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18 agosto, 2019

Una molecola per sconfiggere il diabete di tipo 2: la bella storia di Francesca Sacco

Arrivano da una giovane ricercatrice italiana del Dipartimento di Biologia dell'Università di Roma “Tor Vergata” importanti risultati di uno studio con il quale sarebbe possibile identificare i meccanismi molecolari responsabili della degenerazione funzionale del diabete di tipo 2 delle isole di  Langerhans, ossia i sensori del glucosio collocati all'interno del pancreas in grado con la produzione di insulina di regolare la concentrazione di glucosio nel sangue. I risultati ottenuti dalla 34enne Francesca Sacco, sono stati pubblicati sulla rinomata rivista internazionale “Cell Metabolism”. Per comprendere l'importanza di questa ricerca bisogna ricordare che il diabete di tipo 2 rappresenta la forma più diffusa di diabete, caratterizzato da un lato dalla progressiva perdita della funzionalità proprio delle isole di  Langerhans: diventano infatti non più idonee a produrre insulina. Allo stesso tempo si verifica un'insoddisfacente risposta degli organi periferici all'insulina, soprattutto fegato e muscoli. La giovane ricercatrice ha ricostruito i meccanismi molecolari che controllano la produzione di insulina proprio in relazione alla variazione di concentrazione di glucosio identificando la proteina GSK3, ritenuta la responsabile della degenerazione funzionale delle isole di  Langerhans. «La concentrazione di glucosio nel sangue, la glicemia, è regolata da un complesso circuito cellulare e molecolare coordinato dall’ormone insulina. - ha spiegato Francesca Sacco[1] - Attraverso la produzione di tale ormone le isole di Langerhans nel pancreas regolano la glicemia. L’insulina, a sua volta, stimola alcuni organi, come il fegato e i muscoli, a prelevare il glucosio dal sangue, limitando di conseguenza l’innalzamento della glicemia. Un qualsiasi difetto in questo complesso sistema di regolazione causa il diabete, una sindrome metabolica che affligge circa 350 milioni di persone nel mondo». Francesca Sacco, malgrado la sua giovane età, ha alle spalle un curriculum di tutto rispetto. Ha passato cinque anni nel laboratorio del Prof. Matthias Mann, dell’Istituto Max Planck di Biochimica a Monaco. Poi a settembre del 2017, è rientrata in Italia. all'Università di Roma “Tor Vergata”, grazie alla borsa di studio “L'Oréal Italia per le donne e la scienza”. Passano pochi mesi e Francesca diventa ricercatrice nel dipartimento di Biologia di “Tor Vergata” grazie al programma per Giovani Ricercatori  “Rita Levi Montalcini” del MIUR che permette la reintegrazione in una Università statale italiana di giovani scienziati che hanno lavorato all’estero presso una Università o Centro di Ricerca. Il cosiddetto rientro in Italia dei cervelli in fuga. Determinante il finanziamento dell'Associazione Italiana Ricerca sul Cancro (AIRC) Grant Startup che le ha permesso di condurre un gruppo di ricerca  proprio a “Tor Vergata” per lo studio della resistenza alla chemioterapia di leucemie mieloidi acute, utilizzando la tecnologia della proteomica. La sua ricerca sul diabete ha dimostrato che inibendo a livello farmacologico la proteina GSK3, nei topi veniva recuperata la produzione di insulina e dunque la piena funzionalità delle isole di Langerhans nei topi diabetici. Sembra dunque essersi così aperta un nuovo percorso nello sviluppo di strategie terapeutiche volte a combattere il diabete di tipo 2.  «Grazie alla collaborazione con il gruppo del Prof. Matthias Mann dell’Istituto Max Planck di Biochimica a Monaco (Germania) e all’utilizzo di un’avanzata tecnologia di cui l’Istituto dispone nel campo della ricerca proteomica, ovvero l’identificazione delle proteine rispetto alla loro  identità, quantità, struttura e alle loro funzioni biochimiche e cellulari -  prosegue Francesca Sacco – abbiamo scoperto che le alte concentrazioni di glucosio ematiche attivano la proteina GSK3, laddove questa non dovrebbe attivarsi, e che questa, a sua volta, blocca la produzione di insulina. La tecnologia che abbiamo utilizzato per l’indagine molecolare è chiamata “fosfoproteomica” e ci ha permesso di descrivere non solo le proteine presenti nel pancreas ma anche la loro attività». A far capire i meriti di questa giovane e combattiva ricercatrice c'è da aggiungere che in questi anni Francesca Sacco è riuscita a coniugare il suo lavoro al servizio della scienza con l'essere mamma e tutto quello che comporta. L'unico neo di questa bella storia è che nonostante i grandi successi ottenuti questa ricerca sul diabete per il momento sembra fermarsi qui per la mancanza di ulteriori finanziamenti. «Allo stato attuale non ho un finanziamento per continuare la ricerca sul diabete, ma combatto per trovare uno 'sponsor' – ha dichiarato Francesca all'AdnKronos[2]C'è tutta l'intenzione di continuare a perseguire questa strada, però, come al solito ci vogliono i soldi. Io, comunque, non mi arrendo. Con i finanziamenti futuri che speriamo di ottenere  il nostro lavoro proseguirà utilizzando isole pancreatiche umane di individui con diabete di tipo 2 e altri modelli animali di diabete, allo scopo di aprire la strada ai futuri sviluppi terapeutici basati sull'inibizione di GSK3» Una ricerca dunque che sembra davvero promettente per il futuro la cui importanza è stata riconosciuta all'Ansa[3] anche da Salvatore Piro, Segretario Nazionale della Società Italiana di Diabetologia. «Gli scienziati si sono serviti di una tecnica detta analisi proteomica e hanno individuato un nuovo bersaglio molecolare. La proteina GSK3 potrebbe dare informazioni essenziali per la comprensione di come si sviluppa il diabete. Inoltre, un'azione farmacologica mirata su questa proteina potrebbe ripristinare il danno indotto dal glucosio nei pazienti».

Dr. Alfio Garrotto