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19 febbraio, 2020

Sindrome metabolica, cura in arrivo da un farmaco in commercio?

E se un farmaco in grado di curare una patologia che colpisce in modo piuttosto frequente fosse già in commercio? Non è un quesito teorico ma una possibile realtà in grado di poter dare una risposta alla sindrome metabolica con cui ha a che fare oltre il 35% degli ultracinquantenni nei Paesi occidentali. Il farmaco in questione sarebbe l'Ibrutinib, già in vendita per la cura di altre malattie. La scoperta arriva da uno studio del Centro Cosbi e del Dipartimento Cibio dell'Università di Trento, pubblicato da Nature Communications[1]. La ricerca confermerebbe l'efficacia del cosiddetto “riposizionamento”, considerato il nuovo fronte della ricerca farmacologica. Questo grazie ad un mix tra big data e genomica: nasce così una vera e propria alternativa, più rapida ed economica rispetto al normale iter di un nuovo farmaco, in grado di aumentare le chances di cura dei pazienti. L'Ibrutinib è stato testato in laboratorio dando risposte incoraggianti per contrastare l'infiammazione che si accompagna all'accumulo dei lipidi. Come sempre occorre però la massima prudenza: saranno necessari ulteriori studi di tipo clinico, per confermare o meno le evidenze sperimentali e trasformare l'uso di questo farmaco in una riconosciuta nuova terapia per la sindrome matabolica.

«Abbiamo testato il nuovo algoritmo per cercare nuove terapie per la indrome metabolica, una condizione ad elevato rischio cardiovascolare e di diabete di tipo 2, che si verifica quando si combinano obesità, dislipidemia, ipertensione arteriosa e il diabete – spiega Enrico Domenici, presidente del Cosbi[2]Abbiamo individuato i geni mutati responsabili di queste alterazioni e abbiamo poi cercato nelle banche dati farmaceutiche molecole già registrate che possano interagire con i network che questi geni formano nel tessuto adiposo, nel fegato e nei muscoli. Per eseguire una ricerca tanto complessa abbiamo impiegato un nuovo approccio computazionale che misura la “distanza” tra le proteine con cui interagisce il farmaco e quelle presenti nei network coinvolti nella malattia. È così che abbiamo scoperto una nuova possibile applicazione in un farmaco già presente sul mercato. Si tratta dell’Ibrutinib, usato in origine per trattare tutt’altre malattie: i tumori delle cellule B come il linfoma a cellule del mantello, la leucemia linfatica cronica e la macroglobulinemia di Waldenström. Su questo farmaco di recente sono in corso anche studi per la sua applicazione nelle malattie autoimmuni».

La scoperta del potenziale impiego questo farmaco già presente sul mercato per curare la sindrome metabolica sarebbe una novità significativa, soprattutto se consideriamo la sua diffusione e gravità per la salute. Stiamo parlando di una patologia diventata negli ultimi decenni un problema sociale, soprattutto nelle popolazioni con un più alto tenore di vita, esposte a una dieta più ricca di zuccheri e grassi e ad una maggiore sedentarietà. Colpisce in particolare dopo i 50 anni, circa il 30 per cento degli uomini e circa il 35-40% delle donne. Dopo la menopausa, infatti, si registra tra donne un vero e picco di casi di sindrome metabolica. «Con la somministrazione di questo farmaco in laboratorio – aggiunge Maria Caterina Mione, responsabile dell’unità di ricerca del Dipartimento Cibio -  abbiamo avuto prova di come sia possibile arginare gli effetti devastanti dell’obesità indotta da una dieta ricca di grassi. Il farmaco infatti è riuscito a contrastare l’infiammazione che accompagna l’accumulo di lipidi. Testare l’efficacia di un farmaco già in commercio permette di saltare tutta una serie di passaggi lunghi e impegnativi che sono necessari prima di immettere un nuovo prodotto sul mercato, dato che la tolleranza e la sicurezza del farmaco sono già garantiti a monte. I nostri dati sono preliminari, perché sarebbero necessari studi più approfonditi e, in ultimo, test clinici approfonditi, ma evidenziano come la combinazione tra esperienza nell’analisi di big data e capacità di sviluppare modelli per la validazione biologica possa dare una grossa spinta agli approcci di drug repurposing». Ma cosa è esattamente il drug-repositioning?[3] Potremmo definirlo l'insieme delle analisi in grado di stabilire se un farmaco già in commercio possa trovare nuovi utilizzi per il trattamento di sintomatologie diverse da quelle previste. Molti farmaci, qualcuno sostiene anche il 75% delle molecole conosciute, potrebbero avere potenzialità nascoste annoverate tra gli effetti collaterali. Per la ricerca farmacologica trovare conferme validate sarebbe un sensibile passo in avanti in termini di rapidità e di economicità, rispetto alla scoperta ed allo sviluppo di una nuova molecola che può richiedere anche 15 anni di tempo e investimenti miliardari (in dollari). Mentre con il riposizionamento i temi si accorciano della metà ed i costi possono anche scendere del 90%.

Grazie alla tecnologia, ed in particolare ai big data, si possono attuare sistemi in grado di scovare similitudini nei meccanismi molecolari legate a malattie diverse, modalità di screening per testare i farmaci su diverse linee cellulari. Vengono così tracciati punti di corrispondenza tra patologie, molecole e relativi meccanismi coinvolti: più associazioni e corrispondenze si trovano maggiore sarà la probabilità che quel farmaco utilizzato fin qui per una precisa patologia sia anche efficace (se non di più) per un'altra. I casi di riposizionamento di farmaci compaiono sempre più spesso sulle riviste scientifiche, con decine di presentazioni ogni mese. Nel 2015 è anche nata  Drug Repurposing, Rescue and Repositiong, la prima rivista specializzato in questo nuovo fronte della farmacologia.

Dott. Alfio Garrotto