206 Alfio Garrotto Articoli
28 febbraio, 2020

Sale l'aspettativa di vita ma ancora troppe differenze tra Nord e Sud

Sale la speranza di vita alla nascita ma le condizioni di salute sono sempre più precarie. Sembra un paradosso quanto spiegato nel Rapporto Bes dell'Istat[1], relativo al 2018 e diffuso nelle scorse settimane. La speranza di vita alla nascita ha raggiunto 82,3 anni, il massimo storico: 80,9 anni per gli uomini e 85,2 per le donne. Ed è proprio la condizione femminile a destare maggiore preoccupazione. Una donna di 65 anni può aspettarsi di vivere in media altri 22,5 anni, di cui 12,7 anni (il 56,4%) con limitazioni nelle attività, mentre per un uomo della stessa età la speranza di vita è 19,3 anni, di cui 9,3 anni (48,9%) con limitazioni. Il Rapporto offre una lettura del benessere nelle sue diverse dimensioni, ponendo particolare attenzione agli aspetti territoriali. Gli indicatori del Bes, in tutto 130, sono articolati in 12 domini: salute, istruzione e formazione; lavoro e conciliazione dei tempi di vita, benessere economico, relazioni sociali, politica e istituzioni, sicurezza, benessere soggettivo, paesaggio e patrimonio culturale, ambiente, innovazione, ricerca e creatività, qualità dei servizi. «Nell’ultimo anno – spiega il rapporto - gli indicatori segnalano un miglioramento del benessere sia per l’Italia sia per le tre ripartizioni: oltre il 50% del totale dei circa 110 indicatori per cui è possibile il confronto (115 per il totale Italia e 108 per le ripartizioni) registra un miglioramento in tutte le aree del Paese, con valori più elevati al Nord (59,3%) e più bassi al Centro (50,9%). Estendendo lo sguardo anche alla quota degli indicatori in peggioramento, si rafforza significativamente la posizione favorevole del Nord dove tale quota tocca il minimo (14,8%) mentre il valore massimo si raggiunge al Centro (26,9%). Il segnale positivo si conferma anche nel confronto con il 2010. Anche in questo caso più del 50% degli indicatori evidenzia una variazione positiva per tutte le ripartizioni, con una maggiore omogeneità degli andamenti tra le ripartizioni. Tuttavia, in questo confronto, una quota significativa di indicatori registra ancora un livello peggiore rispetto al 2010 (37,7% per l’Italia e 35,9%, 37,9% e 33% rispettivamente per Nord, Centro e Mezzogiorno)».

Tornando nel dettaglio ai dati relativi alla salute, interessanti anche quelli relativi alle varie zone d'Italia. Al Nord la speranza di vita in buona salute alla nascita è più alta di tre anni rispetto al Sud (59,3 anni contro 56,3), quella a 65 anni senza limitazioni è più alta di due anni rispetto al Mezzogiorno. La diffusione di stili di vita maggiormente salutari non è che proceda così spedita, con l'unico dato in controtendenza della percentuale di persone sedentarie, coloro cioè che non praticano alcuna attività fisica nel tempo libero, scesa dal 37,9% del 2017 al 35,7% del 2018. Il rapporto dell'Istat evidenzia come siano ancora la regioni del Sud avere i valori più elevati relativi all'eccesso di peso, anche se con un scostamento rispetto al Nord, non così elevato come si penserebbe (43,3% contro  il 41,9%). «Per i fattori di rischio per la salute si conferma il ruolo protettivo del titolo di studio, con una maggiore attenzione ai comportamenti più salutari tra i più istruiti. Fa eccezione il consumo non adeguato di alcol, su cui il titolo di studio non sembra avere effetti». L'aspettativa di vita può dipendere anche dal livello dei servizi primari forniti al cittadino. Nel 2016 i presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari attivi in Italia erano 12.501 e disponevano complessivamente di 412.971 posti letto, pari a 6,8 ogni 1.000 persone residenti (6,4 nel 2016). L’offerta ha raggiunto i livelli più alti nelle regioni del Nord con 9,6 posti letto ogni 1.000 abitanti mentre nel Sud questa quota scende a 3,8. Il rapporto Istat rileva come nel 2018 il 7,3% delle famiglie abbia manifestato molta difficoltà nel raggiungere tre o più servizi essenziali come pronto soccorso e farmacie, confermando dunque un forte squilibrio territoriale, con una percentuale maggiore di famiglie in difficoltà nel Mezzogiorno (10,5%), più bassa nel Centro e nel Nord (rispettivamente 7,4% e 5,1%). Anche l'aspetto ambientale dei territori in cui si vive ha la sua importanza. Vivere in territori più o meno inquinati può avere forti impatti sulla salute e sull'aspettativa di vita. «Stabili o in calo le principali misure della pressione del sistema antropico sull’ambiente. Le emissioni di CO2 e altri gas  risultano in lieve diminuzione (7,3 t pro capite nel 2018) mentre si riduce sensibilmente il consumo di materiale interno (444 milioni di t nel 2017). Rallenta, ma non si arresta, il consumo di suolo (7,6% di suolo impermeabilizzato artificialmente). Nel 2018 si registrano progressi significativi ma ancora insufficienti nella gestione dei rifiuti urbani: diminuisce il conferimento in discarica (21,5%) e aumenta la quota della raccolta differenziata (58,1%). Tuttavia, l’Italia resta lontana dall’obiettivo del 65% che avrebbe dovuto raggiungere nel 2012. Migliorano anche gli indicatori della qualità dell’aria nei comuni capoluogo: nel 2018, concentrazioni superiori ai limiti di legge sono stati rilevati dal 22% delle centraline per le polveri sottili PM10 (33,6% nel 2017) e dall’11,9% delle centraline per il biossido di azoto (19,6% nel 2017). La situazione tuttavia resta critica, soprattutto nelle città del Nord».

Dr. Alfio Garrotto