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4 settembre, 2019

Diabete e malattie cardio-metaboliche, arriva in aiuto un batterio intestinale

Arrivano da una interessante ricerca belga buone notizie per la gestione del diabete e delle altre patologie cardio-metaboliche. Le speranze arrivano da “Akkermansia muciniphila”, un tipo di batterio intestinale la cui efficacia è stata testata su individui obesi e con un diabete non curato in modo ottimale.

La ricerca è stata realizzata dal team di Patrice Cani dell'Università Cattolica di Lovanio, pubblicato sulla rivista Nature Medicine[1]. La terapia basata su questo specifico batterio intestinale potrebbe dunque funzionare su pazienti non solo diabetici ma anche in sovrappeso, con il fegato grasso o con il colesterolo alto, riducendo dunque anche i rischi cardiovascolari. L'ottimismo sull'efficacia di questa ricerca arriva da precedenti risultati sperimentali ottenuti trattando con questo batterio animali in sovrappeso, riscontrando non solo il loro dimagrimento ma anche un sostanziale miglioramento del quadro carciometabolico, l'aumento della sensibilità insulinica con conseguente riduzione dell'insulino-resistenza (ossia la mancata e adeguata risposta dell'organismo all'ormone regolatore dello zucchero, soprattutto nei casi di diabete di dipo 2), la riduzione del colesterolo nel sangue. «Dato che la somministrazione di A. muciniphila non è mai stata studiata nell’uomo – hanno scritto gli autori della ricerca -  abbiamo condotto uno studio pilota randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo in volontari sovrappeso ed obesi insulino-resistenti»[2]

Partendo dunque da questa buona prospettiva, i ricercatori hanno individuato 21 soggetti con problemi di obesità e diabete iniziando in alcuni di loro la somministrazione per tre mesi di dosi di Akkermansia muciniphila pastorizzato o vivo, mentre gli altri sono trattati con un placebo. Il batterio funziona solo se assunto in forma pastorizzata: infatti nei pazienti a cui era stato somministrato è emersa in modo marcato l'efficacia nella riduzione dell'insulino-resistenza, l'aumento della stessa sensibilità all'insulina e una lieve perdita di peso, circa 2,27 kg in soli tre mesi.   «Si tratta di uno studio molto interessante - commenta Francesco Purrello, presidente della Societa' Italiana di Diabetologia e ordinario all'Universita' di Catania - che ha una potenziale ricaduta clinica di enorme importanza. Sarebbe possibile per esempio con questa metodica cercare di arginare il rischio di soggetti obesi ed insulino-resistenti di progredire verso il diabete vero e proprio. Questi soggetti, definiti con pre-diabete, solo in Italia si stima che siano piu' di un milione. È noto da tempo  che la flora batterica intestinale ha una grande importanza nel regolare il metabolismo di zuccheri e grassi. In particolare, il batterio utilizzato in questo studio pilota aveva dimostrato di ridurre in modelli animali la leptina (ormone che regola l'appetito) ed altre proteine coinvolte nel metabolismo di grassi e zuccheri e nei processi infiammatori. Adesso queste evidenze sono state ottenute sull'uomo. Un passo avanti significativo, pubblicato su una rivista di grande prestigio scientifico".». Ovviamente questi primi risultati andranno confermati in ulteriore ricerche in cui saranno coinvolti un numero maggiore di pazienti per verificare gli effetti benefici anche a lungo termine, quindi oltre i tre mesi di terapia.

L'Akkermansia muciniphila,  è uno dei tanti cosiddetti probiotici, identificato e isolato per la prima volta addirittura nel 2004. Solo nel 2007 però i ricercatori hanno scoperto che il batterio rappresentava una delle specie prevalenti del nostro intestino e che la sua gran quantità poteva essere correlata ad una condizione di benessere generalizzato, paragonabile ad una dieta con poche calorie, andando ad incidere in modo positivo sui fattori di rischio cardio-metabolico. «La conclusione importante è che questo tipo di integratore è sicuro e affidabile -  ha commentato Ken Cadwell della NYU Langone Health di New York City e non coinvolto personalmente nello studio - mostra anche che vale la pena fare uno studio più ampio e più lungo, e sono curioso di vedere quali saranno gli esiti. A differenza dei batteri vivi, quelli pastorizzati in realtà non colonizzano l'intestino, infatti i ricercatori non hanno riscontrato alcun cambiamento nella composizione complessiva del microbioma dei volontari. Il potenziale vantaggio potrebbe essere che si può sospendere il trattamento se sembra non dare benefici, senza rischiare conseguenze impreviste dovute all’alterazione del microbioma».[3]

Giova ricordare come l’insulino-resistenza si manifesti quando le cellule non riescono più a rispondere  bene all’insulina. A quel punto il pancreas è costretto a produrre una maggiore quantità proprio di insulina per compensare la resistenza: è questo che può causare forme primordiali di diabete o comunque livelli di zucchero nel sangue più alti del normale. Non a caso le persone obese tendono ad avere livelli più bassi di Akkermansia muciniphila nel loro intestino e come confermato da uno studio del 2016, le diete per migliorare la resistenza all’insulina hanno maggiori effetti nelle persone che hanno più batteri. In una ricerca del 2007, il gruppo di ricerca di Patrice Cani aveva ipotizzato che la pastorizzazione potesse offrire al corpo un più facile accesso alle parti benefiche dei batteri, come le proteine ??nella membrana del corpo, o potrebbe impedire alle cellule viventi di produrre sostanze che limitano i loro benefici per la salute. «Sebbene i batteri siano morti – aveva commentato Cani - la loro attività è molto forte. Questo può anche aumentare il profilo di sicurezza per gli approcci futuri»[4].

Serviranno probabilmente altri due anni prima che questi “batteri morti” siano disponibili per i pazienti. Non prima che questa sperimentazione clinica venga allargata e applicata per un periodo più vasto.

Dr. Alfio Garrotto