, che si possono riscontrare in seguito a questo cambio, per molti repentino, di logistica lavorativa, bisogna però preliminarmente fare una distinzione che esula dal campo medico ma che risulta indispensabile per comprendere chiaramente la questione.

La distinzione in questione è quella tra smart working, da un lato, e telelavoro, dall’altro.

Sebbene a prima vista sembrino sinonimi non è propriamente così, infatti se, quando parliamo di smart working, dovremmo fare riferimento a una tipologia di lavoro “agile” che non opera in orari predefiniti, ma lavora principalmente per obiettivi, non lega il lavoratore necessariamente a un luogo fisico fisso, ma fa sì che sia sufficiente avere il proprio dispositivo e una connessione internet; quando invece parliamo di telelavoro ci riferiamo a qualcosa di molto più simile alla modalità lavorativa da ufficio, ma trasferita “in house”. Si deve essere reperibili durante le ore pattuite con il datore di lavoro, si devono svolgere gli stessi compiti nella stessa modalità, ma “semplicemente” da remoto.

In Italia moltissime aziende si sono avvalse della possibilità che i propri dipendenti lavorassero da remoto, ma solo in pochi casi si è trattato di smart working. Ciò ha comportato un affaticamento da parte dei lavoratori nello svolgimento del lavoro quotidiano per una serie di ragioni:

  • la giusta postazione: non tutti si sono trovati nella condizione di avere in casa un luogo adatto a convertirsi in “ufficio” per otto ore consecutive al giorno;
  • la giusta seduta: in molti casi, a differenza dell’ufficio, non si è in possesso della giusta seduta per lo svolgimento in sicurezza del lavoro;
  • la corretta alimentazione: quando si è in casa si è portati a mangiare in modo più caotico e disordinato (avendo a disposizione per tutto l’orario lavorativo l’intero frigo casalingo!);
  • il carico mentale: soprattutto per chi ha dovuto gestire il lavoro in concomitanza della DaD (Didattica a Distanza) dei propri figli o comunque di mansioni di accudimento specifiche della propria famiglia, il non avere un luogo deputato al lavoro che fosse differente rispetto a quello di tutte le altre faccende personali, ha provocato un incremento non indifferente di stress, ansia e carico mentale elevato.

Oltre a tutti questi aspetti, una ricerca condotta da LinkedIn su un nutrito campione di lavoratori (2000 circa) ha evidenziato anche che: «Ad ammettere di sentirsi più ansioso e stressato per il proprio lavoro rispetto a prima, è il 46% degli intervistati, mentre il 48% ammette di lavorare almeno un’ora in più al giorno: ossia circa 20 ore (quasi 3 giorni) in più al mese. A questo si aggiunge il desiderio di dimostrare ai propri capi che si merita il proprio lavoro: il 16% si sente preoccupato che il datore di lavoro lo licenzi, mentre il 19% si sente ansioso e si chiede se la propria azienda sopravvivrà. […] Inoltre, questo periodo di lavoro a distanza obbligatorio sembra aver iniziato a offuscare i confini tra il tempo del lavoro e il tempo libero, rendendo difficile staccare la spina. La ricerca ha rivelato che il 22% dei lavoratori si è sentito spinto a rispondere più rapidamente e ad essere disponibile online più a lungo del normale. Il 22% dei lavoratori ha cominciato a iniziare le giornate in anticipo, lavorando dalle 8 alle 20.30, mentre il 24% è ora solito terminare la giornata lavorativa anche dopo le canoniche 8 ore»[1].

Quello che si può notare, quindi, è innanzitutto una maggiore oppressione a livello psicologico, ma non è da sottovalutare la componente fisica. Lo stesso Inail (Istituto nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro) ha twittato[2] durante la quarantena con un’animazione che spiegasse quali piccoli stratagemmi mettere in atto per non incorrere in infortuni domestici dati da una postura scorretta protratta per tante ore consecutive. È raccomandabile, infatti, fare delle pause di 15 minuti ogni due ore di lavoro video, fare stretching quando ci si sente affaticati, tenere lo schermo a circa 40-50 cm dalla vista e fare in modo che sia posizionato alla giusta altezza affinché non ci si debba incurvare per scrivere sulla tastiera.

Anche il sito DirectlyApply[3] ha denunciato i rischi del lavoratore, o forse dovremmo dire telelavoratore, del futuro, rilanciati poi in un lungo articolo sul The Sun[4]: occhi affaticati, spalle incurvate, maggiore rischio di disturbi alimentari. Insomma, i lunghi periodi in casa, la possibilità di mangiare continuamente e, spesso, la mancanza di un adeguato esercizio fisico, abbinati anche allo sforzo di collo e spalle e alle gambe di frequente accavallate per lunghe ore, aumentano il rischio sia di mettere su peso in eccesso, incappando così in patologie quali ad esempio l’obesità, sia la maggiore possibilità di riscontrare lombalgie e problemi vertebrali.

Sembrerebbe uno scenario apocalittico, ma non è del tutto così. La colpa, infatti, non è certo del telelavoro in sé e per sé, ma è senz’altro necessario entrare nell’ottica in cui, se si vuole mettere in atto questa rivoluzione (che ha anche tanti risvolti positivi come ad esempio quello di poter dedicare più tempo alla famiglia o di poter eliminare le spese e lo stress per gli spostamenti o ancora quello di essere più “ecologici” e così via), si deve pensare a un giusto adeguamento, in primis, di spazi e accessori di lavoro affinché il dipendente anche da casa possa svolgere le sue mansioni in totale sicurezza, fisica e mentale. Secondariamente si deve pensare anche a un adeguamento legislativo per strutturare meglio il tempo e le modalità lavorative da remoto: ossia emettere dei provvedimenti che garantiscano il così detto “diritto alla disconnessione” (in grado di alleggerire non di poco il carico mentale del lavoratore) e che provvedano a stimolare comunque le relazioni tra colleghi per non generare un’atomizzazione dei dipendenti (deleteria in termini di produttività e di creatività sia per l’azienda che per il singolo che, non sentendosi più stimolato, è portato a sentirsi “annoiato”, “demotivato” nello svolgimento delle attività quotidiane).

È bene, quindi, poiché vediamo sempre di più le aziende dirigersi nella direzione del lavoro da remoto, ripensare e mettere in pratica tutti quegli accorgimenti che, avendo come focus la salute del lavoratore, siano atti a tutelarlo affinché operi in totale sicurezza.

Dr. Alfio Garrotto