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18 dicembre, 2019

Tumori al fegato, le donne si ammalano di più: +21% negli ultimi cinque anni

All'interessante Congresso Nazionale dell'Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) si è anche fatto il punto su tumore del fegato ed in particolare sulla sua diffusione tra le donne, con aumento del 21% dei casi negli ultimi cinque anni, passando dai 3800 del 2014 ai 4600 del 2019. Tendenza opposta invece si è registrata nella popolazione maschile con un calo del 7,5% (scendendo da 8600 a 8000). Le guarigioni di questo tipo di tumore non sono altissime (20%) perché si tratta di una patologia piuttosto silenziosa che non si palesa con sintomi particolari: lo dimostra il fatto che solo nel 10% dei casi la diagnosi arriva nello stadio iniziale, quando il ricorso alla chirurgia può essere decisivo e risolutivo. Per fortuna si stanno aprendo nuove frontiere terapiche, in particolare grazie alla medicina di precisione. Lenvatinib in un arco di dieci anni ha dimostrato più efficacia rispetto al sorafenib, standard di cura fino a questo momento, ricevendo nell'agosto 2018 l’approvazione da parte della Commissione europea per il trattamento di prima linea di pazienti adulti con carcinoma epatocellulare avanzato ed è attesa a breve la rimborsabilità anche in Italia da parte dell'Agenzia del Farmaco.

«È una terapia mirata in formulazione orale, caratterizzata da una potente selettività specifica e da un meccanismo di legame che lo differenzia dagli altri inibitori della tirosin-chinasi: inibisce simultaneamente le attività di varie molecole differenti tra loro – afferma Armando Santoro, Direttore Humanitas Cancer Center dell’Istituto Clinico Humanitas IRCCS, Rozzano (MI)[1]Nello studio REFLECT che ha condotto all’approvazione della molecola in Europa e ha coinvolto circa 1000 pazienti con epatocarcinoma avanzato di 154 centri in 20 Paesi, lenvatinib ha dimostrato una sopravvivenza globale mediana di 13,6 mesi, sovrapponibile a quella del sorafenib (12,3 mesi), che ha rappresentato sino ad oggi l’unica terapia delle forme avanzate. Si è però riscontrato un significativo miglioramento di altri parametri, quali la sopravvivenza libera da progressione (7,3 mesi contro 3,6 del sorafenib), il tempo alla progressione (7,4 mesi contro 3,7 mesi con sorafenib) e il tasso di risposta oggettiva (40,6% con lenvatinib e 12,4% sorafenib). Evidente anche il miglioramento della qualità di vita».

La distribuzione geografica dei tumori al fegato vede un terzo dei casi registrarsi nel Nord Italia, tendenza attribuibile con tutta probabilità all'abuso di alcol. Nelle donne l'incidenza si verifica soprattutto al Sud (+19%): questo sembra dovuto alle particolari condizioni genetiche e ambientali.

«Il tumore del fegato è il quinto big killer, dopo polmone, colon-retto, mammella e pancreas – spiega Giordano Beretta, Presidente eletto AIOM e Responsabile dell’Oncologia Medica all’Humanitas Gavazzeni di Bergamo - il 90% dei casi è rappresentato dall’epatocarcinoma. Una serie di cause (infezioni da virus epatitici B e C, abuso alcolico, malattie genetiche e autoimmunitarie, diabete, obesità, etc) possono indurre un danno persistente del fegato. Queste ‘epatopatie croniche’ spesso si aggravano nel corso degli anni sfociando nella cirrosi epatica, una malattia severa che nel tempo può indurre un deficit di funzionalità dell’organo (scompenso epatico) e predisporre all’insorgenza del carcinoma epatico. In Italia, in più del 90% dei casi, l’epatocarcinoma si sviluppa in pazienti con cirrosi. Sia quest’ultima che il cancro possono non causare sintomi specifici per lungo tempo e solo un’attenta sorveglianza dei pazienti con epatopatia consente la diagnosi precoce di tumore epatico, condizione indispensabile per intervenire con i trattamenti più appropriati. È quindi fondamentale la collaborazione fra oncologo ed epatologo e l’assistenza da parte di un’equipe multidisciplinare». Il trattamento chirurgico deve essere eseguito con la massima precauzione anche perché il tumore al fegato è accompagnato anche da un'altra patologia affatto secondaria come l'epatopatia cronica. Quindi l'obiettivo deve essere quello da una parte di essere incisivi al massimo sulla neoplasia senza allo stesso tempo danneggiare la funzionalità epatica residua. Negli ultimi 30 anni sono state inserite delle procedure mini-invasive come la chemioembolizzazione e termoablazione, con la chirurgia destinata a intervenire quando il tumore non si è esteso oltre l'organo ed è localizzato. Fondamentale in questa ipotesi che il paziente abbia mantenuto una buona funzione epatica. Purtroppo ancora troppi pochi possono beneficiarne.  «Lo scenario epidemiologico nel nostro Paese è destinato a cambiare – conclude Antonio Gasbarrini, Direttore di Medicina interna Gastroenterologia presso l’Università Cattolica Fondazione-Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS di Roma - I principali fattori di rischio della cirrosi epatica, la condizione su cui si sviluppa la maggior parte dei tumori del fegato, saranno costituiti dalla steatoepatite alcolica e non alcolica, quest’ultima caratterizzata dall’infiammazione cronica di un fegato steatosico e dalle malattie incluse nella sindrome metabolica, in particolare diabete e obesità, che stanno assumendo un’importanza crescente. I virus epatitici rimangono sempre un temibile problema, ma in progressiva decrescita epidemiologica. Da un lato, infatti, l’infezione da virus dell’epatite B, agente correlato all’insorgenza della malattia, è destinata a calare grazie alle campagne di vaccinazione nei nati dal 1978 in poi. Dall’altro lato, esistono straordinarie terapie per eradicare il virus dell’epatite C, quello che era fino a poco tempo fa il principale fattore di rischio di sviluppo di cirrosi e di successivo epatocarcinoma».

Dr. Alfio Garrotto